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Stefano De Luigi

T.I.A.  © Stefano De Luigi
T.I.A. © Stefano De Luigi

T.I.A. © Stefano De Luigi

Pornoland - Set di
Pornoland - Set di "Ass Alien", Los Angeles, Giugno 2000. © Stefano De Luigi

Pornoland - Set di "Ass Alien", Los Angeles, Giugno 2000. © Stefano De Luigi

Blindness © Stefano De Luigi
Blindness © Stefano De Luigi

Blindness © Stefano De Luigi

Vanity Ceremonies © Stefano De Luigi
Vanity Ceremonies © Stefano De Luigi

Vanity Ceremonies © Stefano De Luigi

Blanco © Stefano De Luigi
Blanco © Stefano De Luigi

Blanco © Stefano De Luigi

iDissey -
iDissey - "Sirens", Palinuro, Italy, April 2012 © Stefano De Luigi

iDissey - "Sirens", Palinuro, Italy, April 2012 © Stefano De Luigi

T.I.A. - Comunità Tortoise, Monrovia, Liberia - Ottobre 2008. © Stefano De Luigi
T.I.A. - Comunità Tortoise, Monrovia, Liberia - Ottobre 2008. © Stefano De Luigi

T.I.A. - Comunità Tortoise, Monrovia, Liberia - Ottobre 2008. © Stefano De Luigi

T.I.A. © Stefano De Luigi
T.I.A. © Stefano De Luigi

T.I.A. © Stefano De Luigi

iDissey © Stefano De Luigi
iDissey © Stefano De Luigi

iDissey © Stefano De Luigi

Cinema Mundi - Cina. © Stefano De Luigi
Cinema Mundi - Cina. © Stefano De Luigi

Cinema Mundi - Cina. © Stefano De Luigi

T.I.A. - Kenya. © Stefano De Luigi
T.I.A. - Kenya. © Stefano De Luigi

T.I.A. - Kenya. © Stefano De Luigi

T.I.A. © Stefano De Luigi
T.I.A. © Stefano De Luigi

T.I.A. © Stefano De Luigi

Vanity Ceremonies - Backstage della sfilata di Vivienne Westwood, Parigi, Ottobre 2010. © Stefano De Luigi
Vanity Ceremonies - Backstage della sfilata di Vivienne Westwood, Parigi, Ottobre 2010. © Stefano De Luigi

Vanity Ceremonies - Backstage della sfilata di Vivienne Westwood, Parigi, Ottobre 2010. © Stefano De Luigi

Blanco - Bukavu, Congo, Luglio 2005. Ospedale Virunga. © Stefano De Luigi
Blanco - Bukavu, Congo, Luglio 2005. Ospedale Virunga. © Stefano De Luigi

Blanco - Bukavu, Congo, Luglio 2005. Ospedale Virunga. © Stefano De Luigi

T.I.A. © Stefano De Luigi
T.I.A. © Stefano De Luigi

T.I.A. © Stefano De Luigi

Fotografo professionista dal 1988, Stefano De Luigi è membro dell'agenzia VII, vive a Parigi. Le sue immagini vengono pubblicate su grandi magazine internazionali, come Stern, Paris Match, le Monde, Time, New Yorker, EyeMazing, Geo, D di Repubblica, Internazionale. Ha inoltre ricevuto prestigiosi riconoscimenti, tra cui diversi Word Press Photo, il POY, il Leica Oscar Barnack.
Dal 2004 al 2006, in collaborazione con CBM Italia, produce il progetto Blindness sulla condizione della cecità nel mondo, un lavoro di grande intensità e ricerca visiva. Nell’utlimo suo progetto, iDyssey, realizzato con due iPhone, va alla ricerca delle radici del mondo epico nel bacino del mediterraneo, cogliendone al contempo i segni della contemporaneità.
Nella nostra intervista, De Luigi si racconta, e approfondisce la costante ricerca che compie con la sua produzione fotografica.

Iniziamo da Blanco, il tuo lavoro sulla cecità. Ci sembra un lavoro che mette in atto un’operazione particolare nei confronti di chi guarda: sembra una sfida alla nostra percezione visiva, sottoposta ad un continua “messa a fuoco” e ad una sua ricalibrazione. È così? Cosa ci puoi dire?

Blanco è un lavoro che vuole far riflettere su una condizione umana. La fisicità della cecità è raccontata nel libro attraverso degli elementi di contorno. Come i non vedenti "investono" il loro spazio di vita, come lo occupano, come sono a volte in difficoltà ma anche a loro agio.
Il lavoro vuole però essere anche un’occasione di riflessione sulla metafora del non vedere, "loro che dotati di vista però non riescono a vedere". Per questo mi son permesso di mostrarlo a José Saramago, dal cui libro "Cecità" ho tratto enorme ispirazione. Gentilmente ha acconsentito a che io usassi degli estratti, delle pillole del suo libro, per puntellare questo lavoro, per dargli una direzione che aprisse ad una riflessione più universale sulla condizione del non vedente.
Molte volte, durante questo lavoro mi son sentito scoperto, visibile e identificato dai non vedenti, molto più spesso di quanto mi capiti con i vedenti. Risiede lì la bellezza del lavoro che faccio, le sorprese sono infinite.
Poi più classicamente, il mondo dei non vedenti, è sempre stato oggetto di inchiesta per i fotografi, credo rappresenti, solo superficialmente, la nostra identità speculare, ciò che è all'antitesi della nostra esperienza del guardare vedendo... ecco, non sono il primo ad aver lavorato su questo tema.

Da dove nasce quindi Blanco, da quale urgenza?

Non credo ci sia stata urgenza nel processo che è alla base del lavoro, semmai coscienza. Una felice alchimia di momenti giusti.
Una certa maturità, una certa arroganza, una certa solitudine, che si sono combinate bene ed hanno creato un precipitato che ha dato come risultato un lavoro molto ricco, sicuramente il più importante lavoro che ho fatto e probabilmente tale rimarrà anche in futuro.

Di questo lavoro ne hai fatto una mostra, un multimedia e un libro. Tre media e linguaggi diversi per raccontare, o farci entrare, in un mondo particolare. È una scelta pensata sin dall’inizio o si è costruita nel tempo?
A cosa corrisponde questa scelta, perché articolare con mezzi diversi lo stesso tema?

No, è una scelta dovuta alla rivoluzione del linguaggio fotografico, alla ricchezza del lavoro, alla sua dimensione direi esaustiva, che mi ha permesso nel corso del tempo di poterlo declinare sotto forme e linguaggi limitrofi. Tutto questo non sarebbe stato possibile se il tema stesso non fosse stato così preponderante.
Il contrasto in se stesso era già molto attraente... poi si debbono trovare altre persone che vogliano mettersi in gioco di fronte ad una sfida abbastanza complessa. Io ho avuto la fortuna di incontrarne alcune. Persone coraggiose, o semplicemente giovani che hanno però colto l'opportunità che tale progetto poteva dare loro, in termini di approfondimento.

Che rapporto hai stabilito con i non vedenti presenti nelle fotografie, anche nelle diverse fasi del lavoro, considerando inoltre che la copertina del libro è in braille?

Non c'è molta differenza nella pratica con cui stabilisco generalmente le mie relazioni con i soggetti dei miei lavori.
C'è sempre un equilibrio, direi critico, tra l'empatia e la cordialità , che per me sono i sentimenti motore. Come tutti i fotografi mi dibatto sempre in un limbo che non ho il permesso di oltrepassare, che mi permette di stabilire quella distanza necessaria a riflettere, mentre vivo e consumo l'esperienza della conoscenza, restando però vigile sul momento critico che si deve consegnare con le proprie fotografie.
La  sintassi del racconto che non permette buchi né distrazioni, un esercizio molto difficile che si può ottemperare solo con molta pazienza, concedendosi - se si ha la possibilità - il maggior tempo possibile per approfondire.
La scelta di farne un progetto, per me capitale, è venuta seguendo la logica di quello di cui ho scritto prima: con il tempo.

Che tipo di reazioni hai avuto a questo lavoro fotografico, tra il pubblico così come tra gli operatori del settore?

Le reazioni sono state decisamente positive. Il libro è stato molto apprezzato da subito, come un oggetto speciale, per la forma ed i contenuti. Il multimedia ha avuto come il libro diversi riconoscimenti e per via della sua facile fruibilità è stato visto in una proporzione immensamente maggiore del libro o della mostra. Ciò mi conforta riguardo alle scelte che ho fatto, di declinare il lavoro con diverse potenzialità di fruizione.
E' ambiguo il rapporto che si ha con un progetto personale. Una volta finito, si è felici di essere liberi dall'ossessione . Allo stesso tempo la sovrastruttura professionale mi impone (per fortuna) di cercare di raggiungere i più con la divulgazione del mio lavoro.

I tuoi lavori - visti nel complesso - sono caratterizzati da una molteplicità di mezzi e forme: digitale, smartphone, panoramica, uso di diversi mezzi nella diffusione del lavoro. A cosa corrisponde, nella tua ricerca personale, questa varietà di strumenti?

Corrisponde ad una curiosità personale che è il motore del mio vivere.
Le opportunità di arricchire il linguaggio fotografico, che siano esse determinate da un progresso tecnologico o da un sapere artigianale profondo, mi spingono a riflettere sulla ricerca, sulla sperimentazione.
La discriminante rimane l'onestà intellettuale del fare uso di questi mezzi solo quando un motivo valido li sostiene. In altre parole: non appartengo alla schiera di ortodossi che rifiutano per principio le novità, né a quelli che hanno determinato il loro stile e si attengono a delle consegne estetiche che sono la loro carta d'identità d'autore. Cerco di tenere aperta la porta a delle novità che possano sedimentarsi nel mio lavoro, sempre però cercando prima di tutto di rispondere alla domanda: perché lo sto facendo?

In particolare, il tuo ultimo lavoro iDyssey è realizzato interamente con uno smartphone. Ci puoi dire il perché di questa scelta?

Gli smartphone hanno modificato parte del linguaggio che io uso per esprimermi. Da qui nasce una curiosità direi insopprimibile, di andare a vedere cosa succede. Ma gli smartphone, pur amplificando la veicolazione di immagini, l'uso della fotografia e la sua fruizione, portano con loro una pericolosa nozione: la superficialità. Lasciando alla macchina un potere enorme, si è fatta strada l'idea che la modalità "random" insieme ad una buona applicazione potesse produrre delle buone fotografie. Fotografie accattivanti, ma molto superficiali.
Il senso ultimo di iDyssey è ribadire che una buona fotografia veicola un pensiero, una buona fotografia ci interpella continuamente, una buona fotografia non ci spiega e non si spiega immediatamente. Che sia fatta con una scatola di scarpe o con l'iPhone il concetto rimane lo stesso.
Poi, il motivo per cui ho usato l'iPhone (due) per questo lavoro è che volevo raccontare l'Odissea, che insieme all'Iliade è l'eredità culturale  più antica del mondo occidentale, con il più moderno dei suoi media. Io sono sempre un cantastorie, ma contemporaneo...

Il tuo sguardo cambia quando fotografi con uno smartphone? E se si, come?

Non è il mio sguardo a cambiare, semmai uno stato d'animo direi più  leggero e avventuroso.
Per due mesi ho viaggiato con ogni mezzo di trasporto, con la felicità estrema data dall'essere riuscito a sbarazzarmi degli orpelli professionali, per rimettermi in gioco come agli inizi del mio lavoro. Ed essere riuscito a fare questo viaggio che tanto volevo fare, ma trovando il vero motivo per farlo. È stato liberatorio. In questo senso il mio sguardo era diverso, più libero di spaziare oltre il perimetro che di solito si definisce  nel raccontare le storie.
Qui erano la Storia, gli uomini, i luoghi, il passato, il presente a giocare continuamente davanti ai miei occhi.

Guardando iDyssey sembra di osservare un recupero di una certa matericità dell’immagine, che si differenzia da una certa perfezione del digitale. È così?

Si è così, l'impressione è stata quella di tornare a scattare con l'analogico per esempio, perché inquadrare e scattare con il telefono è un'operazione per me più lenta, che richiede la stessa concentrazione dello scatto singolo delle Leica, ed il risultato tecnico nella sua "impura materialità" si apparenta molto alle stampe analogiche. 

Che distribuzione ha avuto iDyssey?

iDyssey ha avuto una prima distribuzione editoriale, un magazine in particolare ha avuto il coraggio di sostenere il progetto dall'inizio, Geo France, poi via via gli altri sono arrivati, il New Yorker ha voluto creare un multimedia a partire dai corti che avevo girato e le registrazioni di suoni prese lungo la strada. Ora il progetto sta avendo una seconda vita con alcune mostre realizzate: è già stato presentato alla Fondazione Stelline di Milano con il sostegno del Piccolo Teatro, a Parigi per il Mois de la Photo ed altre mostre in preparazione prossimamente.
Anche qui ho tanto materiale magmatico su cui poter lavorare e gli incontri che sto facendo mi fanno essere ottimista sulla vita di questo progetto.

Un lavoro come T.I.A. lo avresti realizzato con lo smartphone?

No, perchè come ho spiegato mi pongo sempre la domanda: perché lo sto facendo? E per T.I.A. non avrei sinceramente trovato nessuna risposta.

Passiamo a T.I.A.: l’idea di proporlo come dittico, almeno sul sito, da dove nasce? Sembra che la relazione tra le fotografie si appoggi su assonanze formali e/o di contenuto, è così?
Nella presentazione paragoni questo progetto ad una ballata. Puoi dirci in che senso?

T.I.A. è una riflessione sulla lunga vita che le foto hanno indipendentemente dalla nostra volontà. Come queste riescano a volte a dialogare tra loro a distanza di anni, come disegnino una linea  che racconta una  coerenza nello sguardo, nei princìpi, nel modo di vivere. T.I.A. come ho detto vorrebbe essere una ballata, una forma di poesia dedicata ad un continente che amo, che mi incuriosisce, mi impaurisce, mi soggioga, mi spiazza, mi intristisce, mi rigenera...
Nell'impotenza accettata del non poter dire una parola definitiva dopo oltre 20 anni di lavori in Africa, ho voluto almeno creare dei capitoli, una specie di riassunto personale delle mie esperienze, umane e professionali, dittici che cercavano di identificare alcuni aspetti preponderanti delle società africane e dei movimenti geopolitici, economici che ho raccontato con tanti reportage in quel continente.
Non lo considero un progetto finito ma so anche che sarà difficile, e difficile è un eufemismo.

In una parte della tua fotografia sembra esserci un rapporto con il cinema che si esprime nella luce di molte tue immagini. Oltretutto al cinema hai dedicato un lavoro Cinema Mundi. Ce ne vuoi parlare?

Si, il rapporto con il cinema è quello di un innamorato. Da sempre, sopratutto grazie agli anni trascorsi a Parigi e adesso che sono tornato a vivere in questa città il rapporto con il Cinema mi è sempre sembrato fondamentale. Un rapporto da fruitore, da semplice viaggiatore che paga un biglietto per regalarsi un magnifico viaggio nella mente di un altro un biglietto pagato per farsi proiettare in un posto dove le fantasie sono sconfinate, come Alice. Da qui una grande influenza nel mio lavoro. E la sensazione che nel corso del tempo si è andata rafforzando che il cinema sia spesso un susseguirsi di still, di fotografie. Attraverso i film ho studiato anche la luce, non in modo programmatico ma d'istinto. Poi credo nel corso degli anni, come capita a tutti, i miei gusti si sono affinati ma resto un consumatore spesso onnivoro in fatto di generi.

Guardando i tuoi lavori emerge come spesso sai esprimerti con registri stilistici diversi. Pensiamo a lavori come Hidden China o Chinese Holidays. Una sorta di eclettismo, che ci sembra parte del tuo approccio alla fotografia. È così?

Si è così, sicuramente è un mio limite perché spesso gli interlocutori di questo mondo vogliono sicurezze, penso in particolare alle gallerie e alle istituzioni. Vogliono dei bei cassetti dove poter sistemare schematicamente generi e stili.
Io ho difficoltà a classificarmi. Uso genericamente il termine
Documentary Photographer perché credo che corrisponda più da vicino al senso della mia ricerca. Ma non nego che mi costa a volte prendermi sul serio. Se ho voglia di fare un lavoro che per me è importante o che mi incuriosisce, è difficile rinunciare per via di alcuni paletti che altri miei colleghi sono molto più bravi di me a mettere.
Per i lavori che citi, siamo su due registri diversi che vorrebbero indicare un paese complesso che può offrirci stati d'animo molto diversi tra loro.

C’è un momento del tuo processo fotografico in cui pensi al tuo pubblico?

No, anche perché io non ho un pubblico. Penso alla veridicità delle storie che sto raccontando, penso a non farmi manipolare, penso che quando posto un'immagine su Instagram o anche su Facebook ho una responsabilità prima di tutto con chi leggerà quello che scrivo o vedrà quello che ho scattato, ma nel processo creativo sono sempre stato e sarò sempre in beata solitudine.

Che rapporto hai con la narrazione?

Difficile, perchè non riesco come vorrei ad astrarmi molto spesso dalla realtà.
La narrazione ha bisogno di momenti lirici per poter coinvolgere il lettore/fruitore e molto spesso non riesco a trovare in me questi momenti di poesia, almeno non tanti quanti ne vorrei trovare.

Cos’è per te il fotografare?

A fasi alterne una gioia ed una sofferenza, mai stato qualcosa che mi ha lasciato indifferente, credo sia più facile dire che sia il mio modo di stare al mondo.

A chi passi il testimone e perché?

A Lorenzo Castore, che stimo da molto tempo, il cui lavoro come il buon vino diventa sempre migliore con gli anni.

Grazie

Intervista a cura di Marco Benna

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