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Fausto Podavini

Dal lavoro
Dal lavoro "MiRelLa" - 01

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Dal lavoro "MiRelLa" - 02

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Dal lavoro "MiRelLa" - 03

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Dal lavoro "MiRelLa" - 04

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Dal lavoro "MiRelLa" - 05

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Dal lavoro "MiRelLa" - 06

Dal lavoro "MiRelLa" - 06

Fausto Podavini è un fotografo romano, molto attivo nella sua città con il collettivo WSP di cui è membro. Dagli studi tecnici passa alla foto in studio e poi approda al reportage, attraverso un percorso personale che lo ha portato a fotografare il suo Paese e quattro continenti. MiRelLa è il suo ultimo lavoro, intimo e lucido, che ha ricevuto grande attenzione e riconoscimenti internazionali. Noi di Phom lo abbiamo intervistato.

Partiamo dal tuo lavoro MiRelLa, in cui racconti l’amore di una donna verso il marito affetto da Alzheimer: che impatto emotivo e che difficoltà, anche tecniche, hai dovuto affrontare di fronte a questa storia?

Intanto grazie a voi per questa intervista. Partiamo subito con le cose semplici insomma! MiRelLa è stato il progetto fotografico più difficile che abbia mai affrontato fino ad ora. Molto più difficile gestire l’impatto emotivo che quello tecnico, anche se realizzare un unico lavoro all’interno di un solo appartamento per anni non è stato semplice.
MiRelLa è stato un progetto vissuto in prima persona, pertanto l’aspetto - e l’impatto - emotivo è stato altissimo.

Ci vuoi parlare del tuo rapporto con la narratività, da come costruisci le tue storie all’importanza che dai all’editing (in quanto selezione delle immagini) ?

Se si fa un progetto a medio o lungo termine credo sia fondamentale cercare di ragionare sulla narratività. Detto questo, non credo di costruire storie. Il termine “costruire” mi sa di costruito! Io le storie provo a viverle, ad immergermici dentro, a cercare di capire quali sono le sensazioni e le emozioni che caratterizzano ciò che sto vivendo. Cercare quanto più possibile di entrare in empatia con le persone o con il luogo che sto raccontando provando quanto più possibile ad andare oltre al descrivere semplicemente. Sicuramente, per fare questo non bastano solamente le fotografie, ma queste devono essere supportate anche da un buon editing che serve appunto a dare una impronta di quello che si vuole comunicare. L’editing ha un’importanza enorme in un progetto fotografico.

Che peso ha la postproduzione in MiRelLa e che rapporto hai in generale con questa fase del lavoro fotografico?

MiRelLa ha ottenuto un riconoscimento quando era ancora in work in progress, senza che vi fosse un minimo di postproduzione. La postproduzione in MiRelLa è la stessa che si sarebbe potuta fare in camera oscura, se avessi scattato in pellicola. Neri chiusi e alto contrasto.
Il rapporto che ho con la postproduzione è un rapporto pacifico, non mi faccio condizionare da lei ma sono sempre io a comandare e a tenerla a bada!

In alcune tue foto le figure tendono ai margini, oppure sono inserite in prospettive "irregolari", sottintendendo dinamiche inaspettate all'interno dell'inquadratura e quindi della storia che stai raccontando... Ce ne vuoi parlare?

Hai detto tutto tu!
Sinceramente non te lo so spiegare, vengono così. C’è poco di ragionato e molto di spontaneo. Mi piace molto comporre sfruttando i margini, purtroppo però non sempre questo è efficace! Per il resto provo sempre a sperimentare, a cercare modi alternativi. Credo che la composizione sia uno dei pochi mezzi a disposizione di un fotografo per cercare di andare oltre a ciò che semplicemente si presenta davanti agli occhi.

Un lavoro a cui sei molto legato è quello che hai realizzato sul territorio romano e che racconta il rapporto dei disabili con lo sport. Ce ne vuoi parlare?

Fu uno dei miei primi progetti fotografici “seri”. C’era la volontà di raccontare questa realtà un pò nascosta delle piccolo associazioni sportive per ragazzi diversamente abili. Un lavoro molto difficile, ma che fu un esperienza umana bellissima.

Nel lavoro “Ukli Bula” invece hai fotografato la cerimonia del salto del Toro, praticata dalla comunità etiope degli Hamer. Cosa vuol dire fotografare una cerimonia che si fonda su codici culturali diversi dai nostri e che tipo di restituzione hai cercato di darne?

In un lavoro come “Ukli Bula”, devi mettere dentro tutta l’esperienza fotografica che hai. La cerimonia del salto dura solo qualche ora e devi essere in grado di capire in anticipo cosa accadrà e quali sono i punti importanti che devi fotografare: per fare questo, devi arrivare preparato. Devi sapere cosa andrai a vedere e cosa andrai a vivere. Non si può avere la presunzione di giudicare un rito fondato su codici culturali diversi, quindi ti limiti pertanto a documentare quello che è il rito stesso, cercando però di farne trasparire l’atmosfera che si respira. Ecco, il tentativo è quello, restituirne l’atmosfera.
Il problema di questi riti è che il turismo li sta “uccidendo” e si rischia di far diventare il rito stesso uno spettacolo da circo. Ho vissuto l’Ukli Bula due volte in due anni diversi. In entrambe le volte chiesi alla mia guida di assistere ad una cerimonia intima e vera, senza presenza di turisti. Se la prima volta fu effettivamente così, la volta successiva mi sono ritrovato con tantissimi turisti che ben allineati su un ipotetica linea da tribuna, vivevano il tutto sempre guardando attraverso un cellulare o una videocamera…

Ti abbiamo seguito in rete durante la tua raccolta di fondi per poter realizzare un libro da questo lavoro. Hai raccolto 13.329 euro in soli 37 giorni, superando l’obiettivo di circa 1.600 euro. Ci vuoi raccontare questa incredibile esperienza di crowdfunding e di come ti è venuta l’idea di attuarla?

Si, il crowdfunding per la realizzazione del libro è stato un successo incredibile! Non me lo sarei mai aspettato perché, possiamo anche dirlo, l’idea era un po’ folle! Raccogliere 11700 euro circa in 37 giorni, con quote che partivano da 1 euro fino ai 400. Insomma voleva dire riuscire a coinvolgere una grande quantità di persone. Però alla fine, è andata, è andata alla grande, regalandomi un incredibile soddisfazione: “MiRelLa” è diventato un progetto di tutti e la cosa che più mi ha emozionato è l’esser riuscito a coinvolgere non solo il mondo della fotografia ma anche le persone che non seguono questa arte, ma che hanno voluto partecipare ugualmente o perché hanno vissuto una stessa situazione o perché purtroppo la stanno vivendo. Questo mi ha fatto anche capire ancora di più quanto l’Alzheimer sia diffuso e quanto si tenda a tenerlo “nascosto” e a viverlo in privato.

Hai vinto numerosi premi, ultimo dei quali il Primo Premio “Daily Life” del World Press Photo 2013 con MiRelLa. Che impatto hanno avuto sulla tua carriera?

Beh, un premio come quello del World Press ti da una grandissima visibilità, con tutto ciò che ne comporta. E’ stato anche il mezzo che ha permesso di far conoscere “MiRelLa” a quanta più gente possibile, in ogni parte del mondo.

Che rapporto hai con il video e il multimedia? Ne hai mai realizzati o hai in progetto di farlo? Quanto sono collegati alla tua maniera di raccontare per immagini?

Lo trovo interessante. Un modo buono per presentare i propri lavori. Ne ho realizzato uno per “MiRelLa” che faccio vedere durante la presentazione del libro o nei workshop che faccio e ne sto realizzando uno sul lavoro sul carcere minorile. Ma i miei multimediali son molto più "fotografici" che video!

Sappiamo che fai parte del collettivo WSP di Roma. Vuoi dirci come funziona e che ruolo hai?

Il WSP è un collettivo di 5 fotografi che ha messo su questa realtà ormai abbastanza consolidata su Roma. Io sono stato l’ultimo ad entrarvi, ed è una realtà che cerca di fare e parlare di fotografia a 360 gradi, con un occhio di riguardo al reportage. Pertanto oltre a fare mostre fotografiche, incontri con i fotografi, presentazioni libri, c’è anche un aspetto importante che viene dedicato alla formazione, partendo dai corsi base fino ad arrivare a corsi avanzati di reportage annuali, corsi di reportage trimestrali, corsi di photoeditor e anche di photoshop. Io mi occupo principalmente della formazione, (oltre ad essere il docente del corso annuale di reportage avanzato) anche se in realtà tutti facciamo tutto.

Ci puoi parlare del difficile equilibrio da gestire tra progetti personali e progetti commissionati? Nel panorama italiano, che margini di libertà ha il fotografo?

Non credo sia giusto parlare di “difficile equilibrio”. I progetti personali si scelgono, ci si dedica tempo, energia ed economie. Si può decidere in quanto tempo realizzarlo e che grado di approfondimento dare. Un lavoro commissionato richiede tempistiche ed un approccio diverso. Per quanto riguarda la libertà, credo ci sia.

Dopo la pubblicazione del libro MiReLla, quale sarà il tuo prossimo progetto?

Intanto presentare il libro in più posti possibile! Il mio prossimo progetto è concludere i progetti già iniziati!

Una curiosità: puoi raccontarci la storia del titolo di questo lavoro?

E’ tutto scritto nel libro! Se lo dico anche qua non c’è più gusto a leggere il libro! Scherzi a parte, è legato alle note musicali….ecco questo lo posso dire!

Ci sono fotografi ai quali ti senti vicino per approccio e visione, del passato o contemporanei?

Io sono cresciuto studiando le foto di alcuni contemporanei che tutt’ora mi affascinano come Nachtwey, Koudelka, Kratochvil, Pellegrin, Zizola, Turetta.

A chi passi il testimone, e perché?

Giovanni Cocco, perché ha una visione della fotografia che sento molto vicina! Sensibilità ed emozione prima di tutto!

 

Intervista a cura di Marco Benna

ONE COMMENT ON THIS POST To “Fausto Podavini”

  • Salvatore Valenti

    3 settembre 2015 at 12:46

    bellissimo lavoro, complimenti . rimango un po’ perplesso sulla prima foto , sull’inquadratura che si vede sullo specchio piccolo ( lo sguardo sullo specchio grande è verso l’alto, su quello piccolo da verso il basso)

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