Phom

Majlend Bramo è un giovane fotografo di origini albanesi che vive a Firenze. Dopo essersi occupato di cronaca e fotogiornalismo per diversi anni, adesso sviluppa i suoi progetti di reportage e documentario. Selezionato per la Noor Masterclass del 2015, con il suo progetto “Sine Sole” ha ricevuto riconoscimenti e visibilità internazionale.

Majlend sarà il nostro settimo #PhomTakeover! Lo abbiamo incontrato, e gli abbiamo fatto alcune domande:

 

1. Parliamo di “Sine Sole”: è una storia che coinvolge una piccola comunità, ma che ha delle forti implicazioni simboliche, per così dire. Ci vuoi dire come hai scoperto Viganella e perché hai deciso di raccontarla?

Qualche anno fa lessi di un paesino in Norvegia che aveva intenzione di costruire uno specchio gigante per riflettere la luce del sole sulla piazza principale della cittadina; nella conclusione dell'articolo si diceva che questa idea era stata presa in prestito da Viganella, un paesino nelle Alpi italiane che è stato il primo banco di prova per un progetto del genere. Ho pensato allora di documentare questa storia e di andare a Viganella, dove tutto cominciò. Questa cittadina è circondata dalle montagne e, nei tre mesi invernali, non riceve luce solare rimanendo perennemente in ombra. L'escamotage, voluto dal sindaco di allora Pier Franco Midali, di costruire un specchio per fare in modo di ricevere luce riflessa mi è sembrata da subito un'idea geniale ed al tempo stesso utopica, che ha delle connessioni con il sogno di Icaro di raggiungere il Sole. Dopo aver cominciato a scattare mi sono chiesto quanto sia importante la luce per noi esseri umani e cosa siamo disposti a fare pur di averla. Come influenza la nostra vita l'assenza o l'abbondanza di luce? Spero che Viganella sia l'occasione per un ragionamento piú ampio che intendo continuare nel tempo.

2. In “Shqiperia moi e bukura”, o anche nelle immagini che posti su Instagram, l’Albania appare come un Paese in continua transizione: cosa vuol dire per te raccontare questi cambiamenti?

Io sono nato in Albania e mi sono trasferito in Italia all'età di 2 anni: raccontare il mio paese è stato, ed è, un modo per riscoprirlo. Tutto quello che sapevo prima di andarci veniva dai racconti dei miei genitori, racconti che comunque erano fermi all'epoca Comunista. Ho cercato di unire la voglia di riscoprire le mie origini alla voglia di raccontare storie attraverso la fotografia. L'Albania sta crescendo e cambiando ad una velocità molto elevata. Negli ultimi 30 anni ci sono stati degli stravolgimenti che hanno portato sia effetti positivi che negativi. Mi interessa vedere ed indagare questi due aspetti, essendo consapevole che le potenzialità di questo paese sono grandi. Al momento l'Albania possiede lo status di paese candidato all'entrata nella UE. Questa è un ottima occasione per poter costruire qualcosa di lungimirante, essendo consapevoli di tutte le cose che non hanno funzionato nei paesi piú avanzati che hanno giá vissuto questo processo di sviluppo nei decenni passati.

3. Il tuo lavoro su Bhopal mostra gli strascichi di una tragedia che continua dopo più di 30 anni. Come ti sei relazionato con queste persone?

Il caso ha voluto che mi trovassi a Mumbai poco prima dell'anniversario dei 30 anni dalla tragedia. Ho deciso allora di andare a documentare questo avvenimento per capire che tipo di conseguenze può avere una catastrofe di queste dimensioni sulle persone. La storia di Bohpal è un monito per tutto il mondo. Nel dicembre del 1984 si formò una perdita nella fabbrica di pesticidi Union Carbide, causando la morte istantanea di circa 2 mila persone e producendo un intossicazione di tutta l'area circostante che ha reso invalidi migliaia di persone fino ad oggi e che continua a creare vittime. Mi sono chiesto fino a che punto possiamo sacrificare delle vite umane per avere in cambio del profitto economico.
Cosa deve succedere per farci capire che la vita dell'uomo è il fine, non il mezzo, e che questa vita non finisce dove finisce il mio corpo ma che continua, senza barriere, tutta attorno a me.

4. Sei molto attivo su Instagram, con un feed che sembri usare sia come taccuino personale sia come "anteprima" dei i tuoi progetti in corso - pensiamo alle immagini da Iran, India…  Che approccio hai con questa piattaforma, e più in generale con i social media?

Creare un gruppetto di followers ti permette di avere un pubblico che è interessato a quello che fai. Lo scopo essenziale del mio lavoro è condividere una storia con altre persone; in questo senso, Instagram, puó giocare un ruolo chiave. Non è detto che debba essere la piattaforma di pubblicazione ultima; puó essere un luogo dove condividere quello che stai facendo a livello lavorativo o anche personale, sapendo che i due aspetti sono profondamente legati tra loro.
Oggi siamo capaci, come non mai, di connetterci con altre persone in giro per il mondo e di condividere quello che per noi è importante. Quello che io faccio puó influenzare un'altra persona che poi fará altre cose a sua volta, creando una catena con innumerevoli possibilitá. Spesso mi chiedo come sarebbe stato usato Instagram ai tempi della guerra civile spagnola da Robert Capa o nella vita notturna parigina da Brassai negli anni '30. Quello che possiamo fare oggi non è mai stato fatto.

5. Cosa posterai durante il nostro #PhomTakeover?

Racconterò una parte della storia dei migranti che stanno attraversando l'Europa in questo periodo. Sono andato in Slovenia a vedere quello che succede: per me è un tema molto sentito, visto che mi considero un migrante anch'io. Quello che i migranti stanno passando ora è già stato vissuto dai miei genitori 30 anni fa, anche se in modo meno tragico e drammatico. Questo viaggio è stato un modo per rivedere negli occhi dei migranti gli occhi dei miei  genitori, e per domandarmi se possa mai esistere una differenza tra “noi” e “loro”. Da dove viene il concetto di “straniero”? Se ci pensiamo profondamente, troveremo che è correlato a un modo di vivere orientato verso l'avere qualcosa: “Questo è il mio Paese e tu non ne fai parte.” Invece è tanto semplice capire che siamo tutti lo Straniero di qualcun altro e che quindi alla fine non siamo lo Straniero di nessuno.

Intervista a cura di Gabriele Magazzù

 

 

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