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Robert Capa

Si è da poco conclusa "Capa in Color", la prima esaustiva mostra sul lavoro a colori di Robert Capa che avevamo segnalato a gennaio.
Siamo andati a vederla, e vogliamo condividere con voi le nostre impressioni su un allestimento non comune per qualità delle immagini, documenti e memorabilia che lo completano.L'International Center of Photography di New York, con la mostra conclusasi il 5 maggio, ha svelato al mondo le foto a colori di Robert Capa: un evento questo perchè, fino ad oggi, nessuna delle retrospettive a lui dedicate le aveva mai incluse.La mostra è stata suddivisa in 15 sezioni, per un totale di 137 foto in medio formato e 35 mm. Per arricchire l’esperienza e completare la figura di Capa, in esposizione sono state offerte al pubblico anche alcune lettere che Capa inviò al fratello, al suo agente e ai suoi soci della neonata Magnum: ogni missiva ci rivela un personaggio estremamente ironico, entusiasta innamorato del suo lavoro e sinceramente generoso.La sensazione, camminando tra le foto esposte, è quella di entrare in un film: come se all'improvviso si rimuovesse un filtro, lo svelamento del colore a partire da un mondo che per migliaia di volte si è visto solo in bianco e nero è senz'altro uno shock, ovviamente positivo. Capa è tuttora considerato il reporter di guerra che ha documentato in bianco e nero gli eventi più importanti della metà del 20° secolo ed è sorprendente, per me e forse anche per molti, che invece dal 1941 egli abbia fotografato a colori, non soltanto occasionalmente ma proprio regolarmente.Il suo amore per il colore nasce nel 1938, due anni dopo la nascita del Kodachrome, il primo rullino a colori. Si trovava in Cina e da lì scrisse al suo agente “mandami immediatamente 12 rullini Kodachrome con tutte le istruzioni, ho un'idea per Life". Solo quattro delle immagini che scattò in quella circostanza sono sopravvissute, ma da allora il colore per Capa rimase una continua aspirazione.In quel periodo, sviluppare a colori non era facile, né conveniente, soprattutto per un fotografo di news: Kodak infatti aveva mantenuto segreta la sua formula di sviluppo e questo rendeva necessario inviare i rullini nei suoi impianti e poi attendere altro tempo per riaverli indietro. L'intero processo poteva durare settimane.
Tuttavia, Capa non mollò: passò molto tempo a cercare di convincere i photoeditor a comprare le sue foto a colori in aggiunta a quelle in bianco e nero.

Dopo la guerra e con il nuovo clima generale più ottimista verso il futuro, i magazine divennero più propensi ad acquistare immagini a colori e così i suoi incarichi a colori aumentarono: da allora in poi, per il resto della sua vita, portò sempre con se due macchine fotografiche.Camminando attraverso le sale della mostra si compie un viaggio verso le destinazioni più disparate: dalle foto della seconda guerra mondiale agli intimi ritratti di Picasso con la sua famiglia, da quelle scattate sui set cinematografici ad altre scattate in URSS in compagnia dello scrittore Steinbeck con cui volle raccontare i comuni cittadini russi in opposizione alla retorica della Guerra Fredda.

Si sorride poi vedendo le ironiche immagini scattate in alta montagna nelle località sciistiche in voga all'epoca, e poi ci si ritrova anche Parigi, città in cui Capa visse dal 1933 al 1939.

Nell'estate del 1951 Capa andò in Norvegia per la rivista Holiday e ci tornò anche l'anno dopo per raccontare le Olimpiadi. Nell'articolo che accompagnò le foto, Capa scrisse "Per anni ho incontrato e ho fotografato re, contadini e commissari e sono giunto all'idea che - al giorno d'oggi - la curiosità, sommata alla libertà di viaggiare e a delle tariffe economiche per farlo, è ciò che esiste di più vicino alla democrazia... quindi forse la nostra democrazia oggi è il turismo".
Il suo viaggiare per il mondo e la sua continua curiosità di scoprirlo fino in fondo, ci fa capire come ci credesse veramente.

Capa è sicuramente un fotografo indimenticabile e questa mostra ha sicuramente segnato una svolta nella conoscenza della sua opera.

Mariateresa dell’Aquila

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