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Lorenzo Zoppolato è un giovane fotografo che vive a Milano. Formatosi con un master alla NABA di Milano, nel 2015 è stato finalista e poi tra i vincitori di Portfolio Italia, finalista ai LensCulture Street Photography Awards, e vincitore del Black & White Photographer of the year come talento emergente. [Lorenzo, di sua mano, ha aggiunto anche questo alla biografia che avevamo scritto per lui: «Sono molteplici inoltre le porte in faccia, i progetti falliti e i concorsi persi, è necessario scrivere anche questo.»]


Lorenzo sarà il nostro nono #PhomTakeover! Gli abbiamo rivolto alcune domande:

1) Cominciamo da una serie per cui hai ricevuto molta attenzione: "Sussuri Riflessi”, sui i Misteri della Settimana Santa a Trapani. Qual è stato il tuo approccio ad un evento antico, fotografato e raccontato in molti modi?

Ho usato una messa in scena - la processione - per creare a mia volta una messa in scena funzionale al mondo che volevo evocare.
Mi interessava il sentimento del lutto, e questo antico rito mi è sembrato una metafora perfetta nella quale trovare delle situazioni che squarciassero la realtà per mostrare le immagini che avevo in mente.
Non mi interessava assolutamente la documentazione della processione, è stata fatta da molti e molto bene (meglio di come avrei fatto sicuramente io).
Dal mio punto di vista non c’è bisogno di altre foto sulla processione dei Misteri. Posso dire di avere usato la processione come un tramite per accedere al mio immaginario. Paradossalmente [le foto] sono quello che non è. Forse la parte più importante delle foto è la cornice, perché poi c’è il bianco, dove il lettore è libero di completare le immagini - invece che con la processione, con il proprio immaginario legato al lutto.

2) Con “World Dog Show” entri dentro il mondo delle competizioni di bellezza canine, sempre più diffuse. Ce ne vuoi parlare?

Questo è un progetto a cui sono legato ma che sento ancora debole come struttura: è lontano dall’essere terminato. Spero di continuarlo presto anche se le occasioni per farlo non sono moltissime.
Trovo affascinante che decine di migliaia di persone si ritrovino in un unico luogo per far sfilare ed eleggere il cane più bello del mondo (o comunque l’animale più bello della categoria). È come se l’oggetto del proprio amore si sublimasse e avesse la necessità di diventare il “migliore” degli altri. Voglio precisare che i cani che ho visto godevano tutti di ottima salute. Erano trattati come dei re: pettinati, spazzolati, incipriati… eppure nei loro occhi ho trovato gli stessi occhi delle competizioni di bellezza per bambine che abbiamo sicuramente in mente tutti. Sfilano in perfetta salute, perfettamente vestite e pettinate, ma mi chiedo se forse non sarebbero più felici meno incipriate e più libere di essere quello che sono, e non un prodotto da consumare. C’è una ironia amara in tutto questo. Penso che sia uno specchio abbastanza fedele della società nella quale siamo immersi ogni giorno.

3) In “Piccola Storia” e “Piccoli Grandi” hai fotografato bambini e ragazzi in piccole comunità della Russia: come ti sei avvicinato a questa realtà, e cosa hai voluto restituire con le tue immagini?

Questa è una storia che richiederebbe un capitolo a parte, nel senso che è un lavoro arrivato in un momento difficile della mia vita nel quale la remota Russia rappresentava paradossalmente l’unica meta sicura per il mio equilibrio.
Dirò poco su questi lavori. Vorrei dire tanto invece di come la fotografia sia un modo per ritrovarsi.
Sono fotografie che ho scattato perché mi facevano stare bene. "Piccoli grandi" è probabilmente il mio lavoro più conosciuto e quello che sento più mio, ma che nonostante tutto paradossalmente nascondo di più. Sul sito sono presenti pochissime foto. Le migliori rimarranno inedite.

Ho bisogno di proteggerlo dalle speculazioni che potrebbe generare, sto attento ai contesti. Parte dell’atto fotografico è ragionare anche di contesti di consumo della fotografia stessa.
Preferisco farne una mostra, come è accaduto ora al Trieste PhotoFestival, nel quale posso parlare faccia a faccia con le persone che vedono le foto, raccontare ad ognuno un aneddoto vero e differente di quella mia esperienza. Perché questo sono: il riassunto di un pezzo di vita passata con ragazzi della mia età in una località remota della Russia. Probabilmente il periodo più autentico della mia vita, per questo trovo superficiale ragionare in termini “fotografici” di quelle foto. Concorsi, premi pubblicazioni su giornali non valgono niente per questo lavoro.
Alcuni avranno sicuramente delle obiezioni a questo ragionamento, e le capisco, ma così mi sento di fare. Ho partecipato a Portfolio Italia, perché la considero una manifestazione di PERSONE prima che un concorso, e mi piace confrontarmi faccia a faccia. Era un'occasione per incontrare vecchi amici dopo un periodo nel quale ero un sparito. Quelle fotografie sono il mio biglietto di ritorno.

4) Come per molti fotografi, anche il tuo account Instagram è popolato da immagini personali e outtakes dai tuoi lavori commerciali: come usi - anche professionalmente - le piattaforme social?

Arrivo da un percorso di studi che ha fortemente influenzato la mia visione dei social: prima di fare il fotografo di professione ho lavorato per una nota multinazionale che si occupa di online advertising per importanti brand, e dunque ho uno sguardo abbastanza disincantato verso questi strumenti.
Sto molto attento e cerco di usarli invece che di farmi usare da loro. Li utilizzo con l’intenzione di incuriosire il potenziale “lettore” della mia fotografia, cercando però di portare la comunicazione “fuori dai social”.
Non è facile, perché sono fatti appositamente per fagocitare contenuti e consumarli al proprio interno. Se mi passi una metafora gastronomica [N.B.: scrivo in pausa pranzo], cerco di utilizzarli come fossero degli antipasti della portata principale che si consuma però fuori dai social. Anche perché dentro di essi il flusso è simile a quello di un “all you can eat”. Non sai che diavolo stai mettendo in bocca, e se anche ti passasse una pietanza buona davanti pensi già a cosa consumare dopo. Li uso per dare una spinta al mondo reale, per incontrare le persone (siano essi nuovi amici o nuovi clienti) davanti ad una tazza di caffè. Proprio come con te ora.
Gli scatti non fanno quasi mai parte di un progetto, ma sono “la mia piccola frase” su ciò che mi circonda o su quello che sto facendo professionalmente in quel momento. Non aggiungono valore, ma sono una cassa di risonanza.

Adoro inoltre cancellare le foto dopo qualche giorno che sono postate. Non tutte, ma alcune mi piace pensarle come eventi spot. Chi le ha viste potrà conservarne il ricordo, e gli altri l’avranno persa.
Sicuramente non cambierò il mondo con le mie foto, tanto vale levarle dalle scatole: mi sento meno in colpa verso l’inquinamento visivo che in qualche modo anche io contribuisco a creare.

5) Cosa posterai durante il nostro #PhomTakeover?

Quello che posterò sarà un lavoro inedito che dura da diversi anni. Polonia, Italia, Russia e Francia. Sono “Le cronache immaginarie del domatore di cavalli”.
L’intero lavoro è una Finzione. Narra le vicende, le avventure e la quotidianità di un domatore di cavalli che esiste nel mio immaginario, e che quelle fotografie in qualche modo vogliono ritrovare. Il linguaggio è volutamente quello del reportage, ma le immagini raccontano una storia inventata.
Sono un tramite per delle vicende che il lettore può liberamente immaginare. Non mi sognerei mai - e non ne ho la presunzione - di accostare il mio lavoro ad un racconto del grande Borges, ma è innegabile che il mio sogno sia che il lettore possa leggere il mio lavoro con la stessa fiducia e fede che si concede ai racconti del maestro.
È necessario avere un po' di fede guardando queste fotografie. Bisogna credere in qualcosa che non esiste, così da farlo vivere dentro di noi. La fotografia in questo caso mostra quello che non è.

 

Intervista a cura di Gabriele Magazzù

 

 

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