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Ernesto Bazan

Al campo
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Bazan Cuba
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Isla
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Ernesto Bazan
 nasce a Palermo nel 1959. Giovanissimo capisce di voler fare della fotografia la sua professione, e la sua determinazione lo porta a specializzarsi frequentando la School of Visual Arts a New York. Per un breve periodo farà parte di Magnum Photos.
Folgorato dall'isola di Cuba, vi rimane per 14 anni, documentando il cosiddetto "Periodo Especial", dove ottiene il permesso di fotografare i militari, la lavorazione dello zucchero, la sanità e l'istruzione. Durante gli ultimi anni di permanenza, fotografa la vita quotidiana delle persone, formando un corpus di immagini che raccoglierà in una trilogia dedicata all'isola. Negli anni ha esposto e ricevuto numerosi riconoscimenti in tutto il mondo.
In questa intervista, Bazan ci ha raccontato del suo lavoro, dei particolari intrecci tra la sua vita e la sua fotografia, e degli anni cubani che lo hanno profondamente segnato sul piano personale e professionale.


Vorremmo cominciare dai luoghi della tua vita: Sicilia, Cuba, Messico, gli USA. Li hai fotografati seguendo sempre la tua particolare visione, e creando a volte delle connessioni sottili tra posti così distanti e diversi. Ce ne vuoi parlare?

Credo profondamente nel destino e sento che ognuno dei posti dove ho vissuto ha giocato un ruolo importante nella mia vita e nella mia formazione fotografica.
La Sicilia, è l’isola dove ho visto e sentito la luce per la prima volta. Tutto il mio viaggio fotografico è iniziato lì in un sogno che mi ha portato in ordine cronologico a Manhattan, un’altra isola dove sono diventato ufficialmente fotografo, poi a Cuba, anch’essa un’isola, dove era destinato che approdassi e che mi ha cambiato completamente l’esistenza: incontrando la mia compagna di vita, facendo nascere lì i nostri gemelli Pietro e Stefano, immergendomi per quattordici anni in un viaggio unico che mi ha permesso di creare questa insperata trilogia. Mi ci sono voluti solamente quattordici anni di scatti e otto di produzione per un totale di ventidue anni. Quando ci penso, mi manca spesso il respiro!
E poi sono seguiti tutti i microcosmi in America Latina fra cui il Brasile, il Perù e il Messico, dove da anni ritorno con l’ostinatezza di un mulo testardo e che mi auspico in futuro possano diventare nuovi libri.

I tre volumi che hai realizzato su Cuba – Bazan Cuba, Al Campo e Isla – sono differenti tra di loro, ma una parte delle immagini sono state scattate simultaneamente. Avevi già in mente questa trilogia, o hai assecondato un istinto che ha poi preso la direzione che ne è risultata? 

Tutto il mio lavoro nasce istintivamente e si affida alla spontaneità. Trovo un luogo che m’interessa e mi tuffo dentro questa realtà senza preoccuparmi tanto quando ritornerò a galla o che sarà delle foto che scatterò.
Se qualcuno mi avesse detto al mio arrivo a Cuba che ci avrei vissuto per oltre un decennio e che sarebbero sorti tre libri, avrei sorriso sorpreso. Dal 1992 al 2000 ho lavorato esclusivamente in bianco e nero e con una reflex. Poi nel 2001 mi fu chiesto di lavorare a colori per un progetto e, sempre lo steso anno, mi fu offerta una macchina fotografica panoramica di seconda mano che acquistai senza esitazione. Cominciai a fotografare con queste tre macchine fotografiche per il piacere di farlo, senza immaginarmi lontanamente che stavo creando tre diversi corpi di lavoro.

Come si è sviluppato il processo di editing collettivo che hai messo in opera per questi tre volumi?

Dopo essere stato costretto ad abbandonare Cuba nel 2006 mi resi conto che si stava chiudendo un capitolo importante della mia vita. A ogni workshop portavo con me le stampe del futuro primo libro che ritenevo valesse la pena condividere con i miei studenti. Alla fine di ogni corso mostravo queste foto ai miei studenti per avere il loro parere. E’ nato così l’editing corale dei miei libri cui hanno preso parte un numero sempre maggiore di studenti. Selezionare le proprie foto è il tallone d’Achille di tutti noi fotografi: siamo troppo legati emotivamente per essere sufficientemente obiettivi e distaccati. Avendo tanti “occhi” che esprimevano il proprio giudizio severo mi aiuta moltissimo ad essere più duro durante la fase di selezione e di sequenza di un libro.

Impiego generalmente due anni per creare la struttura visuale. E’ un metodo straordinario e unico che lentamente sono riuscito a creare assieme ai miei studenti, cui si aggiunge un’altra fase delicata per la produzione di un libro: l’auto-finanziamento.
Grazie alla generosa partecipazione di tantissimi studenti e amici disposti a pre-acquistare sia edizioni limitate sia edizioni normali dei miei libri, sono riuscito ad ottenere una totale indipendenza editoriale. Assieme abbiamo creato la casa editrice BazanPhotos Publishing che dal prossimo anno incomincerà a pubblicare i lavori dei miei migliori studenti: sei di loro sono già stati preselezionati.
Sono lavori intimi e personali. Nutro la speranza che nel 2019 saranno disponibili almeno dodici titoli fra i miei e quelli dei miei studenti. Sarà un altro sogno realizzato!

La scelta di un formato spesso influenza la propria visione, e tu hai utilizzato -praticamente in simultanea – bianco e nero, colore e formato panoramico: ci vuoi parlare delle differenze nell’intento e nella modalità espressiva che questi formati racchiudono, e perché li hai scelti?

Fotografo da sempre in bianco e nero. Sento che sia il mezzo espressivo naturale profondamente connesso al mio occhio “interno”. Al Campo rappresenta il mio unico lavoro a colori fino ad ora. Ha rivoluzionato la mia maniera di vedere il mondo esterno. Sapere di avere pellicola a colori in macchina ha fatto nascere dentro di me una nuova consapevolezza. Improvvisamente il mio universo fotografico si è esteso. La gente non era più il mio soggetto primario: semplici oggetti, nature morte, primi piani, paesaggi sono diventati parte integrante del mio repertorio. Con l’utilizzo della macchina panoramica si è estesa ulteriormente la mia sensibilità fotografica. Ho istintivamente elaborato una visione nuova che lo stesso mezzo mi ha “costretto” a trovare. Ognuna delle macchine fotografiche e l’utilizzo del colore mi hanno permesso di raccontare lo stesso luogo utilizzando sfumature diverse.

La tua fotografia si presenta come una potente narrazione del quotidiano: cos’è per te la narrazione per immagini?

Più tempo passa e più mi rendo conto che i momenti quotidiani che fotografo si rivelano davanti ai miei occhi quasi per magia; mi chiedono d’essere immortalati. Ed io ci provo!

Le tue immagini formano un racconto di persone e luoghi, ma sono anche completamente autosufficienti: quanto è importante che le foto siano insieme indipendenti e complementari?

Ho sempre ritenuto che ogni immagine per essere interessante debba contenere una propria forza interna che scaturisce nel giusto dosaggio fra contenuto e forma. Se una di queste due componenti è assente o una delle due prevarica l’altra la foto è condannata. Nei miei libri e in quelli futuri dei miei studenti non avremo mai foto complementari di accompagnamento: ogni fotografia dovrà avere la sua intrinseca forza.

Alcune tue foto hanno un respiro ampio, altre invece sono molto intime. Come gestisci il rapporto con le persone che fotografi? Che tipo di relazione viene fuori successivamente?

Come dicevo prima, dopo l’esperienza cubana con la pellicola a colori e con il formato panoramico, tutto il mio lavoro successivo in bianco e nero si è rivoluzionato. Nei miei lavori a Bahia in Brasile, in Messico, in Perù e in Sicilia sto utilizzando contemporaneamente i diversi generi fotografici di cui sopra (paesaggio, ritratto, natura morta) che sono quasi assenti nei miei primi libri: Il Passato Perpetuo, Passing Through e in Bazan Cuba.

Il racconto fotografico attuale si avvale di tutti questi generi e diventa allo stesso tempo più complesso e semplice, sicuramente più intimo avendo l’opportunità con i miei workshop di ritornare negli stessi luoghi. Una volta abbandonata Cuba definitivamente nel 2006, mi resi conto che l’intimità acquisita vivendo dall’interno sarebbe stata impossibile da ripetere negli altri microcosmi dove stavo lavorando. Lentamente grazie alla possibilità di ritornare in maniera circolare e costante a Bahia, nella Valle Sacra nella sierra peruviana e nella zona amazzonica attorno a Iquitos in Perù, a Oaxaca durante la festa de Dia de Muertos, e in Sicilia in questo triangolo di fede fra Trapani Marsala e Buseto Palizzolo durante la Pasqua, la gente che fotografo incomincia a riconoscermi. Come a Cuba non sto fotografando solo estranei conosciuti per qualche istante per strada, ma anche persone con cui inizio a condividere la vita. La differenza di approccio riesce a darmi questo livello d’intimità sempre più imprescindibile nel mio lavoro.

Un elemento biografico attraversa la tua fotografia, anche quando sembra meno evidente. Quanto è importante la propria storia personale per saper cogliere le storie degli altri?

E’ necessario. Se non fosse così le mie foto sarebbero fredde e distanti. Dico sempre che sono il fotografo che sono grazie al fatto d’essere nato a Palermo. Se fossi nato a Trapani, Roma o Aosta sarei un altro fotografo. Posso dire che la città e la mia famiglia mi hanno forgiato come persona.

I tuoi libri nascono da esperienze di crowdfunding e self-publishing: che idea ti sei fatto, ormai, di questi meccanismi di finanziamento e di diffusione, sempre più importanti per l’editoria fotografica?

L’essere riuscito a mantenere la sovranità e il controllo assoluto di ogni mia fotografia, di ogni mia parola, della copertina nei miei libri cubani è motivo di gioia e orgoglio. Vedere lentamente che ogni libro si sta esaurendo e sapere chi sono gli acquirenti mi permette di avere un rapporto privilegiato e di poter proporre nuove collaborazioni future. Per fare un esempio concreto, nel fundraising di Isla siamo riusciti a prevendere la metà delle copie prodotte. Questo successo si deve al network di sostenitori che dal 2008 a oggi hanno seguito il mio lavoro con passione e una devozione commovente.

Anni fa hai messo da parte i lavori su commissione e hai lavorato soprattutto sui tuoi lavori personali, finanziandoti anche grazie ai workshop: cosa cerchi di trasmettere con i workshop che conduci, e che rapporto cerchi con i tuoi allievi?

Mi piace dire che dopo il sogno del 1977 che mi portò a New York, l’avere deciso di abbandonare il lavoro di committenza per dedicarmi totalmente all’insegnamento sia stata la “rivelazione” successiva. L’avere creato la casa editrice rappresenta la terza visione. Altre seguiranno!

Assieme ai miei studenti abbiamo allargato il concetto di famiglia. Con molti di loro ho avuto la fortuna di instaurare un rapporto intimo e personale che va molto al di là della relazione alunno-maestro. Una delle cose che li sorprende è che voglia conoscere il loro parere sul mio lavoro. Direi che è un rapporto unico e paritario dove tutti apprendiamo qualcosa a ogni workshop.

Fra i tuoi allievi ci sono tantissimi giovani: cosa trovi in questa nuova generazione e che approccio hanno al racconto per immagini?

Fatte poche eccezioni, la stragrande maggioranza dei miei alunni svolgono una professione che non ha niente a che vedere con la fotografia. Questo non toglie che nutrano nei confronti della fotografia una grande passione e che alcuni di loro abbiano un grande talento. Il mio aiuto consiste nel cercare di far loro trovare la propria strada in cui possano lentamente sviluppare un linguaggio personale.

Ci sono in giro molti video che documentano il tuo lavoro, soprattutto per la stampa dei libri e i workshop, e anche altri più personali. Hai mai pensato di realizzare un prodotto multimediale con le tue immagini? Hai un interesse e guardi i multimedia di altri fotografi?

Per il momento siamo soddisfatti degli audio visuali che abbiamo creato per promuovere i libri che, come dici, sono mezzi espressivi multimediali. L’idea in futuro è di continuare su questa strada e di fare dei veri e propri documentari.

Chi sono i fotografi che ritieni tuoi “maestri” e che abbiano influenzato la tua vita e il tuo approccio alla fotografia?

L’unico fotografo che ammiro profondamente prima come uomo e poi come fotografo è Robert Frank. Ho avuto il piacere di conoscerlo personalmente quest’anno e ritengo che il nostro incontro sia stato molto importante nella mia vita come racconto nella conversazione in tre atti alla fine di Isla.

Sappiamo che al momento non puoi tornare nell’isola che tanto ha segnato la tua vita. Quale sarebbe la prima cosa che faresti, se potessi tornare a Cuba?

Piangere di felicità.

A chi passi il testimone e perché?  

Lo passo senza indugi al mio caro amico e studente Juan de la Cruz che da anni condivide il mio cammino e che considero un grande fotografo. Il libro a colori sulla sua personale visione del Messico sarà pubblicato dalla BazanPhotos Publishing nel 2016. Senza ombra di dubbio so già che sarà un libro che lascerà una traccia profonda.

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