Phom

Giovanni Cocco

Da
Da "Forgotten memories". Un monaco prega nella chiesa del monastero Visoki Dečani. Costruito nella metà del XIV secolo e dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, risulta adesso inserito nella lista dei Patrimoni dell’umanità in pericolo. Da anni è in atto un’opera di completo restauro. E’ abitato da 35 monaci, molti dei quali vi sono entrati negli ultimi 12 anni. Protetto dall’esercito italiano. Dečani, Kosovo.

Da "Forgotten memories". Un monaco prega nella chiesa del monastero Visoki Dečani. Costruito nella metà del XIV secolo e dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, risulta adesso inserito nella lista dei Patrimoni dell’umanità in pericolo. Da anni è in atto un’opera di completo restauro. E’ abitato da 35 monaci, molti dei quali vi sono entrati negli ultimi 12 anni. Protetto dall’esercito italiano. Dečani, Kosovo.

Da “Forgotten Memories”. Il “badnjak” - il ceppo di Natale dei cristiano-ortodossi serbi. Il rito consiste nel bruciare un ceppo di quercia fuori dai portali della chiesa poche ora prima della mezzanotte durante la Vigilia di Natale. Nei giorni che precedono le celebrazioni natalizie, i monaci salgono sulle montagne (scortati dai militari) per cercare il ceppo da tagliare. Dečani, Kosovo.
Da “Forgotten Memories”. Il “badnjak” - il ceppo di Natale dei cristiano-ortodossi serbi. Il rito consiste nel bruciare un ceppo di quercia fuori dai portali della chiesa poche ora prima della mezzanotte durante la Vigilia di Natale. Nei giorni che precedono le celebrazioni natalizie, i monaci salgono sulle montagne (scortati dai militari) per cercare il ceppo da tagliare. Dečani, Kosovo.

Da “Forgotten Memories”. Il “badnjak” - il ceppo di Natale dei cristiano-ortodossi serbi. Il rito consiste nel bruciare un ceppo di quercia fuori dai portali della chiesa poche ora prima della mezzanotte durante la Vigilia di Natale. Nei giorni che precedono le celebrazioni natalizie, i monaci salgono sulle montagne (scortati dai militari) per cercare il ceppo da tagliare. Dečani, Kosovo.

Da “Forgotten memories”. Un monaco intagliatore presso il monastero Visoki Dečani. Avulsi dal mondo fuori dal monastero, i monaci sono completamente autosufficienti nello svolgere le attività della vita quotidiana. Ciascuno di essi ricopre un ruolo determinato all’interno della comunità. Dečani, Kosovo.
Da “Forgotten memories”. Un monaco intagliatore presso il monastero Visoki Dečani. Avulsi dal mondo fuori dal monastero, i monaci sono completamente autosufficienti nello svolgere le attività della vita quotidiana. Ciascuno di essi ricopre un ruolo determinato all’interno della comunità. Dečani, Kosovo.

Da “Forgotten memories”. Un monaco intagliatore presso il monastero Visoki Dečani. Avulsi dal mondo fuori dal monastero, i monaci sono completamente autosufficienti nello svolgere le attività della vita quotidiana. Ciascuno di essi ricopre un ruolo determinato all’interno della comunità. Dečani, Kosovo.

Da “Forgotten memories”. Fedeli nel refettorio del monastero Visoki Dečani. Il 90% della popolazione attuale del Kosovo è composta da albanesi musulmani. Soltanto una ridotta percentuale appartiene alla minoranza ortodossa serba. Dato l’elevato rischio di attacchi da parte della maggioranza albanese, la minoranza serba si reca nel monastero soltanto in occasione dei maggiori eventi religiosi, quali il giorno di Natale e quello di Pasqua. Dečani è un piccolo villaggio dove intolleranza etnica e religiosa sono ancora profondamente radicate. Dečani, Kosovo.
Da “Forgotten memories”. Fedeli nel refettorio del monastero Visoki Dečani. Il 90% della popolazione attuale del Kosovo è composta da albanesi musulmani. Soltanto una ridotta percentuale appartiene alla minoranza ortodossa serba. Dato l’elevato rischio di attacchi da parte della maggioranza albanese, la minoranza serba si reca nel monastero soltanto in occasione dei maggiori eventi religiosi, quali il giorno di Natale e quello di Pasqua. Dečani è un piccolo villaggio dove intolleranza etnica e religiosa sono ancora profondamente radicate. Dečani, Kosovo.

Da “Forgotten memories”. Fedeli nel refettorio del monastero Visoki Dečani. Il 90% della popolazione attuale del Kosovo è composta da albanesi musulmani. Soltanto una ridotta percentuale appartiene alla minoranza ortodossa serba. Dato l’elevato rischio di attacchi da parte della maggioranza albanese, la minoranza serba si reca nel monastero soltanto in occasione dei maggiori eventi religiosi, quali il giorno di Natale e quello di Pasqua. Dečani è un piccolo villaggio dove intolleranza etnica e religiosa sono ancora profondamente radicate. Dečani, Kosovo.

Da
Da "Forgotten memories". Il monastero Visoki Dečani, costruito nella metà del XIV secolo e dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Da anni è in atto un’operazione di completo restauro. E’ abitato da 35 monaci.

Da "Forgotten memories". Il monastero Visoki Dečani, costruito nella metà del XIV secolo e dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Da anni è in atto un’operazione di completo restauro. E’ abitato da 35 monaci.

Da
Da "Monia".

Da "Monia".

Da
Da "Monia".

Da "Monia".

Da
Da "Monia".

Da "Monia".

Da
Da "Monia".

Da "Monia".

Da
Da "Vanishing".

Da "Vanishing".

Da
Da "Vanishing". Saintes Maries de la mer. 2007. Pellegrinaggio gitano, che si svolge nella seconda metà di maggio.

Da "Vanishing". Saintes Maries de la mer. 2007. Pellegrinaggio gitano, che si svolge nella seconda metà di maggio.

Da
Da "Vanishing".

Da "Vanishing".

Da
Da "Vanishing". Saintes Maries de la mer. 2007. Celebrazioni e pellegrinaggio in onore di Santa Maria Salomè e Santa Maria Giacobbe. Jacobè.

Da "Vanishing". Saintes Maries de la mer. 2007. Celebrazioni e pellegrinaggio in onore di Santa Maria Salomè e Santa Maria Giacobbe. Jacobè.


Giovanni Cocco è un fotografo freelance che pubblica regolarmente su diverse riviste e magazine italiani e internazionali. Fotografo autodidatta, a
pproda al professionismo dopo aver seguito diversi workshop.Interessato da sempre ai temi antropologici, sociali e ambientali, ha sviluppato un approccio molto personale caratterizzato da una "lateralità" dello sguardo, che lo ha portato a vincere numerosi premi a livello internazionale (l’Anthropographia Award, il FotoVisura Grant, l’American Photography, il Prix Roger Pic tra gli altri). Lo abbiamo intervistato, cercando di cogliere gli aspetti che caratterizzano il suo lavoro di fotografo.

La tua fotografia appare “minimale” nello stile, ma acuta e profonda nei gesti che raccoglie, nella scelta dei temi e nel trattamento visivo - questo a nostro modo di vedere. Cosa cerchi con la fotografia?

Sono attratto da quello che esce dall’ombra, dai corpi che si prendono la luce, dall’armonia e dalla bellezza. È un processo istintivo attraverso il quale intravedo storie, intreccio rapporti, mi spingo in luoghi sempre diversi, entro in qualche modo nelle vite degli altri.

Hai dato attenzione ad alcuni temi meno trattati sul piano mediatico, ma che sono fondamentali indicatori degli equilibri socioeconomici e culturali, come “Toiling Tunisia” (sul determinante lavoro agricolo delle donne in Tunisia), “Forgotten Memories” (sulla scomparsa del patrimonio cristiano ortodosso durante la guerra del Kosovo), “Moving Walls” (sulle barriere costruite ai confini dell’Europa per ostacolare l’immigrazione) o come in "Vanishing" (sul senso dei rituali collettivi). È come se mettessi in funzione uno sguardo tematicamente laterale - se ci permetti la definizione - interessato ad alcune connessioni profonde, meno evidenti, ma fondamentali per le situazioni che affronti. Cosa ci puoi dire in merito?

Cerco temi che contrastino un atteggiamento predatorio, in un’epoca in cui la produzione di immagini è diventata di massa.  Sono attirato da soggetti che mi permettono di lavorare con lentezza. Il mio istinto mi porta verso storie che creano connessioni intime, attraverso l’esperienza vissuta e il contatto umano. Per realizzare Forgotten Memories, ad esempio, ho vissuto per diversi mesi in un monastero ortodosso in Kosovo. È stata una esperienza formativa, di incontro, che ha condizionato anche il mio approccio con la fotografia. Ho imparato a cercare una fotografia della sottrazione, in cui togliere è più importante che aggiungere. In questo senso, uno sguardo che definirei laterale può essere la strada migliore per arrivare in profondità.

Nel tuo lavoro fotografico non troviamo particolare enfasi visiva. Al di fuori della chiacchiera tecnologica, ti chiediamo che ottiche usi e come la scelta del dispositivo tecnologico è connaturata al tuo stile.

La scelta tecnologica dipende dalla relazione che voglio stabilire con il mondo: una specie di atteggiamento mentale, per citare Alec Soth. Cerco di tornare spesso all’uso della pellicola e al medio formato, per ritrovare un pensiero fotografico più solido alla base di ogni singolo scatto, per avere un tempo lungo per guardare le cose.

In molte tue fotografie si costruiscono delle relazioni tra diversi soggetti - sia umani sia non: fa parte di un tuo modo di pensare e guardare?

Sì. Mi piace cercare fili invisibili che mantengano nello stesso spazio visivo le persone, i loro pensieri e l’ambiente che li circonda. Seguendo questi percorsi immaginari trovo la mia visione, il mio modo di mettere in relazione e trovare una connessione tra figure, paesaggi e memoria. È un altro modo per essere presente, per esserci, dentro quello spazio.

Ci sembra che il contrasto - soprattutto nel bianco e nero – sia il dispositivo con il quale produci la tensione nelle tue fotografie, ad esempio in “Vanishing”. É così?

Il bianco e nero è un linguaggio che mi permette di lasciarmi andare. Un modo di fotografare minimale e allo stesso tempo onirico, astratto, fatto esclusivamente di luci e ombre. Questa libertà mi aiuta ad accedere a un livello di lettura della realtà più introspettivo e, come nel caso di Vanishing, più emotivo.

Cerco sempre una sorta di tensione, e il bianco e nero mi aiuta a crearla.

In molte tue immagini, in particolare in “Monia”, troviamo una volontà di costruire ambienti visivi in cui far abitare, o quantomeno collocare, la persona ritratta, come se ricostruissi intorno al soggetto un suo mondo. Cosa ci puoi dire?

Fotografare Monia è per me un continuo atto di conoscenza. Attraverso la fotografia e l’incontro cerco di capire qual è il suo modo di guardare il reale e di abitarlo. Provo a cogliere quello che coglie lei. I mondi che vedo intorno a Monia non esisterebbero senza di lei, raccontano la sua personalità. Per questo cerco di rappresentare l’ambiente visivo che la circonda.

Come costruisci il rapporto con le persone che ritrai?

Di solito ho subito chiaro in mente come fotografare una persona. Già dal primo sguardo. Prima di farlo però ho bisogno di instaurare un rapporto di scambio, di fiducia: spiego il mio progetto e ascolto la loro storia. Cerco di instaurare un’intesa, una relazione fatta di piccole confidenze prima di cominciare a scattare.

Come sei solito preparare i tuoi progetti?

Mi piace molto una definizione di John Berger. Quando comincia a scrivere una storia dice che “entra nella fase dell’ascolto”. Un ascolto fatto di suoni, voci e parole. Anch’io cerco di entrare in quello stesso stato: dal momento in cui trovo un’idea, cerco di leggere molto su quel tema. Guardo film. Cerco storie orali. E ascolto molta musica, che ha un qualche legame con la mia storia. Mi aiuta ad entrare in un clima mentale, come lo chiama Berger. Durante questa fase metto giù le linee guida del lavoro. I luoghi, le persone, gli oggetti. Contemporaneamente, e in modo del tutto istintivo, la mia immaginazione comincia a produrre figure di riferimento – quelle che poi vado a cercare con gli occhi nel mondo reale.

Puoi dirci che approccio hai nei tuoi differenti lavori, per esempio quelli che produci in autonomia rispetto agli assegnati, o anche rispetto ai lavori commerciali?

Per quanto riguarda i lavori commissionati e i lavori commerciali ho una forte disciplina mentale. La carta stampata ha delle regole precise, so che devo fare un certo tipo di fotografie. Nei progetti a lungo termine, e cioè quelli che di solito produco più in autonomia, ho una maggiore possibilità di lasciarmi andare a una fotografia di ricerca e di sperimentazione. In ogni caso, l’energia impiegata nella fotografia è sempre la stessa.

Sul tuo sito c’è una sezione Commercial dove le fotografie riprendono in buona parte lo stile dei tuoi lavori che troviamo nella sezione projects. I committenti ti scelgono per questo?

I committenti cercano spesso un approccio fotografico diverso. Di conseguenza scelgono fotografi di reportage, che oltre ad avere uno sguardo alternativo rispetto al classico fotografo pubblicitario, danno anche la sensazione di portare con sé un’esperienza vissuta che può arricchire in modo originale i prodotti delle campagne commerciali.

I lavori fotografici che troviamo nella sezione Projects che destinazione hanno? (Un libro, una mostra?)

La fotografia dovrebbe avere sempre come destinazione una mostra e un libro, per completare il lavoro e dare vita alle immagini. I miei progetti nascono con questa intenzione ma non tutti, purtroppo, la realizzano.

Se pensi alla tua professione di fotografo ne individui anche un ruolo sociale?

L’anima della fotografia è la capacità di lasciare una traccia. Una memoria della realtà. Quindi, se per ruolo sociale si intende raccontare un’esperienza allora sì, penso che la mia fotografia abbia questa destinazione. Se invece significa credere nella fotografia come mezzo per cambiare le cose, o come strumento per rappresentare una verità oggettiva, credo sia un’enorme illusione. Tutte le fotografie sono per loro stessa natura ambigue.

Quando realizzi un progetto in fase espositiva o di pubblicazione, pensi a noi che guarderemo le tue fotografie? Cosa vorresti che accadesse nell’incontro con il tuo lavoro?

Mi piacerebbe portare chi guarda dentro un mondo. Una dimensione nuova e unica da esplorare. Vorrei imparare ad integrare le foto anche con altri linguaggi per dare a chi osserva diverse vie di lettura – perché purtroppo le immagini in sé non conservano il significato di un evento ma offrono solo una parte, laterale e soggettiva, della mia personale interpretazione di un momento.

Considerando il tuo tipo di fotografia attento alle persone e alle situazioni di vita, che rapporto instauri con la narrazione?

Non cerco una narrazione cronologica o descrittiva. Seguo il filo della memoria e dell’inconscio: per raccontare una storia cerco di capire che cosa significa per me, per la mia esperienza, e provo a rappresentarne la mia visione. Mi pongo delle linee guida e poi mi lascio trasportare dagli avvenimenti.

Quando un tuo lavoro fotografico si concretizza in un editoriale, una mostra o un libro, che rapporto stabilisci tra la singola immagine e la sequenza scelta?

Ogni singola foto ha una sua storia. E credo che si possa guardare una mostra senza seguire un percorso obbligato. Così come è possibile sfogliare un libro fotografico iniziando anche dal centro o dalla fine. Un approccio diverso e libero favorisce una visione personale del lavoro, ognuno può viverlo a modo suo dando vita a una nuova interpretazione.

Da quello che abbiamo visto, ci sembra che l’editing ricopra un ruolo molto importante all’interno dei tuoi progetti. È così? Se sì, lo affronti tu direttamente o ti fai seguire anche da una persona esterna al lavoro?

Alex Majoli dice che nella fase di editing “decidi chi sei”. Condivido pienamente questo pensiero, ed è per questo che adesso edito quasi sempre da solo. Poi cerco il confronto con alcune persone di cui mi fido e che non fanno necessariamente parte del mondo fotografico.

Ci sembra che tu non abbia mai realizzato delle produzioni multimediali. È una scelta? Hai già affrontato queste modalità o lo affronterai?

Ad essere sincero sto partendo proprio adesso con un nuovo progetto insieme ad una scrittrice, Caterina Serra. Con due linguaggi diversi, affrontando uno stesso tema, cerchiamo di capire come la scrittura e la fotografia possano stare insieme pur restando indipendenti. Mi piacerebbe anche fare un film, ma questa è un’altra storia.

Rispetto ai cambiamenti cui assistiamo nell’ambito del giornalismo e del fotogiornalismo, come credi che sarà il tuo futuro (sia sul piano tecnologico che come ruolo)?

Io preferisco definirmi semplicemente un fotografo. Non amo il fotogiornalismo d’assalto, l’essere dappertutto a fotografare l’istante. Ho bisogno di tempo, di capire dove sono, e come starci. Il mio ruolo, e quindi anche il mio futuro, sarà sempre quello di raccontare la mia esperienza – nonostante i paradossi e le difficoltà che la fotografia si trovi ad affrontare.

Che formazione hai, fotografica e non?

Ho iniziato come autodidatta. Solo quando la fotografia era già diventata il mio lavoro, ho frequentato alcuni workshop. Ho fotografato per molto tempo ispirandomi allo stile di fotografi che considero miei maestri finché ho trovato una mia strada più personale. Ovviamente la ricerca continua ancora.

A chi vorresti passare il testimone, e perché?

Intanto ringrazio Fausto Podavini per averlo passato a me.

Io vorrei passarlo a Stefano De Luigi che, al di là della sua meravigliosa carriera, non ha mai smesso di essere curioso, di sentire, di emozionarsi e di esplorare il mondo in cui vive.

 

Intervista a cura di Marco Benna

Leave a Reply