Phom

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Questo mese Phom da il via a #phomtakeover: una settimana al mese cederemo il nostro account Instagram ad un/a giovane fotografo/a, per vivere una settimana con loro, per vedere con i loro occhi, per approfondire - ancora una volta - il lavoro del fotografo in tutte le sue sfaccettature, compresa la relazione con i social media.

Phom ha sempre avuto uno sguardo rivolto ai giovani fotografi, autori talentuosi in cui vediamo il futuro della fotografia, italiana e non. Vogliamo quindi sostenerli e parlare di loro. Possono usare il nostro account come vogliono: per presentare un lavoro già finito, un lavoro in progress o per condividere degli scatti e dei momenti personali.
Iniziamo questo mese con Gaia Squarci.

Gaia Squarci è una fotografa e videomaker che vive e lavora a New York, dove è contributor dell'agenzia Prospekt.
Cresciuta a Milano, ha studiato Storia dell’Arte a Bologna e fotogiornalismo all'International Center of Photography (ICP). Nel 2014 ha frequentato l'Eddie Adams Workshop ed è stata finalista per la Joop Swart masterclass. Nel 2015 i suoi lavori sono stati esposti all’interno di reGeneration3, collettiva di nuove prospettive della fotografia, al Musée de l’Elysée in Lausanne.

Collabora con New York Times, New Yorker, Time Magazine, Vogue, Wall Street Journal, MSNBC, VICE, The Guardian, Newsweek e L'Oeil de le Photographie. Ha esposto negli Stati Uniti, Italia, Francia, Svizzera, Messico, Irlanda e Cina.

Le abbiamo fatto qualche domanda sul suo lavoro.

1. “Broken Screen” è uno dei tuoi lavori più particolari, per cui hai preferito usare il bianco e nero. Traspare una certa empatia e la volontà di essere partecipi alla diversa percezione di chi non vede. Cosa vuol dire raccontare la cecità con un mezzo visivo come la fotografia?

L’interesse per la cecità e partito proprio dalla fotografia. Mi sono resa conto di quanto la mia vita sia profondamente permeata di immagini, di quanto influenzino le regole del mondo in cui vivo e le relazioni tra gli esseri umani. Chi non ha più la possibilità di ricevere e scambiare stimoli visivi subisce comunque le dinamiche sociali dettate dalle immagini. Nel momento in cui ho iniziato a fotografare per questo progetto ci e’ voluto un po’ di tempo per trovare il modo giusto di farlo, perché anziché tentare di “spiegare” tramite le fotografie alcuni momenti della vita di chi non vede, il mio intento era quello di portare chi vede ad immedesimarsi nella loro situazione, e a chiedersi come reagirebbero, e come la loro identità nel mondo delle immagini sarebbe intaccata dalla perdita della vista.  

2. Hai usato molto il video anche per lavori legati alla performance e alla moda, anche con un approccio diverso da quello documentaristico che hai di solito: ce ne vuoi parlare?

Occasioni legate alla performance e alla moda sono un canale parallelo su cui é diventato importante per me poter lavorare, e in passato e’ capitato che aprissero la strada per storie più ampie. Trovo che l’ambito della fotografia e del video di reportage rischi spesso di chiudersi nell’autoreferenzialità e cerco il più possibile di assorbire nuovi spunti creativi anche da altre circostanze. Dirigere video su richiesta é un lavoro in cui mi trovo a mio agio e che mi stimola molto. Ovviamente nei lavori commissionati ho meno libertà di comunicare esattamente la mia visione, ma cerco di girare in modo che la discussione con il cliente possa avvenire durante il montaggio, così da non rischiare di scontentarlo completamente pur provando a spingere su alcune scelte personali di stile o contenuto. Sono lavori molto diversi da quelli di taglio documentario, ma dietro alla macchina c’è sempre la stessa persona.

3. Sul tuo profilo Instagram troviamo tante immagini personali insieme ad alcune prese dai tuoi lavori: che approccio hai con i social media? Quanto (e come) li sfrutti per il tuo lavoro?

Ho un rapporto piuttosto ambivalente con i social media. Sul piano personale mi divertono, cerco di non prenderli troppo sul serio e nonostante siano un mezzo di comunicazione onnipresente ho cercato di dar loro un posto abbastanza limitato nella mia vita quotidiana. Allo stesso tempo però la loro influenza sui grandi numeri mi sorprende spesso, e a volte mi spaventa. Consapevole dell’impatto che i social media hanno acquistato nel mio campo lavorativo, mentre scelgo immagini di diario da alternare a quelle tratte da progetti fotografici penso sempre al fatto che la maggior parte delle persone che le vedranno fanno parte del mio settore. 

4. Ti capita di usare professionalmente le immagini che hai scattato con lo smartphone? 

Di rado, ma succede. Di solito scelgo di usare il telefono anzichè la macchina fotografica solo in circostanze particolari, legate o alla posizione dell’inquadratura che sarebbe più complicato realizzare con una macchina tradizionale, oppure al potenziale pericolo nell’essere identificata come fotografa professionista in determinate situazioni. Non ho nulla contro l’uso del telefono per fotografare e forse non mi sono applicata a sufficienza per imparare ad usarlo al massimo delle sue potenzialità, ma, considerando anche il fatto che amo molto scattare di notte, continuo a preferire la velocità, la precisione e la gamma di scelte che offre la macchina fotografica. 

Potete vedere con gli occhi di Gaia, dal 18 al 24 gennaio, sul nostro account Instagram @instaphom. Buon viaggio!

Intervista a cura di Gabriele Magazzù

 

 

 

 

 

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