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Peter Van Agtmael

2009. USA.  Bethesda, MD.  A drifter in the woods near my parents home.
2009. USA. Bethesda, MD. A drifter in the woods near my parents home.

2009. USA. Bethesda, MD. A drifter in the woods near my parents home.

2012. USA.  Detroit, MI.  Sleeping outside on a hot summer day in East Detroit.
2012. USA. Detroit, MI. Sleeping outside on a hot summer day in East Detroit.

2012. USA. Detroit, MI. Sleeping outside on a hot summer day in East Detroit.

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2012. USA.  Detroit, MI.  A hot summer day in East Detroit.
2012. USA. Detroit, MI. A hot summer day in East Detroit.

2012. USA. Detroit, MI. A hot summer day in East Detroit.

2010. USA. Brooklyn, NY.  Independence day in Brooklyn.
2010. USA. Brooklyn, NY. Independence day in Brooklyn.

2010. USA. Brooklyn, NY. Independence day in Brooklyn.

2013. USA.  Flying over America.
2013. USA. Flying over America.

2013. USA. Flying over America.

2012. USA.  South Dakota. A roadside motel in South Dakota.
2012. USA. South Dakota. A roadside motel in South Dakota.

2012. USA. South Dakota. A roadside motel in South Dakota.

2009. USA.  Sonora, TX.  Whitney and her stepfather on the ranch.
2009. USA. Sonora, TX. Whitney and her stepfather on the ranch.

2009. USA. Sonora, TX. Whitney and her stepfather on the ranch.

2009. USA.  New Orleans, LA.  Boys hunt rabbits with BB guns.
2009. USA. New Orleans, LA. Boys hunt rabbits with BB guns.

2009. USA. New Orleans, LA. Boys hunt rabbits with BB guns.

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Laureato in storia a Yale, Peter van Agtmael ha cominciato a fotografare documentando gli effetti della costruzione della diga delle ‘Tre Gole’ in Cina. Ha continuato come free-lance registrando lo Tsunami nel sud-est asiatico e l’Aids in Sudafrica.

Dal 2006 ha fotografato le conseguenze delle guerre americane, sul campo ed in patria, sia come embedded al seguito dell’esercito USA, che autonomamente. Ha mostrato le operazioni militari ed il soccorso ai soldati feriti in battaglia. Tornato negli Usa, ha documentato il difficile ritorno alla vita civile dopo gli orrori della guerra, e mostrato il vuoto nelle famiglie di quelli che non sono ritornati. Per le sue immagini, largamente esposte e pubblicate, ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il World Press Photo e lo Eugene Smith Grant. Dal 2008 è parte di Magnum Photos.

Ci racconti in breve come è avvenuto il tuo avvicinamento alla fotografia dopo esserti laureato in storia a Yale? Quanto secondo te è importante per un fotografo avere una formazione umanistica e quale è il tuo rapporto con la scrittura?

E’ stato proprio durante il corso degli studi che ho capito che non volevo diventare un accademico. Volevo vedere la storia nel suo compiersi. Il giornalismo, dunque, mi sembrò la strada più naturale. Frequentai un corso di fotografia ed ho sentito qualcosa scattare in me. Da quel momento, avevo capito quale fosse la mia strada. Feci domanda per una borsa di studio per andare in Cina. Ho passato un anno in giro, fotografando, sentendomi spesso deluso dalle mie foto. Tuttavia, c’erano sporadici momenti di speranza, momenti in cui vedevo qualcosa apparire nell'attimo in cui chiudevo l’otturatore, per poi sparire per sempre, istantaneamente. Ciò che provavo in quei momenti era estremamente affascinante e rigenerante.

Penso che sia importante per un fotografo (per chiunque, in realtà) confrontarsi con tutto ciò che ha formato la conoscenza umana. E’ un mondo enorme e contraddittorio, ma l’unica cosa che possiamo fare è provare a costruire partendo da singoli, piccoli frammenti. Chiaramente, la persona istruita può essere matta o odiosa tanto quanto quella ignorante, e addirittura più pericolosa.

Le immagini esprimono qualcosa di memorabile ma limitato. Le parole offrono qualcosa di complementare. Io ho fatto delle esperienze molto significative negli anni, e spesso queste esperienze sono collegate alle foto, ma non direttamente contenute (o rappresentate) in esse. Le parole possono riempire gli spazi lasciati vuoti dalle immagini.

Riguardando le tue immagini, si nota un'esplicita intenzione di costruire una narrazione, e in generale se ne ha una diversa percezione se viste in una sequenza, piuttosto che come immagini singole. Ci vuoi parlare del tuo rapporto con la narratività e di come costruisci le tue storie?

Non penso in termini di immagini singole, anche se desidero che ogni fotografia possa esistere indipendentemente dalle altre. Raramente le sequenze sono lineari. Le fotografie possono narrare, ma di solito è una narrazione molto semplicistica. Io sono interessato alle sequenze che, se da una parte scorrono, dall’altra sono in grado di lasciare perplesso l’osservatore. Sequenze che rivelino qualcosa mentre ne oscurano altre. Non mi è mai capitato di finire di osservare un grande libro fotografico pensando di avere capito tutto.

E' difficile sviluppare storie personali quando si è impegnati a tempo pieno nel fotogiornalismo? hai mai avuto difficoltà nel proporre storie differenti al committente?

Cerco sempre di vivere a modo mio, anche dentro le storie che racconto. Non mi viene quasi mai chiesto di seguire un percorso pre-assegnato, e sono grato [ai miei committenti] per questo. In realtà non so come si costruisce un’immagine iconica, per cui posso riuscire nel mio lavoro solo nel momento in cui posso seguire il mio istinto. Non propongo molte storie. Se voglio raccontare una storia, generalmente lavoro solo su quella e provo a pubblicarla subito dopo. E’ bello essere totalmente liberi, di tanto in tanto.

Nei tuoi lavori hai esplorato le guerre americane da molti punti di vista, al fronte come a casa, in situazioni differenti. Credi sia cambiata la percezione che gli americani hanno di loro stessi, e come sono state accolte queste immagini nel tuo paese?

Penso che la percezione che l’America ha di se stessa sia stranamente immutabile. Continuiamo ad aderire all’identità creata nell’immediato dopoguerra, quando l’America ha guadagnato potere, ricchezza, e aspettative di grandezza incredibili. I cambiamenti sono avvenuti così velocemente che non siamo riusciti a elaborarli come nazione, continuando a creare un’identità che pasticcia maldestramente ingenuità, sincerità, realpolitik, e il caro vecchio commercio di potere. Sembra che la nostra coscienza collettiva non abbia imparato poi tanto, nonostante l’enorme mole di informazione che mostra finanche le nostre più piccole azioni. In questo, l’America non è né inusuale, né unica. Forse qualcosa sta cambiando, ma molto lentamente, e non è nemmeno facile valutare il cambiamento in questo momento. Probabilmente, sarà più facile farlo tra qualche decina d’anni.

Non penso ci sia molto interesse nelle mie foto al di fuori della comunità fotografica. Sta per uscire un mio libro, frutto di sette anni di lavoro in Iraq, Afghanistan, e Stati Uniti. Forse avrà un certo impatto, francamente lo spero. Tuttavia, non sono sicuro di cosa in realtà significhi ‘impatto’, dato che la desolazione del lavoro costituisce una barriera alla sua diffusione. Quando ho cominciato il lavoro l’Iraq e l’Afghanistan erano nel centro degli interessi dell’America, mentre adesso l’interesse nei loro confronti si è ridotto. Vogliamo dimenticare di essere stati coinvolti in queste guerre.

Sembra che tu voglia raccontarci l’America nella sua contemporaneità. Guardando le serie “American Wars”, “The War At Home” “USA”, le fotografie - pur appartenendo a reportage diversi - sembrano confondersi e ci raccontano un America che si assomiglia, nella guerra come nella vita quotidiana. È così?

Penso sia vero. Il lavoro che ho fatto in America è nato dal lavoro fatto in guerra. Volevo esplorare il mio paese. Ho cominciato a pensare seriamente all’America dopo aver iniziato a lavorare in Iraq. Ho lavorato a ritroso, allontanandomi da eventi epici per arrivare alla vita anonima ai margini. Ma il mio lavoro non è una polemica, o una presa di posizione su uno stato di fatto. E’ il prodotto del mio girovagare attraverso diverse regioni, razze, classi socio-economiche. Non potrei dirti di che cosa tratta in un modo più esplicativo di questo.

Alcune tue foto hanno un aspetto "sporco", senza fronzoli, a volte visibilmente "rumorose". Che tipo di post-produzione usi per le tue immagini? e secondo te, ci sono casi in cui questi interventi possono arrivare ad intaccare il valore documentale della fotografia?

I primi lavori sono molto rumorosi. Lottavo contro i limiti della tecnologia disponibile a quel tempo, o quanto meno contro i limiti della tecnologia che potevo permettermi. Qualcuno pensò che fosse una sorta di scelta estetica stilizzata. Trovavo questo giudizio ridicolo. Adesso che la tecnologia offre strumenti migliori e posso ottenere buoni risultati con poca luce, ottengo fotografie meno rumorose.

La post produzione non mi interessa molto. La maggior parte delle mie fotografie preferite sono stampate chiaramente, senza strani aggiustamenti che probabilmente risulteranno datati in un paio d’anni. Vi ricordate della mania della vignettatura artificiale? Adesso ci sembra assurda, ma un tempo era una cosa molto popolare. Ovviamente, a volte vedo una post produzione eccezionale e interessante, tuttavia penso che non sia qualcosa che faccia per me.

Che rapporto hai con il video e il multimedia? Quanto sono collegati alla tua maniera di raccontare per immagini?

I limiti della fotografia e della scrittura mi procurano frustrazione. Il video è un’altra possibilità. Mi sono profondamente emozionato con alcuni documentari, e credo che dovrei provare. Sono ancora alle primissime fasi, ma mi sta piacendo moltissimo. Sto collaborando intensamente con la mia compagna, che mi sta insegnando molto. In questo processo, mi sentirei perso senza di lei. E’ così diverso dalla fotografia. Richiede molto tempo ed è difficile dividere l’attenzione su processi diversi.

Il tuo racconto fotografico è sempre realizzato da un punto di vista preciso, che si colloca spesso a lato di quelli che si ritengono i fatti. Quanto è una scelta consapevole?

Certamente. I fatti possono essere a volte organizzati secondo una sorta di concetto di ‘verità’, ma il più delle volte ce ne si impossessa per soddisfare bisogni individuali. Quasi ogni fatto di cui sono venuto a conoscenza è risultato molto limitato una volta che veniva contestualizzato insieme ad altri fatti, perdendo ogni sorta di significato decisivo. Pertanto, io lavoro con frammenti di scene, aneddoti, piccoli ‘fatti’ specifici, raccolti qua e là, quando essi sono adeguati per costruire la mia verità. Questo è tutto ciò che posso fare. L’esplorazione di questi concetti molto dibattuti è un bagno di umiltà per l’intelletto, oltre a essere un’esperienza frustrante e, naturalmente, emozionante.

Nel lavoro “9-line”, con altrettanta precisione, scegli di mettere noi spettatori di fronte ad una situazione drammatica, quella dei soldati americani ricoverati con gravissime ferite. Dato che è l’unico tuo lavoro con questa caratteristica, ci puoi spiegare perché hai scelto questo punto di vista?

Ero più giovane. Ho fatto quel lavoro quando avevo 25, 26 anni. Non pensavo a un ‘punto di vista’ in termini concreti. Scattavo fotografie istintivamente. Fotografavo da circa un anno e non avevo ricevuto nessun tipo di formazione. Volevo solo esprimere i sentimenti che provavo quando vedevo quelle cose terribili. Alcuni dei ricordi peggiori della mia vita sono legati al mese che ho passato al pronto soccorso di Baghdad. Quei fatti colpirono duramente anche il personale ospedaliero. Un medico morì per overdose e l’uso di droga era molto diffuso. Un soldato morì di ustioni tra atroci sofferenze, rimanendo cosciente, e chiamava gridando suo padre mentre la pelle gli si staccava e cadeva per terra. Per anni le parole pronunciate durante la sua agonia hanno risuonato nella mia testa. Ovviamente, il lavoro non fu mai pubblicato in nessuna forma significativa dalla stampa mainstream.

Pensiamo che le tue immagini abbiano una grande forza e capacità nel raccontarci le diverse situazioni. Al contempo abbiamo la sensazione che si collochino su quella sottile linea che separa la normalità della vita e la possibile catastrofe. Nelle tue fotografie qualcosa è accaduto, sta accadendo e sicuramente accadrà. Non si è fermi. È così?

Credo che le mie fotografie riflettano la mia personalità più profonda. Da quando ero bambino il pensiero di quanto le cose fossero fragili mi innervosiva. Non sono pensieri usuali per un ragazzo della classe media suburbana, amato dalla sua famiglia. Credo che questo sentimento fosse stato alimentato dall’esposizione a immagini violente in giovane età. Studiavo con molta attenzione le antologie visive di numeri di riviste come Time o Life dedicati alla seconda guerra mondiale. Erano spietate. Più tardi, ho spesso concentrato i miei studi di storia sull’estinzione sistematica delle società che si avviavano verso la guerra. L’apparente facilità con cui le società possono dissolversi ha alimentato quel sentimento di fragilità.

Come vedi il futuro della tua professione?

Non sono proprio sicuro. L’editoria attraversa un brutto momento. Ricevo degli incarichi, ho vinto delle borse, faccio un po’ di lavoro commerciale. Ho qualche soldo da parte per il mio lavoro personale. Ho una posizione privilegiata. Ed è una posizione sostenibile solo perché sono giovane e non ho una famiglia. Crescendo e, auspicabilmente, formando una famiglia, avrò bisogno di raddoppiare o triplicare il denaro che guadagno adesso passando meno tempo lontano da casa. In quel momento sono sicuro che inizierò a preoccuparmi. Probabilmente comincerò a comprare biglietti della lotteria.

Ci sono fotografi ai quali ti senti vicino come approccio, sia del passato sia contemporanei?

Penso di essere stato ispirato da centinaia di fotografi, artisti, scrittori, documentaristi, e tante altre persone al di fuori del mondo dell’arte. Penso che il mio lavoro sia il risultato della combinazione di tutte queste influenze. Spero che sia così. Non ho mai avuto la sensazione di calcare le orme di qualcun altro.

A chi vuoi passare il testimone ?

A Curran Hatleberg.

Peter Van Agtmael cura anche un blog personale su Tumblr

 

Intervista a cura di Marco Benna

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