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Renata Ferri

© Roberta Levi

© Roberta Levi

Nata a Roma nel 1964, Renata Ferri attualmente vive a Milano. Giornalista, è caporedattore photo editor di Io Donna, il femminile del Corriere della Sera e di Amica, mensile di Rcs Mediagroup. Precedentemente ha diretto la produzione fotografica di Contrasto. Cura progetti editoriali ed espositivi di singoli autori e collettivi. Si dedica da sempre all'insegnamento. Membro di numerose giurie di premi fotografici italiani e internazionali, ha un blog dedicato a storie fotografiche sul Post.


Qual è la definizione che daresti del photo editor, oggi?

Persone che s’impegnano affinché la fotografia sia un linguaggio dell’informazione e della conoscenza.

Il fotogiornalismo, così come il giornalismo, viene da più parti considerato in crisi per diversi motivi: qual è la tua opinione?

Ci sono molte ragioni.
Credo che alla base ci sia una crisi culturale che riguarda l’informazione. La televisione prima e, negli ultimi due decenni il web, hanno cambiato la velocità di fruizione dei contenuti: sono aumentate le fonti e la difficoltà di verificarle. Siamo sommersi dalle notizie (non solo visive) che mettono alla prova la nostra capacità di selezionarle. Si vede tanto e si approfondisce sempre meno e, per quanto riguarda l’immagine, paradossalmente si aggrava il nostro analfabetismo a fronte di una continua stimolazione.
Giornalismo e fotogiornalismo sono stati finora legati dalla comune sorte: il declino dell’editoria tradizionale, la mancanza di una nuova progettualità per la stampa cartacea, quotidiana e periodica, la difficoltà di comprendere e dunque produrre l’informazione sul web, hanno indebolito il giornalismo di immagine e parola. La crisi dei grandi gruppi editoriali, che pagano il prezzo di aver speso molto (e male) nel passato, vede una costante riduzione d’introiti pubblicitari a cui fa seguito la mancanza di investimenti e il necessario ricambio generazionale. Il risultato è una paralisi del mercato dell’informazione.
Si è formato un esercito di giornalisti precari e di fotografi freelance che, se è vero che hanno molti più interlocutori – le testate on line, i social network, le web tv e ovviamente la stampa cartacea – allo stesso tempo non hanno un referente con cui dialogare, costruire progetti e crescere.

Se l’editoria è stata in passato la principale fonte di finanziamento, stimolo e visibilità per le storie fotografiche, è inevitabile che questa crisi abbia cambiato profondamente il modo di fare documentazione. Stiamo assistendo a una nuova forma di indagine indipendente che produce contenuti per essere offerti una volta fatti e finiti.
Per rimanere nel nostro ambito: il fotografo è un libero professionista o un precario – dipende da come si vuole definire – completamente scollegato dalla testata su cui pubblicherà il suo lavoro. Questa indipendenza forzata e l’assenza di committenza hanno in qualche modo costretto i reporter a diventare bravissimi: affrontano molti rischi, investono economicamente, consapevoli e capaci di offrire alla malata editoria storie complete e originali. Necessità fa virtù, ma per alcuni che riescono a portare avanti il proprio progetto, altri abbandonano.
Un altro effetto dell’indipendenza progettuale è stato quello, per i fotografi, di esplorare nuovi spazi di visibilità. Il fenomeno del self-publishing e l’incremento di produzioni editoriali sono un segnale evidente della grande vitalità della fotografia e della sua spinta propulsiva a creare (o scoprire) nuovi spazi di esistenza.

Cosa vedi nel futuro di questa professione?

È necessario ridisegnare la figura del photo editor.
È cambiato lo scenario, perciò chi produce e sceglie immagini deve essere più preparato rispetto al passato. Occorre fare i conti con il web e la sua velocità: evitare immagini già viste, rompere gli stereotipi, seguire la progettualità degli autori, partecipare agli editing, stare nella fotografia a 360°, come se fosse (in realtà lo è) un training continuo, cercando di avere uno sguardo attento sul mondo. Il photoeditor oggi deve essere una figura “ponte” tra l’eterogeneo universo della stampa e quello della ricerca fotografica. Un ruolo non riconosciuto ma che, per forza di cose, col tempo dovrà esserlo per mantenere indispensabile questa figura professionale.
Bisogna essere pronti, rimettersi in gioco, studiare. L’impegno a cui siamo chiamati, noi che ci occupiamo di fotografia, fa bene e è necessario a noi stessi e ai fotografi, per ricongiungere chi produce e chi utilizza le immagini in questi anni confusi e difficili e, mi auguro, transitori.
La sfida è già in atto: ridisegnare la soggettività di chi fa informazione, restituire identità e dignità a chi crea, scrive, disegna, fotografa e dunque anche il photo editor. Non è più tempo di svolgere funzioni di servizio per riempire spazi tra un testo e l’altro. Si tratta di fare cultura, osservare il mondo e filtrarlo per tradurlo in immagini.
Sopravvivrà chi si è preparato.

Quali sono le esperienze, a livello internazionale, che secondo te stanno tracciando direzioni interessanti da seguire su come fare giornalismo?

Sicuramente alcune testate online hanno saputo dominare la relazione tra carta e web: penso al Guardian, New York Times, Time, New Yorker, The Atlantic solo per citarne alcune. E altre, native digitali, hanno sfruttato l’esperienza del buon giornalismo per arrivare nella rete con nuova energia e solida esperienza: Mediapart, Politico, Quartz, Slate ecc. Per quanto riguarda l’Italia ci sono esperienze interessanti come Internazionale che, forte del successo e del consolidamento del rapporto con il pubblico, si è lanciato nella sfida del web creando un nuovo prodotto: senza cadere nel vizio di riprodurre dalla carta ai pixel, come se il web fosse un mero supporto. Trovo positiva e in vivace crescita l’esperienza del Post, testata su cui tengo un blog. Seguo Rivista Studio e Doppiozero, per l’approfondimento, mi sembrano esperienze interessanti. Per quanto riguarda i quotidiani online, mi sembra che La Stampa stia sperimentando bene e faccia da apripista per nuovi contenuti e l’utilizzo dell’immagine, mentre il Corriere della Sera tenta, di tanto in tanto qualche approfondimento con i webreportage.

Dall’osservatorio privilegiato della tua professione, cosa vedi emergere nell’ambito del reportage/fotogiornalismo? Magari dal cuore delle tensioni mondiali - pensiamo ad esempio a situazioni come l’agenzia irachena Metrography.

L’esperienza di Metrography ci insegna due cose: primo, esiste una fotografia locale che ha molto da dire; secondo, è finito il colonialismo fotografico. Per raccontare una storia ci devi essere, la devi conoscere, studiare e vivere.
Il “testimone” è un protagonista. Mi sembra una naturale evoluzione del fotogiornalismo stesso. E ciò non vale solo per i paesi alle prese con conflitti o disagi. Penso ai fotografi cinesi contemporanei, a quanto ci hanno detto del loro Paese: sfumature che nessuno straniero avrebbe colto se non, forse, dopo una lunga permanenza. Per non parlare della nuova generazione russa: la scorsa edizione di Visa Pour l’Image a Perpignan ha visto più fotografi russi che di tutti i paesi europei messi insieme.
La fotografia è un linguaggio universale e accessibile che consente un tirocinio indipendente. Molti grandi autori sono autodidatti: questo mezzo così potente e così semplice offre a ognuno la possibilità di raccontare. Per questo le esperienze “locali” che diventano elaborazioni collettive, ritratti antropologici, inchieste, mi sembrano un arricchimento non solo per i singoli autori ma per noi, che possiamo conoscere meglio e fidarci un po’ di più di una “fonte “, se così possiamo dire, diretta e partecipe.

Nella tua attività spesso viene citata la qualità come valore necessario. Cos'è per te la qualità?

La sincerità degli intenti e l’onestà intellettuale.
Di chi fotografa, di chi diffonde quelle immagini e di chi le utilizza.
Solo così si può ripristinare un patto di fiducia con chi le guarda.

Da photo editor come ti poni nei confronti della narrazione visiva? È legata alla capacità di una singola fotografia di saper raccontare o cerchi maggiormente lo sviluppo in un corpo di fotografie? Puoi farci degli esempi?

Se parliamo di fotogiornalismo, mi interessa il racconto per immagini.
Ho la necessità di avere una visione ampia di un luogo o di un tema: cosa succede prima e cosa dopo, mi servono più suggestioni per entrare dentro la storia.
L’immagine singola assolve una funzione differente, penso all’utilizzo nella prima pagina o nell’homepage dei giornali: dobbiamo introdurre (o sparare) una notizia, racchiuderla, sintetizzarla, suscitare la curiosità e l’emozione nei lettori.
Tendenzialmente diffido delle singole immagini poiché sono spesso frutto di un momento eccezionale e non consentono la lettura narrativa e la conoscenza del linguaggio e del punto di vista dell’autore.
Se invece vogliamo fotograficamente parlare d’immagine singola come ricerca artistica, in questo caso l’intento concettuale dell’autore è in quell’opera che non ha il prima e il dopo, non volontà narrativa ma è creata per contenere in se stessa tutto quello che l’artista vuole dire e suscitare in noi. Ma questa, è un’altra storia.

Come si caratterizza il rapporto tra photoeditor e fotografo? Quali sono le dinamiche che si instaurano?

Posso parlare del mio rapporto con i fotografi. Credo che non ci sia una regola.
Il mio si svolge a tavola. Se posso, e cerco di farlo capitare spesso, pranzo o ceno con i fotografi. È uno spazio libero, posso ascoltare le loro storie, chiedere dettagli e aneddoti. A tavola si evitano i computer o le stampe e si può costruire mentalmente la storia che poi si vedrà. Mi piace come espongono il loro lavoro, è un modo per entrare in relazione, per farmi un’idea e poi lasciarmi sorprendere, cosa che capita spesso. Ci sono descrizioni magnifiche e immagini modeste. E pranzi di poche parole che regalano una fotografia interessante e spunti per riflettere. 
Normalmente i fotografi che incontro non cercano conferme del loro lavoro, al contrario, vogliono critiche, vogliono essere messi in discussione. La maggior parte di loro ha bisogno di aiuto per l’editing, per la sequenza da dare al racconto o consigli su come e dove presentarlo. Molto spesso vedo dei work in progress, lavori che hanno bisogno di prendere una direzione definita per cui hanno bisogno di suggerimenti riguardo ciò che ancora manca o è stato indagato troppo superficialmente.
Quasi nessuno viene a trovarmi per propormi dei lavori per i giornali di cui mi occupo. Paradossalmente sembra che pubblicare non sia più una priorità. Sarà per l’esiguità dei compensi o per la sempre più scarsa considerazione che hanno dell’editoria.
Certo è che la pubblicazione, in questo momento storico, non è la misura del successo del loro lavoro.

Recentemente hai curato la pubblicazione legata al progetto 4, realizzato da Terra Project con WuMing2. Qual è la differenza tra il lavoro in una rivista e il lavoro editoriale come questo? Puoi raccontaci qualcosa su questa esperienza?

Il lavoro di un progetto editoriale per un libro e quello che si fa quotidianamente per le testate, che siano settimanali o mensili, è completamente differente. Nel primo caso si progetta e i tempi sono sempre molto lunghi. Con i fotografi normalmente lavoriamo su un progetto a lungo termine. Scegliamo le immagini e costruiamo uno scheletro di sequenza. Una volta costruita questa traccia entra in gioco il designer che comincia a disegnare il contenitore. Mentre questo lavoro procede, cambiando molto spesso per esigenze di adattamento, si lavora sui testi: introduzione, postfazione, testimonianze, didascalie, biografie ecc. Mettere insieme tutto questo comporta un lavoro di squadra impegnativo e appassionante. Si vede nascere qualcosa che prima non esisteva e che, qualunque sia il risultato, rimarrà per sempre nella sua forma materiale e nella sua tracciabilità.
È come lasciare un piccolo segno, raccontare una piccola storia nella grande storia del mondo.
Io in questi progetti scivolo in una relazione empatica con la fotografia, ossessiva, fisica e molto creativa.
Fare giornali è diverso: ogni numero che prepari finisce nel momento in cui si manda in tipografia. Le pubblicazioni si dimenticano mano a mano che mandi via le pagine e cominci un nuovo numero. Resta la memoria delle cose che hai prodotto o pubblicato, di quelle buone e di quelle venute male di cui ti rammarichi. Per quanto possa essere appassionante, e lo è moltissimo, è qualcosa che non ti appartiene mai completamente. Si costruisce con la redazione che è un gruppo ampio e non sempre omogeneo: un giornale è frutto di molte mediazioni e molte differenti competenze su cui ha potere decisivo e finale il direttore.
Si vive sempre con ritmi adrenalinici, anche se si tratta di un mensile: c’è la chiusura, il timone da rispettare, i cambiamenti dell’ultima ora.
L’esperienza di 4 è stata molto difficile. Mettere insieme persone così differenti tra loro che non si erano mai incontrate prima, senza committenza e dunque senza una scadenza da rispettare, è stato come nuotare in mare aperto senza sapere davvero quale fosse la direzione. Non è nato come un progetto collettivo e forse per questo è stato difficile farlo diventare tale.
Abbiamo creato una storia fantastica partendo da fotografie della realtà, provenienti da diversi fotografi e da differenti lavori. Fondamentalmente è stato lavorare su un archivio, affondando dentro quattro anni di produzione e cercando di tirare un filo che consentisse la scrittura e la costruzione di un’opera compatta, con una sua omogeneità.
È stata davvero una grande sfida. Un triplo salto carpiato. Anni di lavoro, molte interruzioni, tante parole e una grande fatica.

Che prospettive vedi per la multimedialità? La consideri come una possibile “evoluzione” del fotogiornalismo, oppure uno strumento che si somma a pratiche consolidate? Pensiamo a lavori – anche molto diversi tra loro – come i multimedia del New York Times, a Hollow, e altri.

Sono molto contenta dell’ingresso della multimedialità nel fotogiornalismo. Per certi versi è un’evoluzione. Più in generale, sono molto ottimista per quanto riguarda l’informazione online e il ruolo delle immagini, fisse e in movimento. Credo che un giornalismo di qualità, d’inchiesta e approfondimento, possa e debba ripartire dai nuovi media, perché conviene. Fotografia, video, grafica, infografica, illustrazione e parola dovranno tornare a essere le lingue che deve saper parlare l’informazione per essere capace di interessare (e per vivere online). Non posso che confidare in una rinascita. E confesso che vorrei avere l’opportunità di contribuire a questa rinascita e vivere il privilegio di sperimentare. Oggi è inammissibile pensare di fare nuovi giornali senza dialogare con il web, cioè senza prevedere un doppio binario progettuale. Eppure succede e i risultati sono sempre gli stessi: testate che esistono per una stagione e chiudono dopo aver bruciato le risorse economiche e le energie professionali. Io ritengo che il vero investimento progettuale debba essere nel grande spazio del web. E’ indispensabile tornare a inventare per poi fare anche giornali cartacei ma in modo nuovo, alternativo al web, senza doppiare e senza scimmiottarsi.
Il web non è alternativo alla carta e viceversa. Hanno possibilità e fruizioni differenti.
Se fatti bene, funzionano entrambi. Quindi torniamo al discorso della qualità. Si finisce e si riparte sempre da lì. Di questo c’è bisogno, altrimenti non ne usciamo, assistiamo all’agonia contando le vittime.  

Talvolta percepiamo una difficoltà nell’affermazione di un’identità chiara del reportage oggi, che sembra continuamente in tensione tra direzioni diverse: verso l’arte, l’autorialità, a volte verso la negazione di se stesso, e più in generale verso una contaminazione, spesso anche interessante. In che fase siamo?

Siamo più aperti. Meno ortodossi e rigidi. Per esempio, possiamo guardare ai conflitti da molti punti di vista.
Penso alle immagini che arrivano dalle guerre contemporanee: le agenzie di stampa offrono un flusso continuo che ci aggiorna sull’evoluzione dei fatti mentre le immagini dei protagonisti dei drammi, oggi produttori di testimonianze attraverso gli smartphone o semplici fotocamere, documentano la loro vita. L’impegno dei grandi maestri contemporanei che seguono i mutamenti di un Paese o di una problematica a lungo termine sono punti di vista individuali, visioni epiche.
Dunque notizie a flusso continuo, testimonianze private, grandi racconti, sono le molte lingue della fotografia. Nessuna sostituisce l’altra.

Se a questo sommiamo le possibilità che l’intensa storia della fotografia ci offre per comparare e approfondire la tragedia della guerra in altri luoghi o momenti storici, avremo l’opportunità di molte suggestioni e differenti piani di lettura.
Per fare degli esempi, mentre rispondo alle domande di questa lunga intervista, sono in corso alcune mostre che possono supportare la mia tesi: penso a quella alla Tate
Conflict, Time, Photography o a quella al Mart di Rovereto La guerra che verrà non è la prima
 1914 – 2014.
Nella fotografia contemporanea, in ambito autoriale, alcuni fotografi, con altri linguaggi, affrontano temi cari al fotogiornalismo offrendoci l’opportunità di un altro approccio alla guerra: Broomberg & Chanarin o a Raphaël Dallaporta, solo per citarne due. Altri come Gabriele Basilico con Beirut o Simon Norfolk con il lavoro The battle space, hanno scelto la fotografia documentaria per condurci nella suggestione/riflessione; i grandi scenari di Luc Delahaye e gli escamotage cromatici di Richard Mosse, hanno offerto originali punti di vista e, Josef Koudelka stesso, con Chaos ci ha proposto una rilettura del paesaggio ferito di assoluta potenza .
Mi rendo conto che l’esempio della guerra è molto ovvio ma, se ci pensiamo bene, è talmente iconico del fotogiornalismo che funziona perfettamente per segnalare il pericolo che corriamo di dimenticare altri stimoli possibili.
Le contaminazioni sono ricchezza e i linguaggi differenti le nostre migliori occasioni di fruizione: occhi, pancia, cuore, mente, pelle.
Certo, è fondamentale che ci siano i requisiti della risposta alla sesta domanda.

E come photoeditor, come ti relazioni rispetto a queste direzioni?

Come ho già detto prima, oggi i giornali non sono il terreno di confronto per la fotografia contemporanea. Non approfittano della ricca ed eterogenea offerta che c’è.
Sono legati all’immagine “illustrativa”, non documentativa. Non sono interessati a quella autoriale, se non filtrata da una concezione artistica ma solo se promette intrattenimento visivo.
Come photo editor mi pongo ogni giorno questi problemi: cerco di trovare dei varchi per proporre cose differenti ma mi rendo conto che non è il tempo della sperimentazione, della curiosità per il nuovo e (purtroppo) neppure per il vecchio. Fateci caso, l’utilizzo della fotografia d’epoca è sparito, con grande rammarico dei numerosi estimatori.
C’è una crisi d’identità che costringe al minor rischio possibile e obbliga a inseguire stereotipi consolidati.
Spero di avere presto l’occasione di pormi il problema della sperimentazione e della mescolanza di linguaggi perché, come amante della fotografia, m’interrogo costantemente e cerco di seguire quello che accade e di cambiare spesso opinione. Questa benefica confusione mi obbliga a farmi sempre nuove domande e a non trovare tempo per le risposte.  

Come lavori con fotografi che hanno uno stile affermato e riconoscibile, quando ti trovi a commissionare un lavoro editoriale?

Quando affido un lavoro a un fotografo è perché ha uno stile riconoscibile e vorrei che trasferisse quella sua “riconoscibilità” nel lavoro che devo realizzare. Gli attuali budget a disposizione non consentono grandi collaborazioni con fotografi affermati che hanno giustamente diritto a un compenso economico adeguato. Per loro fortuna, hanno committenze istituzionali o industriali che li sostentano. Un piccolo esempio: se commissiono un lavoro a Luca Campigotto è perché voglio pubblicare una città fotografata con quelle luci, con quel suo peculiare punto di vista.
So già cosa farà e che sarà in linea con il giornale che sto facendo in questo momento.
Poi, ovviamente, in ogni lavoro c’è sempre una sorpresa, un’immagine inaspettata.
E’ il bello di questo mestiere.

Siamo sommersi dalle immagini, di cui siamo fruitori e produttori insieme. Quanto è importante ricercare un’identità visiva oggi, soprattutto in ambito editoriale?

Dipende se la domanda riguarda i fotografi o i giornali.
E’ un doppio gioco interessante.
Se sei un fotografo non devi cercare l’identità visiva, ti appartiene. Per questo ti poni come interprete della realtà, vuoi testimoniarla con il tuo linguaggio, con un segno forte della tua personale narrazione.
L’identità non è stimolata dal mercato editoriale e forse neppure da quello dell’arte. È un lavoro che si fa dentro se stessi, consapevolmente o meno, si trova la chiave interpretativa per guardare il mondo. La fotografia è il mezzo.
Il risultato non è misurabile con i successi economici o con l’esibizione del lavoro.
Ci sono autori straordinari il cui lavoro è stato apprezzato solo postumo.
Penso al caso di Vivian Maier, di cui mi sto occupando in questi giorni, solo uno dei tanti.
Ricercare un’identità visiva per un giornale è indispensabile per essere originale e riconoscibile, per conquistare nuovo pubblico e fidelizzarlo. Per questo è necessario essere progettuali e cambiare spesso, rimettere in discussione la linea, monitorare i risultati (non solo quelli di marketing o economici) e il rapporto con il pubblico.  

A volte si ha l’impressione che la fotografia nei giornali e periodici italiani sia ancora legata ad un ruolo “di servizio”, illustrativo. Come giudichi l’editoria rispetto all’uso che fa delle immagini?

La tua domanda contiene già la risposta. E il mio giudizio è nelle risposte già date. Non è il momento per giudicare questa editoria. Essa stessa sa di essere al capolinea e ha bisogno di rigenerarsi. Succederà e avremo nuove occasioni di mettere in campo le competenze acquisite in questi anni difficili. Quando non puoi fare quello che vorresti e come lo vorresti, puoi solo scavare e migliorare, è il lavoro della talpa, che prima o poi esce dal solco.
Io sono certa che ci siano in giro molte eccellenti competenze: giornalisti, scrittori, designer, fotografi, illustratori. Stiamo tutti studiando per fare meglio.

Il libro fotografico – grazie al self-publishing, ma non solo – sembra vedere una rinascita. Si pubblicano libri sempre più curati nel concept e nella stampa: non credi che questo nasca anche dall’esigenza di staccarsi dalla fruizione di slideshow e portfolio in video, e ritrovare una dimensione tangibile della fotografia?

Tutto questo self-publishing è un po’ pericoloso e pure noioso. Tutti possono fare un crowfunding, racimolare quanto basta per disegnare e stampare i loro deliri visivi. Non sono convinta che tutto sia necessario. Ci sono molti libri di cui si può fare a meno e il cui senso è ruotare intorno all’ombelico dell’autore e, aggiungo, se un libro vende tre copie tu autore devi farti delle domande.
La mancanza di editori – come referenti – è insidiosa: ognuno vuole veder pubblicato il suo lavoro senza chiedersi se ha senso e se vale la pena.
Ma temo che non a tutti piaccia sentirsi giudicato da terzi.
Il self publishing nasce dalla difficoltà di avere editori che investono. Ma anche di editori che giudicano.
Il ruolo dell’editore non è quello di pagare un libro ma di capirne il valore e di diffonderlo. Si è persa questa misura e ci si riduce a fare un libro per sfuggire alle insoddisfazioni del mercato dei giornali, alla mancanza di compensi del web o a editori che pretendono budget e contenuto.
Nello stesso tempo però penso che molti libri autoprodotti servano ai fotografi stessi per riflettere sul loro percorso, per confrontarsi nei festival con altri autori e in questo senso non è negativo fare libri e produrseli. Basta non avere la pretesa (e l’aspettativa) di far diventare mucchi di fotine, stampate su carte gialline avvolti da cartoncini rilegati con spaghetti o da copertine morbide, fluorescenti, riciclabili e non, prodotti necessariamente interessanti per il pubblico.
Pochi lavori meritano la “dimensione tangibile della fotografia” come dici.
Io sono per avere meno libri, meno polvere.

Del tuo futuro di photoeditor invece, cosa puoi raccontarci?

Il futuro non si può raccontare.
E non vorrei rovinarlo con le previsioni.

 

Intervista a cura di Marco Benna

 

3 COMMENTS ON THIS POST To “Renata Ferri”

  • Renata Ferri

    1 luglio 2015 at 12:04

    Preferisco rispondere su questa pagina ai molti commenti che circolano su FB in merito alle cose che dico in questa intervista.
    Cerco di soprassedere sulle parole al vento o la serie di frasi fatte utilizzate da commentatori senza commenti.

    Credo che Youth/Giovinezza non sia un valore assoluto e neppure il requisito indispensabile per fare il photoeditor.
    E neppure un buon film.

    Se ci fosse un criterio di merito (che io auspico violentemente) tanti giovani andrebbero cacciati a calci in culo. Mentre andrebbero recuperati dei veri talenti. Il problema del precariato nel giornalismo e nella fotografia non si risolve cacciando i grandi autori per aprire le porte agli apprendisti. E’ come se smettessimo di leggere Bernardo Valli per avere un reportage da un giovane sotto i trenta. Come se Umberto Eco non dovesse più scrivere o non potessimo più leggere i sempre più rari e preziosi reportage di Ettore Mo. Sarebbero grandi mancanze.
    Io che di anni ne ho “ancora” 50 sento il bisogno di maestri e di figure di riferimento.
    E penso valga lo stesso per i giovani preparati che incontro nelle scuole o nei workshop o che fanno degli incontri con Caujolle il tutto esaurito.
    Il ricambio generazionale di cui parlo nell’intervista, riguarda una classe dirigente che nel giornalismo italiano è sempre la stessa da 20/30 anni.
    La figura del photoeditor in Italia c’è da pochissimo tempo – e la media dell’età dei photoeditor italiani credo sia intorno ai 40 anni –
    e per fotografi e fotografe scansafatiche sarebbe bene sostenerla invece di denigrarla. Nel resto del mondo si usa così, fotografi e photoeditor sono dalla stessa parte.

    Quello che ripeto in questa pagina è che c’è un problema di qualità della proposta editoriale e una difficoltà a rigenerarsi e a creare nuovo giornalismo di carta e di pixel. Giornalismo, parole e immagini. Approfondimenti, inchieste, investigazioni, suggestioni. E’ una gamma piuttosto vasta di possibilità quella che ha la fotografia per fare giornalismo. L’arte è un’altra cosa e ha altre sedi. Così pure i giornali d’arte. E’ il dialogo tra i linguaggi della fotografia contemporanea la vera ricchezza di questo tempo. Per comprenderlo bisogna capirlo e averlo studiato. Conoscere la propria storia, sapere da dove si viene e non aver mai smesso di essere curiosi.

    Per quanto riguarda i crediti fotografici sulle testate – è richiesto in più commenti – mi risulta che i magazines li mettano tutti e con un certo rigore. Per quanto riguarda i giornali in cui lavoro, Io donna e Amica, sarà difficile trovare un credit mancante. Per i quotidiani invece è tragico e auspico che tutti i fotografi (tutti, tutti, tutti) mandino e mail e lettere ai maggiori quotidiani investendoli con effetto spam. Non sarebbe male e sarebbe ora. Credo fosse il 2004 quando fu comprata una pagina su Corriere e Repubblica per pubblicare un appello di più di 100 grandi fotografi per richiedere che fossero firmate le immagini. Risposero, i grandi quotidiani, che sarebbe stato così nel giro di una settimana o due. Sono passati 11 anni. Certo, è più semplice scriverlo su FB come commento all’intervista di una photoeditor che i crediti li mette.

    Concludo dicendo che c’è un diffuso e pigro disprezzo che fa invocare novità nel dibattito, guadagnando i like di sedicenti pensatori.
    Contributi, ventate di novità, soluzioni per la morente editoria, idee creative per quella web, sono auspicabili affinché all’orizzonte si possa intravedere l’energia e il coraggio di dire e fare.

  • graziano perotti

    3 luglio 2015 at 09:48

    A mio modesto parere quest risposta è efficace quanto l’intervista .

  • Alessandro Barbiero

    27 luglio 2015 at 12:44

    Buongiorno Renata. Grazie per la tua preziosa intervista. A presto spero @ Torino, CAMERA

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