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giulia_bianchi

This month #PhomTakeover continues with Nausicaa Giulia Bianchi! Nausicaa Giulia Bianchi is an Italian photographer. After several years spent as a project manager for a big telecommunication company, she commit herself to photography attending the ICP in New York. While developing her personal projects, she works also as a teacher and photography consultant. Her work has been widely exhibited and published in The Guardian, La Repubblica, PDN, TIME, American Photo Magazine, Huffington Post, National Geographic and other magazines and books. You can follow her from February 15 to 21 on our Instagram account @instaphom. Enjoy!

Unfortunately we don't have the English translation of our interview to Nausicaa Giulia Bianchi yet, but it will be available soon. Meanwhile, you can read it in Italian.

ONE COMMENT ON THIS POST To “#Phomtakeover – #2 – Giulia Bianchi”

  • Riccardo

    Thursday February 11th, 2016 at 04:50 PM

    La tua chiarezza è una luminosità.
    Ma non di quelle accecanti, che confondono l’equilibrio del sé, e non di quelle sinuose, tipo dell’Albero di natale, che subito richiamano un bisogno di caldo denso scuro.
    È come quando non trovi la fessura della porta della casa nel bosco e hai un po’ paura dei rumori, o come quando vuoi capire cosa fanno quei rospi uno sopra l’altro (uno sopra l’altra?).
    E poi subito la spegni quella luce, che non è luminosità infatti, che pensi che nel bosco ti vedono che hai solo una lucina piccola, che senti che ai rospi disturbi l’intimità, che il faro è come il pensiero d’amore. Viene e va.
    La tua luminosità, Giulia, è come lo stellato per un navigatore solitario. Immenso, ma eppure gentile. Rassicurante. Solidale. (Financo utile!)
    Hai ragione a chiederti se aggiungere le parole alle tue immagini, a cercare un modo per non entrare nella produzione e, nel contempo, fare di un sito quello che il seminatore fa di un seme nella terra.
    Ma sono sicuro che non hai fretta e che la verità arriva precisa. Un mattino.
    Non ci sono mezzi per spiegare quello che si avrebbe voglia di dire con un abbraccio. Con un bacio di grazie, come quando da piccoli si riceveva quello che si aveva chiesto al proprio Babbo natale.
    La tua opera mi circonda di braccia di donne gentili che mai ho visto e che mai vedrò probabilmente. Che mi dispiace, che mai vedrò dal vero. Ci penso spesso e ho capito che tutte le vorrei conoscere, ma come te, al posto tuo, standoti invisibile silenzioso, nel taschino della camicia, su una stanghetta degli occhiali, attaccato a un capello. Ma di più, sentendo il tuo sguardo. Essendo te che fai quella foto lì. Stare lì, ascoltare quell’otturatore rumoroso, nel silenzio di me.
    Apri una porta di infinito, di multiverso, di smaterializzazione. Senza metafisica radical, semantica o postvittoriana, se mai esistesse ed esisterà.
    Cioè, molto semplicemente, fai venire voglia di essere te con loro. Fai venire voglia di esserci.
    Lì, là, nelle americhe. O qui, che poco importa, nella Liguria del mare di noi, bagnati fino alle ginocchia prima di buttarci nella scoperta del nostro esserci. Esserci a se stessi.
    Ecco, sì. Hai la stazza della Santa, della Giovanna d’Arco, quella prorompenza uterina che, giustamente per quanto mi riguarda, si pensava la sola divina. Credo che questo sia il miglior risultato possibile. Avere aperto la porta all’infinito, senza rimanere schiacciata dietro lo stipite, senza problemi di moda di chi passa prima o dopo. Hai aperto la porta e hai mostrato guardando intensa e delicata. Sapevo di essere lì con te, ero di fianco a te, ti sentivo parlarmi, vedevo la porta, ho visto la tua mano leggera sulla maniglia poggiarsi, il movimento sicuro. Ma poi, aperta la porta, ho visto solo di là. Ti ho dimenticata negli occhi miei e ti ho sentita come vento, negli occhi tuoi miei, entrata, senza lacrimazione.
    Come si chiamava quel cartone animato in cui una signora con il cucchiaio si nascondeva nel taschino di una bambina?
    Dici della disubbidienza civile. E subito si apre il sorriso Dadà: chi disubbisce a chi? Chi è civile e chi incivile? Conviene parlarne? Forse sì, scalda tutto. Sposta quel velo bianco di velatio (corsivo), di eterea fragilità. Ricorda, soprattutto; ricorda chi siamo. Il passato, che sempre è nostro, mai mio. Mi fa tornare in mente il titolo del cartone animato su Italia1, mi fa sentire la mia mano d’uomo sulla tastiera, mi sprimaccia la barba come donna devota. Devota a sé, alla sua possibilità di scelta, alla sua libertà di amare. Quindi in un certo senso ancora dentro, all’uopo, nel pieno della tua riflessione.

    Da questa parte dello schermo arriva una guarigione piena di quello spirito che la tua ricerca ti ha nutrito, allevato, forse, proprio, anche se mi fa un po’ timidezza scriverlo, che ti ha curato.
    È un testo così luminoso che sì, si fa fatica a ingordare di non chiedertene ancora.
    Ma saprai rispondere, anche di questo sono sicuro, nel caso ti venga offerta o richiesta una performance che non senti.
    Perché ne sono sicuro? Perché le parole hanno una luce e un’ombra.
    Ma solo una luminosità.
    Grazie di questa. Grazie per questa.
    Me ne faccio carico come uomo, con il coraggio di bambino di fronte al mare.

    – Grazie anche a phom, per le domande non scontate e l’attenzione di ricerca. –

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