Phom

christian_tasso

Christian Tasso è un fotografo italiano. Ha coltivato la fotografia da autodidatta, cominciando a lavorare ai suoi progetti dal 2007. Ha collaborato con Ong e con varie istituzioni (fra le altre, le Nazioni Unite), e i suoi reportage sono stati pubblicati su importanti magazine internazionali ed esposti più volte.

1. La disabilità è sempre stata una presenza importante nei tuoi lavori, vedi il lavoro nei campi Saharawi, fino a diventare il motivo che ti ha spinto a realizzare “QuindiciPercento”: ce ne vuoi parlare?

Per caso, nei campi profughi Saharawi, iniziai un lavoro sulla vita delle persone con disabilità; le fotografavo con l’idea che raccontare il dolore e la sofferenza fosse la giusta via per denunciare le cose e contribuire a un cambiamento.
Forse oggi non la penso più così.
Nel 2015 ho iniziato un progetto globale sulla stessa tematica, con l’idea di creare una rete di storie dai quattro angoli del pianeta. Ma in questo lavoro non ci sono vittime o sofferenze. C’è solo la vita quotidiana delle persone che ho incontrato lungo la strada. Sto cercando l’intimità all’interno di quel mondo che viene definito anormale, tentando di abbattere, in primis dentro me stesso, l’unico concetto che non riesco a definire, la normalità.
Maurizio Chierici, nell’introduzione al primo libro del progetto “QuindiciPercento” scrive: “Gli occhi che raccolgono l’infelicità devono restare asciutti”.

Quella frase è diventata il mio mantra, credo che solo in questo modo io possa rispettare la dignità delle persone che decidono di farsi fotografare da me.

2. “Hotel House” è il racconto di un microcosmo, fatto di solidarietà e contrasti interni dentro un complesso abitativo di Porto Recanati, definito da Adriano Cancellieri una “Torre di Babele cruciforme”: come ti sei trovato ad interagire con queste persone?

L’Hotel House è il mondo oscuro di cui noi tutti abbiamo bisogno. Situato nella bella e morbida provincia italiana dove sono cresciuto,  questo condominio multietnico con episodi di microcriminalità è stato negli anni un’occasione ghiotta per i media; è così che nascono i muri invisibili, con anni e anni di comunicazione negativa e di capri espiatori.

Un giorno l’ho visitato, volevo vedere con i miei occhi quello che anche nel mio immaginario era un inferno.

Al suo interno ho trovato bambini che giocavano, cucine dai mille sapori e un incrocio culturale unico. Ho deciso di trasferirmi a vivere dentro alla struttura, di realizzare un lavoro al suo interno che parlasse delle risorse del condominio, invece di cercare immagini violente. Dopo un anno ho allestito una mostra nel suo cortile, in un pomeriggio di inizio estate. Ho cercato di far entrare, per una volta, il mondo esterno, per dimostrare loro che l’inferno è stato creato dal pregiudizio.

3. In “The last Drop” si percepisce una vicinanza diversa, forse perché legata alle tue radici: quanto c’è di personale nel racconto che fai degli altri?

Voglio rispondere citando un tratto dello Zibaldone di Leopardi:

“ …e finalmente la sommità, l’ultimo grado del sapere, consiste in conoscere che tutto quello che noi cercavamo era davanti a noi, ci stava tra’ piedi, l’avessimo saputo, e lo sapevamo già, senza studio: anzi lo studio solo e il voler sapere, ci ha impedito di saperlo e di vederlo; il cercarlo ci ha impedito di trovarlo. E guardando in alto per informarci delle cose nostre, che ci stavano tra’ piedi visibilissime, chiarissime, e ordinatissime, non le abbiamo vedute, e non le vediamo; e siamo per conseguenza caduti e cadiamo in tante fosse, primieramente di errori, secondariamente, che peggio è, di mali e infelicità. Quanto non si è studiato, che cosa non si è consultata, quali confronti non si son fatti, quali rapporti non osservati, quali secreti, quali misteri scoperti o cercati di scoprire, quante scienze, quante arti, quante discipline inventate, quante istituzioni fatte, o politiche o morali o religiose ec. per iscoprire la nostra origine, i nostri destini, la natura delle cose, l’ordine universale, la nostra felicità! Ma noi eravamo felici naturalmente, e tali quali eravamo nati, l’ordine delle cose era quello né più né meno che ci stava innanzi agli occhi, quello ch’esisteva prima dei nostri studi i quali non hanno fatto altro che turbarlo; la natura era quella che noi sentivamo senza studiarla, trovavamo senza cercarla, seguivamo senza osservarla, ci parlava senza interrogarla: il bene e il male era veramente quello che noi credevamo naturalmente tale: i nostri destini erano quelli ai quali correvamo naturalmente, come il fiume al mare: la verità reale era quella che sapevamo senz’avvedercene, e senza pensare o credere di sapere. Tutto era relativo, e noi abbiamo creduto tutto assoluto: noi stavamo bene come stavamo, e perciò appunto ch’eravamo fatti così; ma noi abbiamo cercato il bene, come diviso dalla nostra essenza, separato dalla nostra facoltà intellettiva naturale e primigenia, riposto nelle astrazioni, e nelle forme universali. Si è ricorso al cielo e alla terra, ai sistemi i più difficili (siano chimerici o sodi), in milioni di guise, per trovare quella felicità, quella condizione conveniente a noi, nella quale eravamo già stati posti nascendo: e non s’è trovata, se non quanto si è potuto conoscere ch’ella era appunto quella che avevamo prima di pensare a cercarla."
(12. Gen. 1821.)


4. In "MadrEmilia" hai esplorato la relazione fra uomo e terra in Italia, ma come regista: come integri foto e video nel tuo lavoro? Che valore aggiunto da questa doppia anima al tuo lavoro?

Non le integro.
Sono due tipi di lavoro decisamente diversi, e trovo tra loro davvero poche connessioni, a parte quelle tecniche. Affrontare un lavoro fotografico richiede un certo tipo di pensiero, affrontare un lavoro video ne richiede uno completamente diverso.

La verità è che saltare dalla fotografia al video è abbastanza facile, e nel mercato, complici i nuovi media, c’è una richiesta video esponenzialmente superiore a quella delle fotografie. Pertanto l’approccio al video è quasi automatico. Per me è stata una fase, sperimentazione pura nata per dei lavori che mi vennero commissionati. Non credo si ripeterà più.

5. Sul tuo sito indichi esplicitamente il tuo profilo Instagram come “vetrina” per le tue fotografie in vendita: che uso fai di  questo social network, e cosa pensi della condivisione dei lavori professionali in rete? In generale, come ti approcci ai social media?

Indico Instagram perché lo sto sperimentando, non è il mio canale principale di vendita, ma lo seguo con attenzione e costanza perché trovo sia un bel modo di comunicare il proprio lavoro, e, perché no, di trovare nuovi clienti.
Non gli do più valore di quello che ha, i social network sono strumenti di comunicazione, che diventano utili quando accompagnano altri tipi di eventi, come esposizioni e libri.
La fotografia, per me, è completa una volta stampata e diventata oggetto fruibile.

Intervista a cura di Gabriele Magazzù

 

 

Leave a Reply