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Claudia Corrent è una fotografa freelance che vive a Bolzano. Dopo gli studi in filosofia si è avvicinata alla fotografia frequentando numerosi workshop e masterclass. Ha esposto i suoi lavori in numerose mostre personali e collettive, e collabora con diverse testate italiane e internazionali. È rappresentata dall'agenzia LUZ.
Claudia sarà il nostro decimo #PhomTakeover, e la potrete seguire sul nostro account Instagram.
Le abbiamo rivolto alcune domande sulla sua fotografia:

 

1) Molti dei tuoi lavori partono dai luoghi, colti in una atmosfera sospesa, per poi rivelare la presenza delle persone, che siano gli abitanti o solo di passaggio. Sembra quasi che tu voglia cogliere il “senso” di un luogo, prima di cominciare a raccontarne delle storie: è così?

In un certo senso sì. I progetti che riprendono il paesaggio sono il risultato di un percorso che mi ha portato a ragionare sui luoghi e sugli spazi che l'uomo crea e abita. Mi sono chiesta: "C'è un'identità che lega il paesaggio e l'uomo? Che tipo di rapporto intercorre tra i due? C'è una forma di riconoscimento?" Da queste domande sono partita per poi raccontare alcune città e paesaggi. Cerco sempre di inserire la figura umana proprio per questo motivo, e anche quando non c'è, la presenza è comunque tangibile perchè il paesaggio spesso è paesaggio culturale. Il progetto su Venezia ne è un esempio. L'idea era quella di raccontare un luogo iper fotografato e idealizzato e recuperarne una dimensione più autentica - ma anche molto personale. Quindi in Insulae ho cercato di raccontare il territorio lagunare cercando di evitare alcuni stereotipi, mappando il territorio attraverso alcuni elementi ricorrenti : le strade, le piazze, le persone, con uno sguardo legato al marginale, alle piccole cose.

2) Due dei tuoi progetti sono incentrati, in maniera leggermente diversa, sulla figura della madre: vuoi dirci come sono nati?

Il primo progetto legato alla maternità, Mother, nasce nel 2012 per documentare la vita di alcune giovani madri alle prese con la crescita dei loro figli. Avevo scelto di fotografare madri e figli nelle loro case, negli ambienti più familiari, cercando di entrare nella loro intimità. L'idea era di raccontare il rapporto iniziale tra madre e figlio cercando di evitare gli stereotipi e le classiche immagini super felici legate al periodo.
Ho lasciato parlare le situazioni quotidiane, i momenti di intimità, di affetto, le piccole cose: andare al parco, preparare la merenda, correggere i compiti, i momenti di stanchezza e quelli di grande tenerezza, i capricci.
Il secondo progetto invece è più recente e ci sto ancora lavorando. Qui il rapporto tra madre e figlio è sempre il focus della narrazione ma articolato all'interno di un periodo molto diverso e complesso che è l'adolescenza. Ho scelto volutamente di raccontare questo momento solo attraverso la visione femminile. Se nel primo progetto il taglio è di tipo quasi reportagistico, qui invece ho voluto mettere in posa chi ho fotografato, creando una specie di fiction. Ho chiesto la loro partecipazione per ricreare alcuni momenti legati alla loro rapporto, cercando di recuperare alcuni sguardi, alcune pose, alcune sensazioni. L'idea finale è di andare a raccogliere diverse esperienze e ritratti che raccontino appunto il rapporto tra una figlia e la propria madre.

3) Come fotografa hai contribuito al progetto Europa Dreaming con le immagini degli oggetti che i migranti - soprattutto eritrei - hanno tenuto con sé durante il viaggio verso l’Europa. Ce ne vuoi parlare?

Il progetto nasce da Matteo Moretti - insegnante di Visual Journalism all' Università di Bolzano - e ha coinvolto ricercatori, antropologi, giornalisti e designer.
Ognuno ha offerto il proprio punto di vista cercando di raccontare il fenomeno della migrazione partendo dalla storia del Brennero come limite e confine.
Io mi sono occupata della parte fotografica. Il lavoro è stato svolto in qualche mattina nella stazione di Bolzano dove gli eritrei sostavano qualche ora prima di riprendere il loro viaggio verso il nord dell'Europa. Fotografare gli oggetti è sembrato un buon modo per far parlare le persone, in questo caso gli oggetti servivano per raccontare quello che era importante, quello che si lasciava e si portava con sé: bibbie, foto di famiglia salvate nel cellulare, alcune collane.
La parte complessa di questo lavoro è stata entrare in relazione con persone che si fermavano per pochissimo tempo e che avevano appena fatto un viaggio terribile. Ho provato un senso molto forte di intrusione, di invadere una sfera molto privata: nonostante questo però le persone che ho intervistato sono state disponibili nel raccontare il loro viaggio.

4) Con Girls e Vorrei hai raccontato gli spazi privati e le aspirazioni di chi è adolescente: come ti sei relazionata con le ragazze e i ragazzi che hai fotografato?

Ho lavorato molti anni come educatore in un centro giovanile, e lavoro spesso con bambini e ragazzi per i laboratori di fotografia. Quindi sono abituata ad avere a che fare con i ragazzi, molti degli adolescenti che ho fotografato li conoscevo già perchè venivano in questo centro. La relazione è stata quindi molto semplice e spontanea perché c'era già un rapporto di fiducia. Vorrei ad esempio è nato su un tavolo mentre si chiacchierava parlando di lavoro, di sogni futuri. Girls è una specie di evoluzione del progetto nei loro spazi intimi e privati. Trovo molto interessante l'adolescenza come periodo della vita, ed è per questo che alcuni dei progetti si sono riferiti a questo.

5) Per finire: cosa posterai durante il nostro #PhomTakeover?

Vi mostrerò alcune immagini di questi lavori di cui abbiamo parlato: i lavori sulla maternità e sull'adolescenza, e poi foto legate alla narrazione di luoghi.

 

Intervista a cura di Gabriele Magazzù

 

 

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