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Giovanni Marrozzini

Mario Gattari - 1 di 2 - dal lavoro
Mario Gattari - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Mario Gattari - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Mia madre non amava la cucina argentina. Diceve sempre: "Troppa carne". Per lei è stato molto difficile adattarsi, non solo per la cucina. Io invece, essendo piccolo, mi sono subito abituato al nuovo mondo. Inoltre eravamo circondati da gente marchigiana, quindi ci si sentiva tutti parte di un gruppo... Quando sono partito dalla mia casa di Montelupone, mi sono guardato indietro due volte: non sapevo se l'avrei più rivista.

Mario Gattari - 2 di 2 - dal lavoro
Mario Gattari - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Mario Gattari - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Dina Paglialunga - 1 di 2 - dal lavoro
Dina Paglialunga - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Dina Paglialunga - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Da piccola mi facevo le bambole di pezza ma le tenevo nascoste perché, anche se ero la sorella più piccola, dovevo pensare a lavorare e a "non perdere tempo nel gioco". Purtroppo un giorno Costantino, mio fratello, le ha trovate, le ha prese e le ha gettate nell'urina delle vacche. Ho pianto tanto, poi le ho recuperate e ripulite. E adesso, che sono alla fine della mia vita, mi circondo di bambole! Le colleziono e nessuno me lo può impedire.

Dina Paglialunga - 2 di 2 - dal lavoro
Dina Paglialunga - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Dina Paglialunga - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Gemma Polini - 1 di 2 - dal lavoro
Gemma Polini - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Gemma Polini - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Mio marito Angelo è morto pochi giorni dopo essersi accordato per l'intervista, Non credeva che il comune di Fermo mandasse qualcuno "fin quaggiù" per raccontare la sua storia di emigrante. Dopo la sua morte, i parenti in Italia hanno chiesto di poterlo seppellire a Carassai (FM) e io ero molto combattuta. Poi con i miei figli abbiamo scritto alcune righe ad Angelo e le abbiamo messe in una bottiglia che è stata buttata in mare il giorno in cui abbiamo fatto le foto. Mentre tornavamo a casa abbiamo visto la bottiglia sulla spiaggia. Ho detto "E' tornata! Angelo è tornato! E' destino che mio marito rimanga in Argentina".

Gemma Polini - 2 di 2 - dal lavoro
Gemma Polini - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Gemma Polini - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Henrique Antonio Morelli - 1 di 2 - dal lavoro
Henrique Antonio Morelli - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Henrique Antonio Morelli - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Mio padre si chiama Juan Morelli, mia madre Antonia Massi. Si sposarono nel 1915. Nel 1915 mia madre aveva diciassette anni ed essendo minorenne non si sarebbe potuta sposare. Per questo dai documenti lei risultava ventiduenne. Dopo vissero a Serrano, comprarono un po' di terra e nel 1934 costruirono la casa dove abbiamo vissuto. Ho tantissimi bei ricordi in quella casa, con i miei quattro fratelli. Mia madre, a causa di un problema cardiaco, non è mai più potuta tornare in Italia.

Henrique Antonio Morelli - 2 di 2 - dal lavoro
Henrique Antonio Morelli - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Henrique Antonio Morelli - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Giuseppe (José) Tiburtini - 1 di 2 - dal lavoro
Giuseppe (José) Tiburtini - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Giuseppe (José) Tiburtini - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Sono arrivato in Argentina da Fermo con mio padre nel 1931. Avevo 3 anni al tempo, per cui non ricordo molto. In Argentina inizialmente lavoravo come agricoltore e allevatore assieme a mio padre. Poi ho iniziato a demolire e ricostruire mulini, ho ricostruito 2.500 mulini in cinquant'anni e adesso, a 78 anni, continuo a costruirli. Per demolire e/o ricostruire un mulino di venti metri impiego in genere una settimana.

Giuseppe (José) Tiburtini - 2 di 2 - dal lavoro
Giuseppe (José) Tiburtini - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Giuseppe (José) Tiburtini - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Giuseppe Fermani - 1 di 2 - dal lavoro
Giuseppe Fermani - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Giuseppe Fermani - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Nel settembre del 1948 arrivai in Argentina con la nave "Buenos Aires". Mi ricevette al porto un compaesano di mamma e la prima notte mi fece dormire sulla terrazza sotto le stelle perché la sua casa era troppo piccola. Poi presi il treno per Rio Negro sul quale allietai un gruppetto di militari con le mie storie di guerra... Arrivato alla stazione vidi che la terra era un manto di polvere bianca, e la prima cosa che dissi a mia zia fu: "Ma tutta questa farina per terra?". Lei rise e mi spiegò che era sale. La famiglia mi accolse bene e trovai subito lavoro come falegname. Tutti venivano a vedere come facevo i mobili.

Giuseppe Fermani - 2 di 2 - dal lavoro
Giuseppe Fermani - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Giuseppe Fermani - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Nestor Palazzani - 1 di 2 - dal lavoro
Nestor Palazzani - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Nestor Palazzani - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Ho iniziato presto a lavorare, dopo la scuola primaria, ma mi sono sempre difeso bene. Il mio grande sogno sarebbe di fare il pittore, ma non sono bravo, difficilmente finisco un quadro che mi piaccia.

Nestor Palazzani - 2 di 2 - dal lavoro
Nestor Palazzani - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Nestor Palazzani - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Hector Piattoni - 1 di 2 - dal lavoro
Hector Piattoni - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Hector Piattoni - 1 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Mio nonno arrivò dall'Italia nel 1902. Mio padre vendeva aglio e io ho cominciato vendendo frutta e verdura. Da 37 anni ho una stazione di servizio e vendo un po' di tutto. Tengo aperto tutto l'anno, dalle 5 della mattina alle 12,30 della notte, da 37 anni. Tutte le mattine mi sveglio con la stessa forza del primo anno... Spesso vado alla salina, a 16 chilometri da Medanos: è un luogo meraviglioso, incantato, dove mi sento a casa. L'orizzonte è così tranquillo e sereno che ci vedo attraverso tutto lo scorrere della mia vita.

Hector Piattoni - 2 di 2 - dal lavoro
Hector Piattoni - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

Hector Piattoni - 2 di 2 - dal lavoro "Echi - Emigranti marchigiani in Argentina"

From Giovanni Marrozzini’s website: “Giovanni was first born in Fermo in 1971. The second time around he was reborn in Malta in 2001 thanks to his friend Andrea, who gives him a poem as a gift. Finally he was reborn again in Zambia in 2003 after a cerebral malaria infection. As a professional, he takes photographs in the name of passion and expressive creativity. He panders to the stories he comes across with and helps them escape labyrinths. He meets the Fairy Godmother in Argentina and Moses in Camerun. He lives in a trailer for a year without showing any relevant signs of mental instability (or so he thinks). He’s stubborn, instinctive, enthusiastic. He has three treasures: Mary, Leone and Francesco - that’s the rigorous yet temporary height order. His beloved dog, Ulisse, left for good when his owner returned from ITAca."

Narration has always been a very strong element in your photography - to the extent of combining stories of two or three photos to build up a geography of todays’ Italy in your work Itaca Storie d’Italia. What do you think the meaning of being able of narrating is?

It’s about extracting an experience from the flow of time. It happens by searching through its images for a symbolic link that simultaneously serves as plot and meaning of the plot.

All your photographs feature some kind of human element, be it a part of the humans’ body or signs of their passing by: why continue narrating Mankind through photography?

Why not?

Some of the videos shot during your ITAca journey are now collected on ITAca Storie d’Italia YouTube channel: Have you ever released or are you planning on developing a multimedia project? What’s your take on the integration between photography and multimedia?

When there’s a lack of time for a project to gush over in depth, I believe the integration between photography and multimedia is efficient, because it answers the reigning need to speeding up the fruition process. Multimedia facilitates our ability to absorb a story in a very short spam of time - perhaps to the detriment of more incisive reflection and pondering.

Falene tells the visual story of an institute for the blind and visually handicapped persons in Ethiopia. I assume you established a different relationship between the “observer” and the “observed”, which is usually based upon a reciprocity of looks: how did you relate to them? Did their condition influence your photographic style?

At first I was surprised at how it all functioned according to a logic that’s become clear to me now only - as if people were being moved around through invisible strings that created a sort of carousel. Their movements were graceful and choreographic. I watched them carefully: hands slightly removed from the body, wary and never a single accelerated step. They would speak in a low voice, they were affectionate and they would easily sense my astonishment - I could tell by the light tilting of their head and hands. They were grasping for signals, scents, information… After a few minutes of hesitation they would burst out in an empathetic and accepting smile. They got close to my camera more than once: only after realizing it was nothing but a piece of iron they would throw themselves at me, and touched me and embraced me. I couldn’t say how their minds pictured the image of my persona, though. Whilst touching me they would whisper one to the other, as if they were building up a picture of me altogether. Perhaps they went deeper than I managed to on the occassion.

You're shooting both in film and digital - perhaps using two slightly different approaches. Could you tell us about it?

The use of film makes the whole experience “more precious”, because you really perceive the work of time and the sense of limitation. Click after click you get to the end of the film. As the day’s gone by labeling each film, you have time to digest the whole visual experience. Imagination, passion, memory and patience then kick in. Eventually the darkroom will pass the (sometimes astonishing) verdict.

In several of your reportages you’ve established a very intimate relationship with people. How does this happen during your work?

Telling about a person is a real challenge. The main difficulties lie in the ability to make each other permeable enough.

You communication (see Facebook) is imbued with a kind of approach to your job where travel seems crucial. At least, that’s our impression - given that not only do you plan trips and experience them thoroughly, but you also describe them in full detail (with itinerary maps, backstage photos and pictures of vehicles, etc). What’s the relationship between your dimension as a traveller and your photography?

I auto-invite myself to a travel that resembles me a lot. I highlight only those unknown elements of myself that the trip unveils. That’s my poetic answer. More prosaically, I’ll just say that any given photographer has to travel because most clients require them to.

We understand you’re preparing a long trip across the African continent from Egypt to Cape Town: could you give us some sneak previews about this project?

It’s a very ambitious project I’ve been working on for the past 6 months. To avoid bad luck I’d rather not discuss it for the moment, though…

How do you prepare for a reportage or a photographic work?

a) I deepen the topics I’m going to deal with;

b) I define the possible timetable for the concrete realization;

c) I choose the most fitting camera for the specific shooting;

d) I contact all the locals who’ll turn out to be my guides throughout the journey;

e) I ask for a deposit;

f) Often no deposit is paid hence the whole trip is postponed;

g) I get pissed off.

Your recent work ITAca (click here for the video of its opening) proves a particular photographic eclecticism - in terms of the ability of shooting by drawing from a number of photographic languages. Where does your visual and aesthetic formation come from and how does it develop?

I’ve never attend any photographic school, thus I’ll say it was born on 12th September 1971 and it’s been developing for 42 years.

We’re absolutely captured by the density of the sight and the richness of hues - two of the most prominent features of your work. What do you accomplish through photography and what does photography do to you?

I wouldn’t know. You pose difficult questions! What do I accomplish with photography? I narrate about myself. What does photography do to me? It listens to me.

We understand you’re particularly keen on the relationship between literature and photography. Could you tell us something about that?

All writers are shaken by photography and usually all photographers are moved by the charm of literature. Amongst others, Baudelaire failed photography tout court. He described it as an incapable and inadequate (not to say contrary) tool for representing the expressive world of art. If the sovereignty over the five senses and on the verbal game appear to invest literature with a freedom that’s generally denied to photography, there’s something Baudelaire purposely kept unsaid that is equally true: literature has the chance of a satisfactory expression of subjectivity only to the extent that it provides objective, photographic precision to what is being seen and felt. Every writer’s agony originates from this need for cold precision that photography succeeds to fulfill. In case of a pure document photography achieves that urge effortlessly and mechanically by manipulating the universal alphabet of images, instead of dealing with a world of such unstable conventions as writing. When it comes to literature each writer is (willingly or unwillingly) inscribed within a certain era according to the decisions of the era itself.
Therefore the freedom in writing is merely as apparent as the debt photography contracted with reality. Neither is truly free.

Who are you going to pass the baton to? And why?

To Fausto Podavini, because I admire him.

The articles here have been translated for free by a native Italian speaker who loves photography and languages. If you come across an unusual expression, or a small error, we ask you to read the passion behind our words and forgive our occasional mistakes. We prefer to risk less than perfect English than limit our blog to Italian readers only.

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