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Mattia Balsamini è un fotografo italiano che vive tra Milano e Venezia. Ha studiato fotografia pubblicitaria al Brooks Institute di Santa Barbara ed è stato assistente di David LaChapelle. Produce regolarmente lavori commissionati per diverse testate internazionali, si dedica a progetti di ricerca con Fernweh, collettivo che unendo fotografia, progettazione grafica e social studies, indaga temi dell’attualità attraverso un’analisi multidisciplinare.

 

1) Sei molto conosciuto per i tuoi ritratti commissionati, con soggetti immersi in colori brillanti e complementari, oppure ambientati e con toni più tenui. Da dove nasce il tuo desiderio di fotografare le persone?

Paradossalmente credo nasca da una timidezza di fondo, che mi accompagna da quando ero ragazzino. Ho spesso trovato più facile vincere il timore di avere a che fare con le persone con metodi drastici, con un approccio forse in qualche modo esagerato, basato sulla curiosità, sul desiderio di capire chi avevo davanti, facendo molte domande, talvolta fuori luogo – una sorta di modo per “stare a galla”.

Con il tempo mi sono accorto che in questo non c’era poi niente di male e che scoprire gli altri era effettivamente un interesse autentico.

Sono ancora attratto dalle persone e le loro storie, a volte le rappresento mostrando il contesto in cui si trovano, altre volte cercando una sorta di astrazione o de-contestualizzazione, a seconda del progetto, della committenza o semplicemente dalle possibilità che ho a disposizione.

2) Hai anche fotografato degli spazi legati alla tecnica come impianti, fabbriche, centri di ricerca, e in qualche modo sembri esserne affascinato… cosa ti attrae di questi luoghi?

In effetti ne sono rapito. Credo tutto sia cominciato quando ho scoperto il lavoro dello studio Villani in un catalogo del CSAC di Parma. Mi sono imbattuto in queste immagini realizzate in ambiti diversi legati alla vita di Bologna, la loro città. In particolare ricordo quelle che documentavano laboratori, strutture ospedaliere e centri di ricerca, immagini credo della metà degli anni ’50 ma costruite con precisione e intenzione duplice, autoriale e documentativa allo stesso tempo. Questa combinazione di intenti, unita alla curiosità verso luoghi spesso sono inaccessibili al pubblico, mi ha messo la pulce nell’orecchio.

Ho cominciato ad occuparmene in prima persona però solo nel 2012, con la mia prima collaborazione con WIRED, magazine per cui spesso capita di produrre servizi informativi legati alle nuove scoperte.

Rimango poi comunque affascinato da molti autori contemporanei (sia nel campo della fotografia commerciale che autoriale) che lavorano in questo campo, penso al lavoro di Massimo Siragusa realizzato su commissione per le aziende o Vincent Fournier ed il suo lungo lavoro sullo spazio.

3) Qual è la routine di un assegnato editoriale? Quanto libertà espressiva ha un fotografo in questo contesto?

Raramente è una ‘routine’, ma di solito inizia tutto con l’essere contattato dal photo editor del magazine con un obiettivo abbastanza preciso, come ad esempio produrre un ritratto o una serie di immagini che servono ad illustrare una storia già scritta o ancora da scrivere. A seconda del tipo di progetto può essere necessaria una produzione magari più elaborata, con questioni logistiche, di attrezzatura e gestione dei rapporti con i soggetti o la struttura da visitare, in questo spesso mi faccio aiutare dalla redazione stessa o da collaboratori esterni. Oppure può essere una produzione molto più snella, dove mi viene dato un numero di telefono e un indirizzo ed entra in gioco la capacità di improvvisare.

La libertà che posso avere dipende da quanto è forte la linea dettata dal team direttore creativo e photo editor, da quanto si fidano di me e da quanto si ha la possibilità di controllare effettivamente la situazione. Mi piacciono entrambi gli approcci, hanno entrambi risvolti piacevoli.

4) In Five Stories About Home i ritratti sono semplici e diretti, e l’attenzione è tutta rivolta alle persone che hai fotografato e ai loro pensieri. Ce ne vuoi parlare?

È un serie molto breve e semplice, partita dal desiderio di riflettere sull’idea di “casa” in un periodo in cui abitavo all’estero e il mio paese natale mi mancava molto. L’intenzione era quella di ascoltare cosa significasse il concetto di casa per persone che vivevano sulla strada. Il loro pensiero era centrale, le immagini servivano per restituire un “viso” al loro pensiero. Sono rimasto sorpreso anche io di quanto ogni persona rispecchiasse nella forma le parole che aveva scritto. Ci sono ancora molto affezionato perché mi ritrovo ancora spesso a riflettere sullo stesso tema.

5) Cosa posterai durante il tuo #Phomtakeover? Vuoi raccontarcelo?

Con il Collettivo Fernweh sto lavorando ad un progetto che presenteremo alla Fondazione Bevilacqua la Masa, il 17 Dicembre a Venezia. Vorrei utilizzare il takeover per condividere immagini tratte dal lavoro, utilizzando il canale per rivelare in qualche modo un’anteprima, ma anche retroscena sulla costruzione del progetto, una sorta di backstage. Il lavoro in mostra sarà un’installazione fatta di immagini, oggetti fisici e audio. Vorrei costruire un racconto ibrido, unendo tutti questi elementi, per poi concluderlo nella giornata di inaugurazione della mostra.

 

Intervista a cura di Gabriele Magazzù

 

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