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Enrico Bossan

LATINO - © Enrico Bossan
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Enrico Bossan è direttore di Colors e responsabile dell’area Editorial di Fabrica, centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton Group.
Fotografo professionista dal 1985, è  docente, curatore di mostre e di progetti editoriali, spesso legati alla cooperazione e a progetti di solidarietà. Ha attraversato tutti i continenti, realizzando progetti a lungo termine come Latino, (nella gallery) costruito tra il 1986 e il 1992 nell'arco di frequenti ritorni in Sudamerica.
Con le sue immagini, pubblicazioni e progetti ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti in tutto il mondo.
A Phom ha raccontato le sue idee sulla fotografia e sul ruolo che essa ha oggi - o dovrebbe avere.

Crediamo che il tuo impegno professionale rappresenti un caso interessante di intreccio di competenze, ruoli e modus operandi. Sei al contempo in Colors, fotografo, responsabile di un masterclass e docente. Da dove nasce e come si è sviluppato questo approccio al lavoro?

Secondo la mia visione della fotografia il soggetto, chi fa la foto, è altrettanto importante dell’oggetto, chi è fotografato. Da questo deriva il grande interesse che ho sempre avuto per la fotografia a sfondo sociale: l’ottica non è mai stata di dimostrare se io potessi essere bravo o meno, ma invece di rendermi utile come potevo, per aiutare alcune ONG a comunicare - come ho fatto ad esempio con i Medici con l’Africa CUAMM di Padova, con cui collaboro da molti anni. Lavorare a Fabrica e Colors è stato, fin da quando ho iniziato nel 2005, un ulteriore sviluppo alle mie conoscenze e competenze, non inerenti solo alla fotografia, ma alla comunicazione in termini più generali. Grazie a questo incredibile luogo ho potuto incontrare personalità interessanti e lavorare a progetti unici.

Lavorare in Colors ti consente di alimentare continuamente uno sguardo internazionale su aspetti molto connessi tra loro, come la comunicazione, la creatività e la fotografia. Com'è, vista dal tuo osservatorio privilegiato, l’evoluzione della fotografia?

Da questo punto privilegiato la fotografia continua ad essere una centralità nella comunicazione e nel mostrare i cambiamenti sociali, culturali, politici e non per ultimi artistici dei nostri tempi.

Quanto conta la dimensione tecnologica, oggi, nella produzione e diffusione della fotografia e quale relazione si instaura con la dimensione dell’espressività e della creatività?

La fotografia è tecnologia: è un’invenzione tecnologica e per questo nella sua breve ma intensa storia ha più volte ridefinito lo strumento con cui le immagini vengono realizzate. Dai dagherrotipi al digitale, l’immagine ha vissuto diverse fasi, senza che una abbia prevalso sull’altra. E’ stato un continuo svolgersi e reinventarsi alla ricerca dello strumento più idoneo per raccontare mediante immagini. Oggi la fotografia digitale (prodotta da qualsiasi tipo di device) come mai prima ha avvicinato tutti a prendere delle foto.

Ritieni che ci siano elementi culturali, economici e sociali che consentono più di altri di sostenere l’evoluzione di un sistema fotografia? e se si, esistono paesi, aree geografiche dove questo accade in modo più marcato che in altre?

Inevitabilmente esistono Paesi con maggiori opportunità di accesso alla tecnologia e alla forme di divulgazione della cultura (es. spazi museali). In queste realtà è logicamente più facile entrare in contatto con il passato e con le nuove generazioni. Questo non significa però un paese con poche risorse non possa avere delle eccellenze. La semplicità della fotografia consente anche alle realtà più semplici di emergere.

Come vedi la situazione nel paese Italia?

In Italia la fotografia vive un momento di grande vivacità, ma al contempo di grande contraddizione dal punto di vista commerciale, poiché mancano risorse che in passato il mondo dell’editoria e della pubblicità mettevano a disposizione.

Nel tuo ultimo progetto "Iranian Living Room"si concretizzano due cose che ci sembrano particolarmente interessanti:
- il progetto è realizzato da un collettivo di giovani fotografi iraniani,
- viene costruita un’altra rappresentazione di cos’è l’Iran, attraverso uno sguardo più privato, rivolto a quei luoghi e situazioni meno conosciute. Puoi parlarcene?

Fabrica accoglie giovani di talento da tutto il mondo e offre loro una possibilità di crescita professionale e umana  unica. Con questo progetto l’idea è stata di dare un’opportunità a giovani con altrettanto talento, che non stavano a Fabrica. Ne è uscito un ritratto inedito dell’Iran: con occhi discreti e incondizionati essi hanno raccontato il salotto di casa iraniano, spazio fisico e metaforico nascosto agli sguardi dei media internazionali e dello stato locale.
In un sistema ideologico che ha imposto un proprio modus vivendi, il soggiorno di casa assume così funzioni di utilizzo differenti – salone di bellezza, luogo di culto, spazio per la festa o dove organizzare cerimonie - costringendo la società a trasferire nell’ambito privato ciò che non può essere vissuto in pubblico. Gli scatti dei giovanissimi fotografi raccontano stanze segrete e inaccessibili ai giudizi degli altri dove effettivamente si svolge la vita.

Questo progetto è stato pubblicato da Fabrica. In una recente intervista radiofonica dici che nel dna di Fabrica c’è l’intenzione di dare voce a chi non ce l’ha. Cosa significa operativamente per una realtà legata ad un’importante brand commerciale operare in questo senso? e la fotografia aiuta a sviluppare questa intenzione?

Dare voce a chi non ce l’ha è una cosa che mi ha sempre interessato, e a Fabrica ho trovato un interlocutore più alto su questo tema. Mi è sembrato vitale su un tema così complicato ascoltare gli artefici  del cambiamento che l’Iran sta vivendo. Fabrica non è un brand commerciale. Benetton crede nello sviluppo delle idee e nei giovani e Fabrica è l’espressione della filosofia di Benetton nella comunicazione.

Rispetto alla tua produzione fotografica ritroviamo un aspetto che ci sembra costante del tuo approccio. La necessità di andare oltre le rappresentazioni stereotipate e di costruire uno sguardo più aderente alle varie dimensioni della realtà. Come in “èAfrica. È così?

Lo stereotipo deve sempre spaventarci e suscitarci diffidenza. Il lavoro di tutti noi deve essere di combattere lo stereotipo, i luoghi comuni. Il mio è semplicemente un tentativo di cercare un altro punto di vista. Non è detto che ci riesca sempre, ma è importante provarci.

Cosa ti permette di andare oltre, “trasformare la retorica e i pregiudizi in storie di vita”? Riguarda i contenuti e/o l’uso di un linguaggio fotografico? Ci piacerebbe approfondire questo aspetto.

Io non ho la presunzione di raccontare storie di vita, quello che faccio è immergermi in queste storie. Se poi talvolta riesco a restituirne alcune parti, allora sono soddisfatto del mio lavoro. Per fare questo è importante non solo l’uso di un linguaggio fotografico, si tratta prima di tutto di una presa di posizione, di un impegno sul campo.

In molti tuoi lavori “Benares”, “Mozambico”, ma anche in “Health” le fotografie ci portano in mezzo allo scorrere quotidiano della vita delle persone in quei luoghi. Non c’è enfasi, e lo sguardo sembra sempre rispettoso pur calandosi in una stretta relazione con le persone. Anche quando la fotografia appare cruda sembra appartenere a questo scorrere della vita. È una caratteristica che ricerchi nei tuoi lavori o fa parte di situazioni particolari?

Non credo che sia parte di me cercare lo scoop e l’immagine d’effetto. Ho sempre pensato che la vita di tutti i giorni possa essere più interessante perché meno eclatante, più privata, nascosta, intima, si deve ritagliare dalle pieghe di momenti che tutti noi viviamo. Sono questi momenti che generano spesso i grandi mutamenti.

Hai lavorato molto in Africa, e, ad esempio, in “Danza Uganda” e “Neramadre - Pediatria” il rapporto con le persone fotografate è molto intimo. Come ti accosti alle persone, ai gruppi che fotografi che appartengono a culture diverse dalla nostra.

Le mie prime immagini erano delle immagini di paesaggio urbano. Notavo però che riguardandole non mi suscitavano nessun interesse. Mi dedicavo a un esercizio di mera estetica fine a se stessa. Solo ascoltando il mio corpo e la mia relazione con lo stare in mezzo alle persone, anche con la macchina fotografica, ho potuto vedere il mondo che mi circondava in modo meno superficiale e più empatico. Se volessi tradurlo in un esempio molto semplice, è come quando in alcuni momenti sentiamo dei brividi che scorrono lungo il corpo. Posso riconoscere il momento in cui ho sentito questi brividi per la prima volta: nel giugno del 1981, quando, abbondanando il tema del paesaggio urbano, decisi di confondermi in una spiaggia in mezzo alle persone. Improvvisamente lì, in quella circostanza, ho smesso di sentirmi inutile.

Quando fotografi a colori li usi saturi e vivi. In particolare in “Exit” come anche in “Latino”. Hanno una funzione specifica nel tuo linguaggio visivo? e quando passi al bianco e nero cosa cambia?

Ho sempre pensato che la fotografia a colori avesse una relazione con la mia data di nascita (1956). Sono nato nell’era in cui il colore ha rappresentato un cambiamento sociale rilevante nella vita di tutti i giorni, dalla segnaletica, all’architettura, agli oggetti della vita quotidiana. Un desiderio che vorrei definire una fame di colore che non mi ha mai fatto pensare che fosse una scelta non appropriata. Probabilmente le mie radici materne, affondate nel Sud, mi riportavano ai colori saturi, ricchi di sapori e di densità e mi è venuto naturale voler rivedere le mie immagini con questo tipo di tono.

A noi pare anche nella tua produzione fotografica ci sia una continuità narrativa che la caratterizza. Tra i diversi reportage scorra un necessità di raccontare il mondo volendo far emergere alcuni aspetti piuttosto che altri. È cosi?

Ho sempre cercato di avere un perché che fosse legato alla mia identità. In una prima fase mi sono cercato come persona, come essere, probabilmente girando anche un po’ a vuoto e senza senso, ma questo cercarmi mi ha permesso di capire l’importanza di trovare un punto di partenza e un punto di arrivo per ogni mio progetto. Un esempio per tutti: quando per sette anni ho percorso l’America Latina è stato perché i racconti di un amico migrato in Venezuela da ragazzo mi hanno fatto sentire quel continente quasi l’estensione del mio Paese di origine; ho trovato nelle sue parole dei suoni, dei ricordi, dei colori che mi esortavano ad andare. “Latino”, il nome con cui ho chiamato questo progetto, è il viaggio che ti riporta al luogo da cui sei partito.

Nel tuo lavoro di fotografo pensi a quale posizione avremo noi come spettatori delle tue fotografie? cosa pensi che faremo di fronte ad esse?

Non mi aspetto nulla dai rimiranti e non mi sono mai nemmeno immaginato che cosa potrebbe fare il pubblico davanti alle mie immagini. Sarebbe più importante per me sapere come le mie immagini eventualmente possono coinvolgervi e la ragione per cui lo fanno.

Cosa ne pensi delle produzioni multimediali e dell’intreccio tra video e fotografia? (hai anche diretto anche un cortometraggio)

La fotografia è guardare un singolo frame. Credo che la forza del frame sia il senso della fotografia.

Nel rapporto con le nuove tecnologie digitali (sia smartphone che app specifiche come Instagram) si intravedono sia problemi di varia natura, legati, ad esempio, alla precostituzione delle forme estetiche, sia occasioni per continuare nell’evoluzione del linguaggio fotografico. Cosa ne pensi?

Tutto può partecipare all’evoluzione della fotografia, non solo l’aggiornamento tecnologico dei device, ma anche tutte le applicazioni ad essi collegate. Credo inoltre che tutti i social network possano partecipare allo sviluppo e alla divulgazione dei contenuti. Il tutto si mescola in un caleidoscopio che può portarci a rileggere le forme estetiche ma anche allo stesso tempo ingannarci nell’effimero.

A chi passi il testimone?

Ad Anthony Suau.

 

Intervista a cura di Marco Benna

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