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Nausicaa Giulia Bianchi è una fotografa italiana. Dopo aver lavorato come project manager nell’ambito delle telecomunicazioni si specializza in fotografia all’ICP di New York. Oltre a sviluppare i suoi progetti fotografici, è anche insegnante e consulente per diversi progetti editoriali.
Giulia sarà il nostro secondo #takeover sul nostro account Instagram! Le abbiamo fatto qualche domanda sul suo lavoro e i suoi progetti.


1. “Hai dato alla Vergine un Cuore Nuovo”, il tuo progetto sul sacerdozio femminile proibito, è indubbiamente il lavoro che ti ha dato più esposizione, e forse anche quello che ti ha impegnato di più: ci vuoi dire cosa ti ha spinto a raccontare questo tema?

Quando parlo di sacerdozio femminile proibito (nella Chiesa cattolica) mi riferisco ad un gruppo di donne e uomini che disobbediscono l’istituzione potentissima per cui lavorano e in cui credono, il Vaticano, e che, invece che andarsene, restano all’interno di un gruppo religioso e sociale che non li vuole più, che li scomunica. Questo esempio estremo di “disobbedienza inclusiva” è diventato la mia chiave per incontrare individui rivoluzionari all’interno della loro tradizione.

Questo lavoro è stato il cuore di un processo di guarigione-crescita personale e di riflessione politico-sociale.

A livello personale, volevo appropriarmi di modi nuovi e antichi di vedere e sentire la vita e la spiritualità. Per esempio: cos'è il profetismo? Cos'è il misticismo? Cos'è la sapienza? E cosa dicevano le Sante e le Filosofe e le donne della Bibbia? Mentre Sant’Agostino teorizzava il Peccato Originale, Santa Ildegarda scriveva della Benedizione Originaria. Dio è tradizionalmente rappresentato come Padre, e se lo si immaginasse Madre? Se la Chiesa non fosse un'istituzione gerarchica? Se fossi cresciuta con diverse credenze, come avrebbero influenzato la mia vita?

Volevo conoscere un mondo e un pensiero che non fossero declinati solo secondo il patriarcato, perché quello che conosciamo cambia il modo in cui interpretiamo il mondo.

Oggi non si può essere donna senza portarne le ferite. L’unica scelta è quella di curarle oppure ammalarsene sempre più: io avevo bisogno di capire che nascere donna non è nascere con un handicap, avevo bisogno di empowerment (che è una parola che in italiano non esiste, viene tradotta come “valorizzazione”, ma in inglese contiene forte l’idea di dare a qualcuno potere e quindi libertà su se stesso) e avevo bisogno di fare esperienza di questo potere e di questa libertà, più e più volte.

Il femminismo nei miei progetti è una situazione particolare di ingiustizia di un gruppo sociale verso un altro, ma invece di proclamare la propria specificità è necessario entrare nell’universale: attraverso questa situazione particolare, come con una cartina tornasole, vedere l’ingiustizia verso tutte le altre minoranze (vecchi, poveri, malati, bambini, minoranze etniche, etc.).

Come dicevo, il mio progetto documenta donne e uomini, perché era importante per me non cercare di creare fotograficamente un profilo delle donne prete scomunicate, ma documentare un'idea rivoluzionaria attraverso tutte le persone che lavorano su questa idea. L’idea rivoluzionaria è che ogni persona può rappresentare il divino, e che nessuno ha il diritto di possedere il legame tra te e quel divino. Quel bene assoluto è al di là della finanza, del successo e del potere. Nessuna organizzazione lo può possedere, nessuna immagine lo può contenere. Quel bene assoluto ti parla di Giustizia e richiede coraggio, sacrificio e azione.

La motivazione sociale, o meglio politica, è il mio interesse verso un gruppo di persone che ha un dialogo critico con l’autorità e con la tradizione stessa, ma non cancella la memoria della civiltà e l’esperienza storica da cui sono emersi.

Mi sembra oggi l’atteggiamento comune di molti quello di scartare completamente i grandi temi millenari che sono diventati problematici e andrebbero rinnovati. Per esempio sembra che tutte le religioni vadano abolite (ma specialmente le nostre).

Negli anni '60 in America si era diffuso il motto "Never trust anybody over 30", non ti fidare di nessuno sopra i 30 anni. Natalia Ginzburg descriveva lo stesso atteggiamento qui in Europa: come fidarsi dei “padri” dopo quello che avevano combinato con la seconda guerra mondiale?

Pasolini riflette su un presente che non parla con il passato e sottolinea come avendo interrotto il dialogo Storico coi padri, la nuova società del dopoguerra si è ritrovata di nuovo Infantile, e ancor peggio, legata solo alla volontà della classe dominante.

Se non conosciamo il passato, semplicemente ripeteremo gli stessi errori, ripeteremo gli stessi concetti e persino le stesse barbarie. Invece che andare avanti con la Storia del pensiero e delle idee come base solida per la costruzione del futuro, si pensa di vivere alla giornata, per una sorta di diritto di nascita, il diritto di chi è venuto dopo. Quando ci scandalizziamo dei soldati dell’Isis che distruggono le statue di Palmira, dovremmo pensare che le idee del nostro passato hanno ancora più valore che i pezzi di pietra che erano stati prodotti testimoniando quei pensieri.

Altrimenti non siamo più dentro la Storia della civiltà umana, siamo in una bolla temporanea dove non ci si fida del passato e non si crede nel futuro, ma si obbedisce al presente.

Viviamo in una società dove viene premiata l’obbedienza ovunque: a casa, a scuola, al lavoro, nell’esercito. Chi non segue la cultura di massa viene ridicolizzato. Cosa possiamo aspettarci dai bambini e dagli adulti se non obbedienza e uniformità?  “Sei un artista? Trovati un lavoro serio.”  “Metti in dubbio quello che dice il telegiornale? Devi essere uno che crede alle teorie della cospirazione” “Sei una femminista? Allora sei contro gli uomini”. La cultura di massa non mi sembra poi così diversa da una cultura di regime, entrambe sono totalitarie, e entrambe sono a vantaggio del potere.

Secondo me, il dialogo con il passato è fondamentale, ma deve essere un dialogo critico, un dialogo disubbidiente.

Eric Fromm in The Revolutionary Character spiega come la disobbedienza, a meno che non sia vuota voglia di essere ribelle, è sempre un atto di obbedienza ad un principio più alto: disubbidisco alle leggi dello Stato per ubbidire alle leggi della mia umanità.

Nel caso specifico del mio progetto, la ricerca della giustizia e del mistero avvengono da migliaia di anni. Avvengono nei templi e nelle università, nei miti e nella filosofia, in dialogo con arte, politica e religioni. Questo gruppo di persone che sto documentando disobbedisce ai dogmi ecclesiastici che vengono giudicati sbagliati, e tenendo care tutte le lezioni del passato, rinnovano la propria religione per il futuro.

Oggi sono gli atei a dirmi “La Chiesa ha le sue regole, o dentro o fuori”, ma relegare la religione al solo ruolo di spazio conservatore e dogmatico, vuol dire radicalizzarla e renderla inutilizzabile per qualsiasi uomo moderno e critico.

In Italia spesso mi è difficile far comprendere appieno il concetto di “Civil Disobedience”, nonostante sia stato alla base del movimento per i diritti civili in America, della lotta contro l’Apartheid in Sud Africa e del movimento di indipendenza indiano di Gandhi. La disobbedienza civile è il rifiuto attivo di obbedire a certe leggi del governo. È un atto simbolico di violazione della legge, invece che il rigetto di tutto un sistema. È una tattica fondamentale ancora oggi nei movimenti non violenti per la lotta per i diritti delle minoranze. È la stessa tattica che i miei soggetti utilizzano all’interno della tradizione della loro religione.


2. Nei tuoi progetti è spesso presente la ricerca di una spiritualità, esplicita o meno, che è un elemento costante delle tue immagini, e che fa parte della tua formazione: ce ne vuoi parlare?

La mia prima formazione è classica, legata specialmente alla filosofia e alla letteratura, con un particolare interesse per la metafisica e le domande più esistenziali dell’uomo.

Il mio interesse per la fotografia nacque nel 2006, ma ben presto la macchina fotografica è diventato un potente strumento di indagine. Nel 2010 mi sono trasferita a New York e diplomata presso l’International Center of Photography nel programma di documentaristica. Nei due anni successivi ho frequentato corsi di pittura e scultura presso la New York Art Students League e ho studiato filosofia e femminismo al Brooklyn Institute for Social Research e psicoanalisi alla Fondazione C. G. Jung. Nel 2013 mi sono poi trasferita in Israele per studiare le fondamenta delle religioni giudaico-cristiane e ancora oggi continuo a studiare teologia indipendentemente e attraverso la Facoltà Valdese di Roma.

La domanda cosi posta mi fa già un complimento involontario, dite infatti che nei miei progetti è presente una ricerca di spiritualità. Essere riuscita a trasmettere questo attraverso un medium come quello fotografico, legato all’aspetto esteriore delle cose, e all’interno di una pratica documentaristica, che di solito mostra solo la parte antropologica della religione, è un grande risultato per me.

Montale, il poeta della mia terra, la Liguria, ha detto 50 anni fa:

"Vedi, in questi silenzi in cui le cose s'abbandonano e sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto, talora ci si aspetta di scoprire uno sbaglio di Natura, il punto morto del mondo, l'anello che non tiene, il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità. Lo sguardo fruga d'intorno, la mente indaga …"

In questa poesia è racchiuso il mio legame con la macchina fotografica. Riusciamo a vedere solo quello che conosciamo, ma la macchina potrebbe andare prima delle parole, potrebbe andare prima dell'intenzione, è potenzialmente in grado di svelare qualcosa di nascosto del soggetto e del fotografo, forse del mondo.

La fotografia è stata per me un grande maestro.
Per poter lavorare ai due principali progetti di cui mi occupo, i cui temi sono il sacerdozio femminile proibito e la ricerca di Dio nella Terra Santa, ho dovuto studiare approfonditamente la Bibbia sia dal punto di vista ebraico che cristiano. L’ho studiata come se non l’avessi mai vista prima, perché in nessuno modo riuscivo a leggerla con gli strumenti del catechismo infantile e della retorica parrocchiale.

Quello che ho scoperto, è che la teologia e i testi sacri sono di incredibile ricchezza umana e spirituale. Allo stesso tempo, non capisco perché il significato di questi testi e tanti pensieri di saggezza restino come segreti.

I testi sacri sono testi esoterici e filosofici che non hanno una sola interpretazione possibile, vengono banalizzati nella retorica della Chiesa per la massa (o per la messa), e proporli come storielle è a dir poco riduttivo. Persino i fatti storici non vengono presentati criticamente. Qualche esempio: Cristo non è una specie di cognome di Gesù. Maria Maddalena non era una prostituta. Dio nella Bibbia viene presentato come padre e come madre, viene anche presentato metaforicamente come utero. Il peccato originale fu definito nel 400 d.c. L’infallibilità Papale fu definita nel 1870 d.c. Eccetera.

Considero importante presentare l’esistenza di una religione alta, non una religione superstiziosa o del bisogno o del miracolo o della paura o del potere, ma di una religione filosofica e storica (in crescita continua) che è conscia del suo ruolo nel percorso di arricchimento spirituale e morale dell’essere umano. Molti sono i percorsi verso il sacro, ma non lascerò che siano i radicalismi dei terroristi o delle strutture di potere, a definire cosa sia la religione e a privare la mia società di ricchissimi simboli e della saggezza dei miti.


3. In alcuni tuoi lavori l’elemento biografico (la tua famiglia, la Liguria…) è predominante, e anche negli altri una sorta di scrittura diaristica sembra alternarsi ad un approccio più “documentario”: quanto è importante la presenza del fotografo nel racconto per immagini?

Nei miei progetti io voglio lavorare e descrivere solo quello con cui mi posso relazionare con forza, per conoscenza tradizione o esperienza. Esplicitare la mia presenza come narratore, vi garantisce la mia sincerità ma anche vi ricorda che è solo la mia prospettiva.

Non so se nella forma finale dei miei progetti continuerò ad avere un testo di tipo diaristico. Fotograficamente uso sempre il treppiede tentando di annullare quel senso di visuale soggettiva. Cosa farò nel testo? Sto riflettendo molto sul linguaggio in questi mesi e ancora non lo so.
I miei lavori si potrebbero definire autobiografici, ma con uno spostamento: io non sono il centro. Uno dei miei scopi è di diventare semplicemente uno degli oggetti della documentazione, uno dei personaggi del mio racconto: il testimone.

Il creatore invece è diverso ogni momento, il lavoro mi mette al centro di un processo di trasformazione continua, basta girarmi indietro per essere testimone del testimone stesso, e documentarlo, o semplicemente organizzare la sua documentazione. Il processo stesso mi forza ad avere una mia identità fortissima e, allo stesso tempo, spogliarmene continuamente per poterla vedere e andare avanti nel lavoro.

Se mi chiedi della presenza del fotografo nel racconto per immagini in generale, non sempre questa presenza è esplicitata, anzi in certi artisti c’è il tentativo di liberarsi completamente dell’autore. Credo che ognuno scelga, consciamente o no, che linguaggio e che strumenti utilizzare. È importante che questi strumenti non vengano scelti per moda, ma con una particolare attenzione.


4. Il tuo account Instagram funziona anche come una sorta di notiziario delle tue attività: che approccio hai con i social media? Quanto (e come) li sfrutti per il tuo lavoro?

Da quando lavoro come fotografa ho una percezione di me sui social media solo come figura pubblica. Anzi, sento la responsabilità di dover condividere quello che faccio ed essere uno spunto di riflessione. Posto, leggo e seguo cose legate al mio lavoro. I temi di cui mi occupo sono la fotografia, la religione, il femminismo e l’arte, ma anche la giustizia e i diritti civili.

Nel tempo si è creato un gruppo di persone che mi segue e mi supporta nei lunghi periodi di solitudine. Mi sento estremamente grata della loro amicizia.

La mia vocazione è quella di darmi generosamente e condividere le mie esperienze più che posso nella vita reale e in internet. Sono un po’ naif nelle mie condivisioni: non ho mai fatto un corso di social media, e data la brevità dei messaggi che vengono condivisi, avrei paura di essere percepita solo come una specie di attivista se non condividessi quello che sento e penso veramente sui miei progetti, se non mi mettessi completamente in gioco condividendo il processo, il percorso, i dubbi.


5. Il progetto sulle donne prete sarà presto anche un documentario web: vuoi anticiparci qualcosa?

I social media e le pubblicazioni sui magazine non sono la forma finale del progetto sul sacerdozio femminile proibito. Il blog non è la forma finale. Sto creando un sito dedicato che si chiama Women priests project. Il progetto contiene audio, video, ritratti, reportage, foto storiche, biografie, interviste, mappe, essay di teologia che meritano la creazione di un archivio multimediale on line.

Questa scelta ha aperto un vasto panorama di nuove considerazioni. Come pubblicizzarlo? Come finanziarlo? Come presentarlo? Con quale struttura concettuale/storica/artistica/giornalistica/personale?

Inizialmente avevo creato dei piccoli trailer, con sigla e frasi ad effetto da condividere sui social media. Mi ero ispirata ai video che vediamo su Facebook condivisi da grandi magazine. Cercavo una musica emozionante, cercavo un effetto speciale elegante, il giusto design. Quando ho finito di realizzare un trailer che mi convinceva, avevo anche maturato l’idea che andava cestinato prima possibile. Perché era un prodotto.

La mia sfida è riuscire a raccontare questa storia in maniera efficace ma senza spettacolarizzarla, condividerla senza commercializzarla, raccontarla coinvolgendo il più possibile l’intelligenza del lettore, non creare un prodotto consumabile, ma differenti esperienze per la mente. La mia ispirazione morale è l’arte povera, quella tecnica è la letteratura dadaista.

In questo momento, il mio fare comprende moltissimo il disfare e il rifare. Costruisco una strada al buio. Creo mappe concettuali, ma non so dove mi porteranno.

 

Intervista a cura di Gabriele Magazzù

 

 

ONE COMMENT ON THIS POST To “#Phomtakeover – #2 – Giulia Bianchi”

  • Riccardo

    11 febbraio 2016 at 16:50

    La tua chiarezza è una luminosità.
    Ma non di quelle accecanti, che confondono l’equilibrio del sé, e non di quelle sinuose, tipo dell’Albero di natale, che subito richiamano un bisogno di caldo denso scuro.
    È come quando non trovi la fessura della porta della casa nel bosco e hai un po’ paura dei rumori, o come quando vuoi capire cosa fanno quei rospi uno sopra l’altro (uno sopra l’altra?).
    E poi subito la spegni quella luce, che non è luminosità infatti, che pensi che nel bosco ti vedono che hai solo una lucina piccola, che senti che ai rospi disturbi l’intimità, che il faro è come il pensiero d’amore. Viene e va.
    La tua luminosità, Giulia, è come lo stellato per un navigatore solitario. Immenso, ma eppure gentile. Rassicurante. Solidale. (Financo utile!)
    Hai ragione a chiederti se aggiungere le parole alle tue immagini, a cercare un modo per non entrare nella produzione e, nel contempo, fare di un sito quello che il seminatore fa di un seme nella terra.
    Ma sono sicuro che non hai fretta e che la verità arriva precisa. Un mattino.
    Non ci sono mezzi per spiegare quello che si avrebbe voglia di dire con un abbraccio. Con un bacio di grazie, come quando da piccoli si riceveva quello che si aveva chiesto al proprio Babbo natale.
    La tua opera mi circonda di braccia di donne gentili che mai ho visto e che mai vedrò probabilmente. Che mi dispiace, che mai vedrò dal vero. Ci penso spesso e ho capito che tutte le vorrei conoscere, ma come te, al posto tuo, standoti invisibile silenzioso, nel taschino della camicia, su una stanghetta degli occhiali, attaccato a un capello. Ma di più, sentendo il tuo sguardo. Essendo te che fai quella foto lì. Stare lì, ascoltare quell’otturatore rumoroso, nel silenzio di me.
    Apri una porta di infinito, di multiverso, di smaterializzazione. Senza metafisica radical, semantica o postvittoriana, se mai esistesse ed esisterà.
    Cioè, molto semplicemente, fai venire voglia di essere te con loro. Fai venire voglia di esserci.
    Lì, là, nelle americhe. O qui, che poco importa, nella Liguria del mare di noi, bagnati fino alle ginocchia prima di buttarci nella scoperta del nostro esserci. Esserci a se stessi.
    Ecco, sì. Hai la stazza della Santa, della Giovanna d’Arco, quella prorompenza uterina che, giustamente per quanto mi riguarda, si pensava la sola divina. Credo che questo sia il miglior risultato possibile. Avere aperto la porta all’infinito, senza rimanere schiacciata dietro lo stipite, senza problemi di moda di chi passa prima o dopo. Hai aperto la porta e hai mostrato guardando intensa e delicata. Sapevo di essere lì con te, ero di fianco a te, ti sentivo parlarmi, vedevo la porta, ho visto la tua mano leggera sulla maniglia poggiarsi, il movimento sicuro. Ma poi, aperta la porta, ho visto solo di là. Ti ho dimenticata negli occhi miei e ti ho sentita come vento, negli occhi tuoi miei, entrata, senza lacrimazione.
    Come si chiamava quel cartone animato in cui una signora con il cucchiaio si nascondeva nel taschino di una bambina?
    Dici della disubbidienza civile. E subito si apre il sorriso Dadà: chi disubbisce a chi? Chi è civile e chi incivile? Conviene parlarne? Forse sì, scalda tutto. Sposta quel velo bianco di velatio (corsivo), di eterea fragilità. Ricorda, soprattutto; ricorda chi siamo. Il passato, che sempre è nostro, mai mio. Mi fa tornare in mente il titolo del cartone animato su Italia1, mi fa sentire la mia mano d’uomo sulla tastiera, mi sprimaccia la barba come donna devota. Devota a sé, alla sua possibilità di scelta, alla sua libertà di amare. Quindi in un certo senso ancora dentro, all’uopo, nel pieno della tua riflessione.

    Da questa parte dello schermo arriva una guarigione piena di quello spirito che la tua ricerca ti ha nutrito, allevato, forse, proprio, anche se mi fa un po’ timidezza scriverlo, che ti ha curato.
    È un testo così luminoso che sì, si fa fatica a ingordare di non chiedertene ancora.
    Ma saprai rispondere, anche di questo sono sicuro, nel caso ti venga offerta o richiesta una performance che non senti.
    Perché ne sono sicuro? Perché le parole hanno una luce e un’ombra.
    Ma solo una luminosità.
    Grazie di questa. Grazie per questa.
    Me ne faccio carico come uomo, con il coraggio di bambino di fronte al mare.

    – Grazie anche a phom, per le domande non scontate e l’attenzione di ricerca. –

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