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© 2013 Antonio Armentano, Montebello Ionico (RC), Saline.

© 2012 Nino Cannizzaro, Palermo - Messina.

© 2014 Claudia Corrent, Isola di Burano (VE).

© 2013 Benedetta Falugi, Follonica (GR).

© 2013 Mauro Thon Giudici, Milano.

© 2009 Salvatore Lembo, Roma, Testaccio.

© 2012 Andrea Lombardo, Genova.

© 2011 Gaetano Paraggio, Battipaglia (SA), litorale.

© 2013 Giancarlo Rado. Diego Rizza, la moglie Anna Zurek , il figlio Tomek e Savanna ritratti in Malga Fossernica di Dentro , Caoria, Trentino, prima della chiusura dell'alpeggio estivo.

© 2014 Giacomo Streliotto, Cartigliano (VI).


L’idea che gli italiani hanno del proprio Paese è mutevole e sfaccettata come il paese stesso. Eppure, in qualche maniera, di questo Paese si percepiscono i confini, i limiti, i desideri.

A trent’anni dal “Viaggio in Italia” curato da Ghirri, “Questo Paese” prova nuovamente a descrivere il perimetro della nostra penisola e delle sue isole. Un esercizio di geografia interna, una sorta di taccuino di viaggio del nostro “Inland Empire”, diversissimo dal 1984 del primo “Viaggio”, e incredibilmente uguale a se stesso.

Un’Italia fatta di margini, confini, spazi sottili e persone, a volte assenti ma di cui abbiamo intuito il passaggio.

Partendo da uno spazio volatile e condiviso come il web, “Questo Paese” si muove all’interno di questi margini, per prendere corpo fisico in una mostra ed un progetto editoriale.
Abbiamo incontrato l’ideatore e curatore Fulvio Bortolozzo, che ci ha raccontato la genesi e gli sviluppi di questo progetto.


Da dove ha origine l’idea del progetto?

Dalla presa d'atto che avevo visto scorrere trent'anni esatti dal primo e ultimo progetto editoriale collettivo, a mia conoscenza, che avesse avuto l'ambizione di riunire dei fotografi attorno al tema dell'iconografia del Bel Paese. Mi riferisco al mitico “Viaggio in Italia”, voluto e curato da Luigi Ghirri.

Il progetto prende corpo nel web, all’interno del fecondo e scalpitante gruppo che è WDTR. Qual è il ruolo della rete in questo progetto?

Un ruolo fondamentale. Proprio l'esperienza nella rete, per me iniziata nell'ormai lontano 1998 con il primo sito personale e prima ancora con le BBS cittadine e i modem acustici, mi ha dato lo spunto per considerare possibile usare un approccio differente al tema dell'iconografia italiana dei luoghi. Nel 1984 la rete non esisteva ancora e i canali di diffusione della fotografia erano legati all'editoria, in particolare specializzata e periodica, oltre che alle rarissime sedi espositive. Prima di allora per lunghi anni la sola esistente fu quella di Lanfranco Colombo a Milano, la Galleria Diaframma Canon. Strutture quindi tradizionali, con tutto quello che questo significa in termini di selezione dei fotografi e diffusione del loro lavoro. Con il Web 2.0, unitamente alla tecnica digitale di produzione e diffusione delle fotografie, assistiamo invece ad un azzeramento epocale di ogni barriera tecnologica e quindi anche “relazionale”, almeno in apparenza. Nel mare magno di miliardi di fotografie prese e viste di continuo si impone però l'esigenza di ritrovare non delle barriere, ma delle canalizzazioni dei flussi. Per questo motivo nel settembre 2013 decisi di aprire per i miei contatti su Facebook “We Do The Rest”, un gruppo chiuso nel quale poter pubblicare e discutere del fotografico senza finire sommersi dallo tsunami di parole e immagini tipico di questo come di altri social network. La cosa interessante è che certamente i primi nomi li ho scelti io, però nel tempo ognuno dei partecipanti ha portato nel gruppo persone che stimava e così si è formata una piccola comunità piuttosto vivace, ma coesa. Verso la scorsa primavera mi sono reso conto che diversi fotografi prendevano immagini nei loro luoghi di vita seguendo un proprio percorso di ricerca. Occasione eccellente per fare una selezione senza farla cadere dall'alto di relazioni personali o medaglie appuntate da qualche istituzione, ma direttamente dal reciproco riconoscersi di persone che osservavano e si interessavano l'un l'altra delle fotografie man mano che scorrevano nel gruppo. Da qui all'idea di realizzare un fotolibro On Demand, rigorosamente con blurb.com per restare coerenti con le strutture basilari della rete, il passo è stato davvero breve.

Questo Paese ha già avuto una prima tappa pubblica come mostra al Festival di Corigliano Calabro e sappiamo che diventerà anche un libro. Quali sviluppi futuri prevedi per il progetto? È previsto un ritorno nel web sotto forma di prodotto dedicato, oppure ritieni che la forma mostra e libro siano quelle più coerenti?

Corigliano Calabro è arrivato come un dono inatteso e davvero speciale. La condizione che posi ai fotografi che selezionai per partecipare al progetto del fotolibro fu che mi sarei preso tutto il tempo per farlo, senza che mi venissero create pressioni di sorta. L'occasione di esporre a Corigliano Calabro Fotografia rischiava quindi di spingere tutto verso una conclusione troppo affrettata del progetto. Per fortuna la grande intelligenza e sensibilità di Gaetano Gianzi, anima del Festival, ci ha permesso di compiere l'esperienza di un'esposizione del “work in progress” di 10 fotografi sui 25 partecipanti al fotolibro, con tre stampe fotografiche ciascuno. Durante i giorni della manifestazione vi è stata poi l'integrazione di una mia presentazione del progetto accompagnata da uno slide show che riuniva tutti i fotografi, sempre con 3 fotografie ciascuno. Di questo c'è testimonianza nel video girato da Mauro Thon Giudici e che è visibile sul mio canale You Tube o anche dal blog Camera Doppia. Per ora, la formula che prevede un libro On Demand e mostre collettive mi pare la più equilibrata. Penso al web sempre come ad un luogo di incontro per tessere occasioni di scambio che trovino nel quotidiano reale di ciascuno il loro punto finale di espressione.

Cosa ci indica, cosa del nostro Paese ci fa vedere “Questo Paese”?

Il titolo mi arriva dalla tossica abitudine di espormi quasi quotidianamente a notizie, talk show e altri appuntamenti televisivi legati alla politica nazionale. Nel dibattito, sovente accesissimo e sconnesso, ricorre di frequente l'interiezione “questo paese”. Un modo di riferirsi all'Italia che trovo allo stesso tempo fastidioso, quasi come una presa di distanza emotiva, e però efficace nell'evidenziare la crisi in atto tra cittadini e istituzioni democratiche. Non si tratta quindi di fare un nuovo “Viaggio in Italia”, perché l'Italia è un'entità che com'era concepibile nel 1984 non esiste ormai più, ma un percorso, molto intimo e privato, di venticinque persone le quali, per esclusivo bisogno personale, fotografano cosa c'è intorno a loro. Per questo nel sottotitolo scrivo “osservazioni nei luoghi”. Una performance che è essa stessa oggetto di osservazione, prima di essere dispositivo per osservare.

La maggior parte delle fotografie sono prevalentemente dedicate a dei luoghi e solo in un paio di casi rivolgono l’attenzione alle persone. Come mai questa scelta, che spinge il progetto in una direzione per certi versi diversa dalla tradizione?

Qui entra in ballo la mia crescente insoddisfazione per la suddivisione in “generi” dell'atto fotografico. Non ritengo più utile, nemmeno a livello didattico, separare le fotografie e i fotografi in sottogruppi definiti dal loro soggetto o luogo d'azione prevalente. Per me esiste solo il “fotografico”, che è primariamente un atto, un'esperienza psicofisica diretta e concreta. Che questo capiti in un posto piuttosto che in un altro o davanti ad un oggetto, una persona, un animale non rileva per nulla. Se proprio una distinzione di qualche tipo si fosse costretti a fare, per le solite insuperabili necessità di semplificazione divulgativa, allora vedrei bene il tener conto di altri filoni che chiamo “tradizioni”: passaggi di testimone tra fotografi e fotografi che avvengono direttamente in vita o per eredità spontanea. In questo senso, per esempio, vedo una tradizione americana, che nasce in Europa e qui ritorna. Ad essa mi sento di appartenere e su queste basi riconosco i miei simili, in senso fotografico.

Che tipo di feedback avete ricevuto dalla prima uscita pubblica del progetto?

Molto lusinghiero. A Corigliano Calabro siamo stati accolti con grande interesse ed apprezzamento. Un giornalista di valore come Michele Smargiassi ha poi scritto di noi sul suo blog “Fotocrazia” con delle espressioni di stima che ci esortano ancor più a dare il meglio di noi stessi nel non deludere le tante aspettative suscitate. Qualche rara voce negativa mi è per il vero giunta, ma mi paiono più che altro dei fraintendimenti dell'operazione che spero vengano dissolti dalla conclusione del lavoro.

Prossima tappa il libro quindi. Puoi anticiparci qualcosa sul progetto editoriale che avete intrapreso?

Una cosa vorrei anticiparvi. All'interno del gruppo We Do The Rest non abbiamo solo persone che fotografano e basta, ma anche dei blogger e scrittori che diffondono parole in varie forme e luoghi virtuali o reali. A loro ho chiesto di voler contribuire all'impresa collettiva con un proprio testo liberamente redatto. Questo perché, al di là del compito di curatore ed editore che mi sono assunto, desidero che il progetto rimanga aperto alla più ampia partecipazione possibile. Magari divenendo così l'inizio di qualcosa di molto più durevole. Chi vivrà, vedrà.

 

Intervista a cura di Marco Benna

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