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Curran Hatleberg

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Da "The Crowded Edge"

Da "The Crowded Edge"

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Da "The Crowded Edge"

Da "The Crowded Edge"

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Da "The Crowded Edge"

Da "The Crowded Edge"

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Da "The Crowded Edge"

Da "The Crowded Edge"

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Da "The Crowded Edge"

Da "The Crowded Edge"

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Da "Dogwood"

Da "Dogwood"

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Da "Dogwood"

Da "Dogwood"

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Da "Dogwood"

Da "Dogwood"

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Da "Dogwood"

Da "Dogwood"

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Da "Dogwood"

Da "Dogwood"

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Da "Dogwood"

Da "Dogwood"

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Da "Dogwood"

Da "Dogwood"

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Da "Dogwood"

Da "Dogwood"

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Da "Dogwood"

Da "Dogwood"

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Da "Dogwood"

Da "Dogwood"

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Da "Dogwood"

Da "Dogwood"

Curran Hatleberg nasce nel 1982 a Washington DC e attualmente vive a Brooklyn, NY. Ha studiato all'Università del Colorado e alla Yale School of Art, e i suoi lavori più conosciuti sono esposti in imortanti gallerie nazionali e internazionali. Ai suoi progetti personali affianca l’attività di docente all’ICP di New York e al Norwalk Community College. Hatleberg ha attraversato più volte gli Stati Uniti da costa a costa per realizzare i suoi lavori fotografici, pensando i suoi viaggi come scoperta di luoghi e storie di persone. I suoi soggetti, seppur appartenenti a diverse area geografiche del paese, sono accomunati da condizioni di vita quotidiana simili.
Attraversato da una vena di critica sociale rivolta ai meccanismi - talvolta devastanti – del neoliberismo americano, il lavoro di Hatleberg ne esplora le conseguenze sulla vita della working class, mettendo in rilievo gli aspetti intimi che definiscono e consolidano le relazioni tra le persone.

Ci interessa sapere come hai iniziato i due lavori che sono presenti sul tuo sito, The Crowded Edge e Dogwood”: da dove nascono sul piano personale?

Credo che la fotografia sia in parte una risposta al mondo fisico e in parte un’autoanalisi, uno strumento per filtrare il mondo esterno attraverso quello interiore. Detto ciò, ogni progetto comincia sempre nello stesso modo: mettendosi in auto e guidando a zonzo, osservando il mondo finché qualcosa cattura la mia attenzione e fa sì che il mio cervello si focalizzi. A questo punto, non resta che uscire dall’auto. Immergersi nello scenario. Gironzolare finché non succede qualcosa. Tutte le mie fotografie traggono origine dalla curiosità, da un desiderio di sentire le cose ed esprimerne la meraviglia.

Questi due lavori sono legati a commesse, borse di studio oppure sono parte di una tua ricerca personale?

Entrambi i progetti sono in fieri e li affronto come un mio esercizio artistico.

Che sbocchi hanno avuto sino ad ora? Editoria, mostre, libri... ?

Alcune immagini sono apparse in varie mostre e pubblicazioni. Più recentemente [sono state pubblicate] su Mossless negli Stati Uniti e [esposte nella galleria] Know More Games di Brooklyn, NY. Ho anche un libro di foto nuovissime in uscita l’anno prossimo.

Ci interessa molto sapere come costruisci il tuo lavoro con le persone, come le avvicini e costruisci delle relazioni, in quanto ci sembra un elemento centrale del tuo lavoro fotografico. Puoi parlarcene?

Ogni relazione comincia perché una persona mi affascina. Certe persone lanciano dei chiari segnali verso il mio radar, per un motivo o per l’altro. Magari il viso di uno sconosciuto mi ricorda quello di qualcun altro del quale, però, non ho memoria. Magari sono inusuali e soli. Magari sono seduti in un campo e stanno discutendo col cielo. Dipende. Solitamente questo magnetismo si manifesta spontaneamente e con la sensazione che ci possa essere qualche piccolo mistero da svelare - qualcosa da scuotere e portare alla luce. A quel punto, non c’è più alcun segreto. Basta dire “Ciao” e vedere che cosa accadrà.

Che tipo di reazioni hai avuto dalle persone?

La maggior parte delle volte in cui mi introduco alla gente con la fotografia, la mia curiosità è accolta con gentilezza e una leggera confusione sul perché sono interessato a loro. Non è nemmeno inusuale, al primo approccio, una reazione del tipo “Che cosa stai facendo qui?”, “Che cosa stai fotografando?”. Le cose si sviluppano da brevi conversazioni. Il tempo che trascorro con le persone, del resto, varia terribilmente. A volte mi viene offerto un pasto con la famiglia o un posto dove dormire per terra per settimane, mentre altre volte mi viene detto di sparire. Dipende da caso a caso.

Nelle tue fotografie ci sembra ci sia un’attenzione particolare alle relazioni tra le persone e tra le persone e il luogo. Il luogo in particolare, è quasi sempre presente sebbene non riconoscibile dal punto di vista geografico. È così?

Io mi impegno a descrivere uno scenario o uno sfondo prettamente americani, ma altresì a non rivelarne il luogo preciso. Mi piace che la gente si ponga queste domande sulla precisa collocazione - per farla continuare a indovinare - e lascio che sia la loro immaginazione a decidere quale luogo e quale oggetto sta osservando. Fornire la location geografica spesso non fa che rinforzare una percezione distorta o uno stereotipo che frena, parzialmente, l’interpretazione creativa. Quando tutto viene ridotto ad un mero fatto, il mistero muore e la fotografia vira verso il giornalismo. La meraviglia si sgonfia. Rimuovi queste risposte, e il mondo creato dalla fotografia si approfondirà e aprirà all’interpretazione.

Sempre in riferimento ai due lavori citati, pur se le foto sono state realizzate in luoghi diversi, potrebbero appartenere ad uno stesso luogo. È una scelta che è stata presente sin dall’inizio o è maturata mano a mano?

Questa è la mia versione dell'America. Le immagini hanno in comune un luogo dell'immaginazione, più che geografico. Mi piacciono quei posti che puoi attraversare per un motivo o per un altro, ma l'importante è che essi abbiano in sè un'innegabile "spirito Americano", indifferentemente che l'immagine sia scattata a Memphis o in Oregon.

All’inizio, il titolo di tutte le mie foto era legato alla location. È un qualcosa che fanno tutti i miei eroi: Eggleston, Friedlander, Evans, etc. Volevo rompere questo modello al fine di reintrodurre un po’ di mitologia sulla natura "espansionista" del Paese - e la sua vasta gamma di possibilità.

Nelle tue fotografie non c’è l’America dei grandi centri urbani. Come mai?

Molte delle immagini sono scattate nei grandi quartieri poveri americani, mentre il centro è molto meno presente. Sono più interessato agli spazi marginali. Ai miei occhi, sono queste le aree che mettono in luce gli incontri più sorprendenti e imprevedibili. Questi luoghi sembrano dei palchi vuoti o delle tele bianche, in quanto non presentano alcuna destinazione d’uso specifica - sono luoghi non residenziali, né commerciali o ludici. Sono terra di nessuno - zone anonime dove i confini vengono infranti.

Le tue fotografie ci sembrano esprimere domande più che risposte, e aprono a ulteriori curiosità su quei mondi. Sembra che tu stia fotografando un’America in bilico tra l'appartenenza sociale e diverse forme di degrado, anche se al contempo il tuo sguardo è sfumato e sfugge alla semplificazione. Ci puoi dire qualcosa in proposito?

Non è compito mio fornire risposte alle immagini. Preferisco creare confusione. L’ambiguità è tra le più grandi qualità della fotografia. Il mio lavoro consiste nel creare un mondo dove l’osservatore possa entrare e gironzolare, un luogo sufficientemente complicato da mantenere viva la fascinazione e ricco quanto basta per far scoprire cose sempre nuove man mano che lo si osserva.

In molte tue fotografie c’è una costante presenza di elementi che si sovrappongono, si accatastano, cose abbandonate che sono però presenti nella vita delle persone. Ci sembra che al di là della descrizione di una realtà, questo acquisti un senso più generale. Sei d’accordo?

Noi tutti viviamo attorniati da relitti, ma solitamente ci asteniamo dal notarli. Sacchetti di plastica gonfiati dal vento per strada e buche qua e là. Automobili arrugginite che riempiono i marciapiedi e i vicoli. Mulini abbandonati che riempiono il paesaggio. Certamente questi segnali sono meno presenti nei sobborghi e nelle aree di affluenza, ma sono i detriti della nostra vita quotidiana. Noi viviamo circondati da essi, e sono onnipresenti in ogni città americana. Le persone forniscono parte della narrazione, ma lo sfondo - in maniera tipicamente americana - regala quest’altra parte dell'originaria grandeur, di speranza infranta, di destino frantumato, del persistere della bellezza nonostante la nostra sofferenza - o a causa di essa. Io utilizzo queste strutture e questo scenario per aggiungere profondità narrativa. Il soggetto ha bisogno dello sfondo, e viceversa.

Inoltre, mi piace riempire visivamente l'inquadratura, attraverso una grande profondità di campo - e riempirla davvero in densità, tenerla zeppa e stratificata in modo che l’occhio dello spettatore non possa riposare. Mi piace il fatto che ogni oggetto o persona nell’inquadratura possano competere ad armi pari per conquistare l’attenzione dell’osservatore, ed essere presentati con lo stesso peso.

Nella tua fotografia c’è un’intenzione politica, una volontà di indicare una lettura politica della realtà? O è un lavoro che nasce da una volontà di scoperta, nel senso di esplorare, la realtà che vivi?  

Ciò che ricerco sono quei momenti di sbalordimento che mi restano dentro, anche molto tempo dopo che si sono esauriti. La vita è davvero autentica quando viene circoscritta a questi segmenti intensi. Hai presente quella sensazione di quando hai a che fare con una cosa in modo così pieno che ogni pensiero nella tua testa svanisce e qualcosa di nuovo si affretta ad entrarvici? Si viene sopraffatti dall’emozione, ma non si è in grado di dare un nome a quel sentimento. È questo che cerco di introdurre in una fotografia.

Sicuramente c’è un’attenzione alle sfumature psicologiche delle persone che fotografi. È così anche nelle intenzioni?

Mi piace combinare le emozioni contrastanti che una persona è in grado di mostrare, tutte insieme, nello stesso momento. La maggior parte di ciò che viviamo è una specie di non-conoscenza emozionale - ciò che percepiamo è indefinito. I nostri sentimenti sono sempre stratificati e, raramente, si presentano come mono-dimensionali. Io cerco di ritrarre queste emozioni simultanee - il guazzabuglio di molteplici sensazioni che si manifestano, insieme, nello stesso momento.

Se pensiamo alla fotografia documentaria americana, che in parte rivediamo nelle tue fotografie, ti senti di appartenere a una tradizione fotografica specifica o persegui una tua linea personale? Ci sembra interessante avere il tuo punto di vista.

Sicuramente mi identifico, per lo più, nella tradizione fotografica americana - da Walker Evans a William Eggleston. Loro sono i miei eroi, ma indubbiamente questa è un’epoca diversa. Credo sia essenziale attingere dalla tradizione senza ritenersi imprigionati in essa o nell’epoca di un determinato fotografo.

Una delle differenze più evidenti, alla quale penso spesso, tra quella generazione di fotografi e la mia è che quando loro si mettevano in marcia sembravano essere meno vincolati. Forse è soltanto un mito che ho creato, ma pensateci: non esistevano social media o telefoni cellulari. Non erano costantemente connessi con la routine e con i propri cari che si trovavano lontano. Loro andavano via, in giro per il mondo, nel vento. Ovviamente esistevano ottime mappe, ma adesso il GPS guida ogni nostra mossa con la massima precisione. Adesso puoi andare nel miglior ristorante thailandese nel raggio di tre città ogniqualvolta lo desideri. È un mondo diverso, che la tecnologia ha uniformato in nome del massimo grado di efficienza.

Come affronti tecnicamente il tuo lavoro e con quali formati lavori? Cosa ti porti dietro nei tuoi viaggi?

Il mio setup per scattare è quello analogico. Uso un kit di strumenti quanto più scarno possibile. Una macchina fotografica - una Mamiya 7 - e una lente. Tengo, inoltre, un flash manuale in mano. Il treppiedi lo uso raramente, ma ne porto uno in macchina per qualsiasi evenienza. Il mio output, invece, è digitale - dalla scansione alla stampa.

La scelta di un formato piuttosto che un altro a cosa risponde? E quanto è importante o meno per te la scelta della tecnologia?

Non mi curo eccessivamente dell’attrezzatura. Qualsiasi sia il modo in cui un artista arrivi alla migliore delle sue espressioni, quello è il sistema migliore. Per me è poco importante il “come” viene realizzato qualcosa, rispetto al “cosa” rappresenta in sé. Io uso la macchina fotografica semplicemente perché la conosco bene. Abbiamo fatto molto insieme. È comoda e fluida nelle mie mani: le do un ordine e, il più delle volte, lei lo esegue. Risponde come se fosse una parte di me. Ho scelto il medio formato perchè da all'immagine tutta l'accuratezza che serve, che comunque necessita di attenzione, ma senza il grande  ingombro di un banco ottico.

Sono anche totalmente dedicato alla pellicola. Principalmente perchè non mi interessa rivedere subito ciò che ho appena scattato — non voglio che una piccola rappresentazione digitale [lo schermo, ndr] influenzi le mie scelte o mi distragga da quell'attimo che ho davanti. Voglio scattare mentre le cose accadono, senza interferenze.

Quali sono gli elementi che definiscono il tuo approccio fotografico? Ad esempio: il tuo lavoro è costruito e controllato secondo un progetto definito oppure nasce nel suo evolversi, dall’incertezza dell’incontro con le persone e le situazioni?

Non sento mai l’avvicinarsi di un progetto finché non è stato avviato. Quando comincio è come se stessi guardando qualcosa che manca e non sono sicuro di che cosa sia. È come se stessi sull’orlo di qualcosa di importante che continua a sfuggirmi. Ogni progetto segue un percorso intuitivo. Raramente guardo il rullino che ho scattato prima che siano passati mesi, così che possa operare con il piglio del momento e l’istinto. In seguito, dopo aver visionato i negativi, inizio a connettere i punti e ricavarne un significato. È così che le cose vengono sviluppate.

Quanto conta la dimensione narrativa nel tuo lavoro? E come pensi le tue fotografie, come foto singole o come foto in serie/sequenza?

Lotto affinché le mie fotografie siano entrambe le cose. Da un alto, spero che ogni foto sia abbastanza forte da reggersi autonomamente. Dall’altro, nel contempo, sono profondamente interessato nel saliscendi narrativo che può realizzarsi nelle sequenze, quando le immagini costituiscono frammenti di una storia più ampia.

Senti influenze anche da altre forme espressive - il cinema, ad esempio, o l’arte?

Sì. Sono un avido lettore. Sono devoto alla letteratura. Potrei sfogliare pagine per giorni interi. Inoltre, mi sento profondamente attratto dal cinema, ancorché sia meno ferrato in materia. Queste sono le massime forme d’arte che ho in mente perché spesso si occupano della vita quotidiana - e danno un senso al caos della mia vita.

Non abbiamo trovato traccia di tuoi lavori multimediali. È una scelta? E cosa ne pensi dello sviluppo di questo tipo di media?

L'unica cosa che posso dire è che [il multimediale] mi interessa, e trovo che sia eccitante nella sua potenzialità. Magari un giorno [mi cimenterò], ma, per il momento, rimango fedele all'immagine fissa.

Come è iniziato il tuo lavoro di fotografo? E in questo momento a quali ambiti è rivolto?

Il mio inizio nel campo della fotografia non è stato dettato da ambizione, amore o impegno. Semplicemente, era qualcosa che mi piaceva e rendeva felice. All'epoca avevo studiato pittura all’università e tutte le fotografie che scattavo venivano utilizzate come spunto per i miei dipinti. Erano snapshot di amici, principalmente. Mi ci volle del tempo per capire che non ero tagliato per la pittura. Non mi piaceva il lavoro in studio o impiegare così tanto tempo per la produzione di un’immagine. Mi sentivo come se il lavoro - e spesso la mia stessa mente - fossero molto più avanti rispetto al dipinto, molto prima che questo fosse stato completato. La fotografia permetteva al mio desiderio di muoversi e vagare, abbandonare lo studio e andare a spasso alla ricerca di qualcosa di inatteso e fresco, nuovo. Ero già "on the road" per piacere, ma ad un certo punto, dopo il college, a ciò ho unito la fotografia. In seguito, sono diventato più rigoroso e ho riposto tutte le mie energie in essa. Da allora, non mi sono mai fermato.

A chi passi il testimone?

Matt Booth.

 

Intervista a cura di Marco Benna

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