Phom

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Benedetta Falugi è una fotografa freelance italiana. Lavora quasi esclusivamente con la fotografia analogica, usando diversi formati. Le sue immagini sono state esposte e pubblicate in diversi paesi, ed utilizzate da diversi brand.

Benedetta sarà il nostro quinto #PhomTakeover! Le abbiamo fatto alcune domande:

1. Partiamo da una domanda di carattere generale: le serie che realizzi sono quasi tutte legate ai luoghi che hai intorno quotidianamente, posti che ritroviamo in immagini diverse, con uno stile che riprende la foto vernacolare e la concettualizza per costruire un racconto personale - almeno così ci è sembrato. Ti riconosci in questa nostra impressione?

Mi ci riconosco in parte. Il mio modo di fotografare è molto istintivo, spesso umorale per cui non credo appartenga ad un determinato stile. Sicuramente ci sono alcuni posti che amo e che ritornano spesso, questo perché sono luoghi in cui mi sento bene e dove vado per rilassarmi quindi sicuramente parlano anche di me e delle mie emozioni.

2. Ne "Il cotone" sembri spostare questo tuo approccio verso uno spazio pubblico, frammenti di un ricordo che da personale diventa collettivo. Ce ne vuoi parlare?

Questo progetto è in realtà diverso da tutti gli altri e nasce con uno spirito più vicino al reportage è il racconto fotografico della zona industriale di Piombino e del suo quartiere operaio (chiamato appunto il Cotone), della vita che ruota intorno ai ritmi e agli sbuffi, al clangore e alle esalazioni di una grande acciaieria. Sono molto affezionata a questo posto perché mio nonno ha lavorato proprio in quella fabbrica e la sua casa distava solo pochi metri dal muro che divide l’acciaieria dal quartiere – mi interessava tornarci e vederlo con gli occhi di adulta, non ci tornavo da molti anni, praticamente da quando ero una bambina. La prima differenza che ho trovato è sicuramente la presenza di molti immigrati africani, molti di loro sono i nuovi operai della fabbrica, non ho trovato, come forse mi sarei aspettata, un divario tra gli abitanti di sempre ed i nuovi arrivati, anzi, mi ha stupito ritrovare un’attitudine d’altri tempi, quando lavoro e rapporti umani erano permeati dei valori della solidarietà e dell’appartenenza collettiva.

3. Il tuo rapporto con la rete è duraturo, visto che utilizzi Flickr dal 2007 e continui ancora adesso ad usarlo come piattaforma per le tue immagini, a cui si aggiungono gli altri canali social. Che uso fai dei social network? Non credi che abbiano contribuito ad una “rinascita” della fotografia analogica?

E' vero uso la rete da anni e credo che farne un uso misurato e "oculato" sia un bene per il mio lavoro e la fotografia in generale. Per quanto riguarda flickr, è stato il primo canale di condivisione che ho usato ed è stato molto importante perché mi ha permesso di confrontarmi con gli altri e di scoprire moltissimi talenti e fonti d'ispirazione, adesso lo uso soprattutto come archivio on line, non sono più molto attiva lì, tutti ci siamo "spostati" su fb e instagram, perlopiù. Io cerco di usare i social soprattutto per far conoscere il mio lavoro e per vedere quello degli altri, da autodidatta è stato fondamentale per me potermi documentare, studiare e confrontare con altri fotografi in tutto il mondo semplicemente restando alla mia scrivania. Per quanto riguarda l'analogica abbiamo assistito ad un vero boom negli ultimi tempi, passato soprattutto attraverso i canali sociali, da una parte, ahimè, credo sia una moda passeggera, vissuta più con leggerezza che con convinzione, dall'altra vedo crescere sempre più veri estimatori della pellicola e non può che farmi piacere amandola e usandola da sempre.

Intervista a cura di Gabriele Magazzù

 

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