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What Remains © Sarker Protick
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Sarker Protick è un artista nato a Dacca, in Bangladesh, nel 1986. Durante gli studi in marketing comincia ad approfondire la fotografia, e si iscrive al South Asian Institute of Photography, a Pathshala. Nel 2014 viene segnalato tra i “Ones to watch” dal British Journal of Photography, e viene scelto per la Joop Swart Masteclass. Con What Remains vince il World Press Photo nel 2015. I suoi lavori vengono pubblicati, tra gli altri, sul New York Times, GEO Magazine, New Yorker, Libération, National Geographic, Wired, ed esposti da molteplici festival internazionali. Dalla collaborazione a distanza con Katrin Koenning nel 2016 nasce il suo primo libro, Astres Noirs. Dal 2015 è membro di VII, ed oggi insegna nello stesso istituto dove si è formato.

In What Remains Sarker Protick ha fotografato i nonni, John e Prova, ormai in tarda età. La serie è nata dal desiderio di rinsaldare un legame forte, mai interrotto ma affievolito dal tempo e dalla routine. Nel giro di poco tempo entrambi soffrono di gravi problemi di salute, e sono costretti a passare sempre più tempo nel loro vecchio appartamento. Il ricordo dei nonni, ancora giovani e in salute appare improvvisamente distante, e l’appartamento stesso sembra lentamente deteriorarsi insieme a loro: «Il passare del tempo ha cambiato tutto. I corpi hanno preso una forma diversa e le relazioni sono diventate distanti. I capelli di nonna sono diventati grigi, i muri cominciano a scrostarsi. Oggetti, lettere, vecchie foto sono tutto quello che è rimasto.»
Sarker comincia allora a fotografarli. Il progetto continua per un anno, il rapporto si ravviva e si rinsalda: essere fotografati in questo modo è una cosa nuova, diversa, e permette all’autore di passare più tempo con loro. Nel 2012 Prova muore, e il progetto si interrompe. Sarker continua a vedere il nonno, senza fotografare: «Visitavo John più spesso, affinché potesse parlarmi. Mi raccontava storie della giovinezza, di come si sono conosciuti, e così via. Qui, la vita è silenziosa, sospesa. Tutto è in attesa.»
Come già per il più ampio Of River and Lost Lands, l’approccio documentario della ripresa si espande in qualcosa di più personale e impalpabile. What Remains è un modo molto sottile di raccontare, non una storia - forse una condizione fisica - ma soprattutto una distanza. Lo scorrere del tempo e i gesti quotidiani vengono cristallizzati in una luce sospesa, presa con una sovraesposizione controllata: nelle immagini, le persone, gli ambienti e gli oggetti sembrano adesso restituire la stessa luce che era stata catturata dalla fotocamera.

What Remains è stato esposto più volte, anche come installazione insieme a suoni e materiali d'archivio. Origin, il suo nuovo lavoro ancora in progress, è fatto di installazioni luminose, suoni e immagini di grande formato.

Gabriele Magazzù

 

 

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