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Lorenzo Castore

Self portrait. Montana, USA. 1994. © Lorenzo Castore
Self portrait. Montana, USA. 1994. © Lorenzo Castore

Self portrait. Montana, USA. 1994. © Lorenzo Castore

Giorgio. Rome, Italy. 1996. © Lorenzo Castore
Giorgio. Rome, Italy. 1996. © Lorenzo Castore

Giorgio. Rome, Italy. 1996. © Lorenzo Castore

Havana, Cuba. 2002. © Lorenzo Castore
Havana, Cuba. 2002. © Lorenzo Castore

Havana, Cuba. 2002. © Lorenzo Castore

Havana, Cuba. 2001. © Lorenzo Castore
Havana, Cuba. 2001. © Lorenzo Castore

Havana, Cuba. 2001. © Lorenzo Castore

Havana, Cuba. 2002. © Lorenzo Castore
Havana, Cuba. 2002. © Lorenzo Castore

Havana, Cuba. 2002. © Lorenzo Castore

Sardinia, Italy. 2003. © Lorenzo Castore
Sardinia, Italy. 2003. © Lorenzo Castore

Sardinia, Italy. 2003. © Lorenzo Castore

Ferry, Mar Tirreno. 2003. © Lorenzo Castore
Ferry, Mar Tirreno. 2003. © Lorenzo Castore

Ferry, Mar Tirreno. 2003. © Lorenzo Castore

Alessia. St Malo, France. 2005. © Lorenzo Castore
Alessia. St Malo, France. 2005. © Lorenzo Castore

Alessia. St Malo, France. 2005. © Lorenzo Castore

Adam and Piotr. Krakow, Poland. 2009. © Lorenzo Castore
Adam and Piotr. Krakow, Poland. 2009. © Lorenzo Castore

Adam and Piotr. Krakow, Poland. 2009. © Lorenzo Castore

Ewa and I. Krakow, Poland. 2012. © Lorenzo Castore
Ewa and I. Krakow, Poland. 2012. © Lorenzo Castore

Ewa and I. Krakow, Poland. 2012. © Lorenzo Castore

Sarajevo, Bosnia. 2008. © Lorenzo Castore
Sarajevo, Bosnia. 2008. © Lorenzo Castore

Sarajevo, Bosnia. 2008. © Lorenzo Castore

Mostar, Bosnia. 2008. © Lorenzo Castore
Mostar, Bosnia. 2008. © Lorenzo Castore

Mostar, Bosnia. 2008. © Lorenzo Castore

Mostar, Bosnia. 2008. © Lorenzo Castore
Mostar, Bosnia. 2008. © Lorenzo Castore

Mostar, Bosnia. 2008. © Lorenzo Castore

Mostar, Bosnia. 2008. © Lorenzo Castore
Mostar, Bosnia. 2008. © Lorenzo Castore

Mostar, Bosnia. 2008. © Lorenzo Castore

Krakow, Poland. 2009. © Lorenzo Castore
Krakow, Poland. 2009. © Lorenzo Castore

Krakow, Poland. 2009. © Lorenzo Castore

Krakow, Poland. 2009. © Lorenzo Castore
Krakow, Poland. 2009. © Lorenzo Castore

Krakow, Poland. 2009. © Lorenzo Castore

Krakow, Poland. 2009. © Lorenzo Castore
Krakow, Poland. 2009. © Lorenzo Castore

Krakow, Poland. 2009. © Lorenzo Castore

Brooklyn, New York, USA. 2010. © Lorenzo Castore
Brooklyn, New York, USA. 2010. © Lorenzo Castore

Brooklyn, New York, USA. 2010. © Lorenzo Castore

Brooklyn, New York, USA. 2010. © Lorenzo Castore
Brooklyn, New York, USA. 2010. © Lorenzo Castore

Brooklyn, New York, USA. 2010. © Lorenzo Castore

Brooklyn, New York, USA. 2010. © Lorenzo Castore
Brooklyn, New York, USA. 2010. © Lorenzo Castore

Brooklyn, New York, USA. 2010. © Lorenzo Castore

Ania. Mallag, Scotland. 2012. © Lorenzo Castore
Ania. Mallag, Scotland. 2012. © Lorenzo Castore

Ania. Mallag, Scotland. 2012. © Lorenzo Castore

Orvieto, Italy. 2012. © Lorenzo Castore
Orvieto, Italy. 2012. © Lorenzo Castore

Orvieto, Italy. 2012. © Lorenzo Castore

Umberto. Porto Ercole, Italy. 2013. © Lorenzo Castore
Umberto. Porto Ercole, Italy. 2013. © Lorenzo Castore

Umberto. Porto Ercole, Italy. 2013. © Lorenzo Castore

Tommaso e Monica. Napoli, Italy. 2013. © Lorenzo Castore
Tommaso e Monica. Napoli, Italy. 2013. © Lorenzo Castore

Tommaso e Monica. Napoli, Italy. 2013. © Lorenzo Castore

Gaio e Monica. Napoli, Italy. 2013. © Lorenzo Castore
Gaio e Monica. Napoli, Italy. 2013. © Lorenzo Castore

Gaio e Monica. Napoli, Italy. 2013. © Lorenzo Castore

Gaio, Monica e Tommaso. Napoli, Italy. 2013. © Lorenzo Castore
Gaio, Monica e Tommaso. Napoli, Italy. 2013. © Lorenzo Castore

Gaio, Monica e Tommaso. Napoli, Italy. 2013. © Lorenzo Castore

Tommaso. Napoli, Italy. 2013. © Lorenzo Castore
Tommaso. Napoli, Italy. 2013. © Lorenzo Castore

Tommaso. Napoli, Italy. 2013. © Lorenzo Castore

Monica. Napoli, Italy. 2013. © Lorenzo Castore
Monica. Napoli, Italy. 2013. © Lorenzo Castore

Monica. Napoli, Italy. 2013. © Lorenzo Castore


Lorenzo Castore
, fiorentino di nascita e romano di adozione, si trasferisce a New York dove inizia la sua attività. Di ritorno a Roma si laurea in legge e inizia a fotografare in contesti e luoghi molto diversi. E' in particolare dopo un viaggio in India e dopo la visione di Exiles di Koudelka che si trasforma il suo modo di concepire la fotografia.
In questa intervista abbiamo cercato di esplorare la sua visione, caratterizzata da un personalissimo approccio alle cose e alle situazioni che fotografa.


Partiamo dai ritratti. Scegli tu i soggetti dei tuoi ritratti o sono anche legati a lavori commissionati?

Ci sono ritratti e ritratti, quelli che scelgo e quelli commissionati. I ritratti commissionati per definizione sono richiesti da qualcun'altro. Non c'è niente di male ma hanno un'origine diversa da quelli che voglio fare io. Poi, a parte rarissime eccezioni, non mischio mai il 'mio' lavoro a quello commissionato. Non so perchè ma è sempre stato così. Non è un motivo ideologico ma molto personale e neanche troppo chiaro a me stesso, diciamo che mi sento più a mio agio così.

Come ti avvicini a loro, come costruisci il ritratto? Puoi raccontarcene uno?

I soggetti che mi interessano hanno una forza magnetica.
E' un'attrazione che cresce progressivamente e che nei casi più eclatanti diventa una specie di ossessione.
L'altro (il soggetto ritratto) determina il rapporto quanto lo faccio io, è una cosa a due e quindi sempre diversa e misteriosa: l'unica variabile fissa è un intuito che genera curiosità reciproca e rivela affinità nascoste. E' una specie di reazione chimica.
Posso raccontarti di Ewa e della prima volta che l'ho vista. E' stato su un tram. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Mi faceva paura e mi attraeva, volevo avvicinarla ma mi sentivo goffo e insicuro nell'approccio e quando ho poi scoperto che abitava nella mia stessa strada non ho fatto altro che girarle intorno per due anni senza avere da lei il benchè minimo cenno di interesse. Quando mi avvicinavo mi respingeva con sprezzo, non ne voleva sapere nè di me nè delle mie fotografie. Poi tramite Ludmila, una mia cara amica da cui Ewa andava a vendere delle vecchie fotografie scattate dal padre, si è creato un contatto e poi si è stabilito un rapporto che è poi durato negli anni. Ho cominciato a fotografarla, ho conosciuto suo fratello Piotr, abbiamo passato tanto tempo insieme, ci siamo stati vicini fino alla fine. Ewa è morta lo scorso dicembre.
Credo che la cosa più importante nel ritratto sia l'energia che ci si mette, essere molto vicini e allo stesso tempo curarsi di mantenere una certa inevitabile distanza, anche se minima. Se ci si guarda allo specchio non possiamo farlo se ci stiamo appiccicati, non vedremmo più nulla.

La tua fotografia ci lascia una sensazione: sembra far parte degli avvenimenti nei quali ti trovi, come se le cose – umani compresi – ti si concedano per un attimo, perché tu appartieni a quel momento. Restituiscono la tua presenza nella scena. Come stai dentro una scena, come ti muovi?

Non lo so. Ci sono. Ci provo. Non penso a quello che dovrei fare, non penso alla fotografia ma cerco di fare in modo di svuotarmi. Essere lì dimenticandomi di me. Essere invisibile e presente insieme. Quando questo avviene nel modo più profondo, allora mi capita di perdere la cognizione del tempo. Avevo risposto a questa domanda in modo più approfondito ma poi ho cancellato quasi tutto perchè provo pudore per il tentativo di cercare di spiegare certe cose che sono così delicate ed impercettibili. Stare dentro una scena è il modo di manifestare la propria presenza ed è una sensazione fisica: io sono una persona molto fisica e per me la fotografia è una disciplina molto fisica.

Nelle tue fotografie troviamo diverse cose: la sospensione (qualcosa accadrà), il congelamento di un attimo che lo fa apparire unico, l’instabilità, l’evanescenza - come ad esempio in Ewa&Piotr - sono tutti elementi che caratterizzano molta tua fotografia. Sono dimensioni liminali, sottili. È cosi? È questo che ti interessa catturare?

Si, certo mi interessa tutto quello che dici. E tante altre cose. Soprattutto ciò che genera tensione, gli opposti che convivono e quello che non capisco e che non metto esattamente a fuoco. Appartenere a qualcosa che attrae e che respinge, cercare di avvicinarcisi. Sentirsi parte di qualcosa che è di tutti e allo stesso tempo soffrire di un intimo isolamento.
La vita è davvero una cosa meravigliosa non perchè è bella (quando lo è) ma perchè è un mistero dal quale - se ti va bene - inaspettatamente emergono lampi di rivelazione.
E' difficile parlare di queste cose proprio perchè sono sottili, si diventa subito aulici, si passa per presuntuosi o filosofi da quattro soldi e io preferirei evitarlo tanto la verità sta nelle azioni più che nelle parole.

Come scegli le tue storie?

Come i soggetti dei ritratti, è la stessa cosa.

Puoi raccontarci come prepari operativamente il tuo lavoro?

Non c'è un metodo. Almeno io non credo di averlo. Succede qualcosa e quando ha un impatto forte su di me cerco di seguire quel qualcosa e quell'impatto forte. Questo succede sempre, ma poi il come è sempre diverso. Sono convinto dell'importanza di mantenersi amatori, la specializzazione e il professionismo non fanno per me. Non mi piace sapere troppo cosa sto facendo, dopo molto poco mi annoia e allora perdo convinzione. Chiaramente sto parlando del mio lavoro più personale, non del commissionato che è un'altra cosa: ha a che vedere col mestiere e con un interlocutore che chiede un lavoro specifico. E in ogni caso ci sono fotografi che fanno le loro cose migliori su commissione e hanno un ferreo metodo di lavoro sempre uguale che gli fa fare cose bellissime.
Non ci sono regole assolute, ognuno ha le proprie e credo sia bene attenercisi quando le si sono trovate e funzionano per noi. Salvo poi cambiarle, se necessario.

I tuoi lavori fotografici sembrano far emergere in modo costante il tema dell’identità, dei luoghi e delle persone - e in alcuni casi il tema è dichiarato - pensiamo ad esempio a Ultimo domicilio, o in Sogno #5. E’ così?

L'identità, i luoghi e le persone sono il territorio comune di tutta l'umanità. L'identità è probabilmente il tema più altisonante dei tre da te indicati ma - anche se banale - è necessario sottolineare che l'identità non può esistere senza i luoghi e le persone. Le vite di ogni essere umano sono una tensione - giusta, sbagliata, fallita, riuscita, vuota, strutturata, conscia, inconscia, originale, omologata e così via - verso la ricerca della propria identità.
E' un tentativo che in un modo o nell'altro facciamo tutti, poi tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare.
Faccio un paio di esempi in relazione ai due lavori che hai citato.
L'origine di 'Ultimo domicilio' risale al 2008. Sono stato a Sarajevo e a Mostar perchè ritornava in me il pensiero della mia prima esperienza da fotografo 'professionista' ovvero dei due mesi passati tra Albania e Kosovo nel 1999.
Quella è stata un'esperienza indimenticabile per l'intensità, la violenza e la rapidità con cui mi sono dovuto confrontare con quello che volevo provare a fare e il mondo vero. Appena tornato a casa mi ero ripromesso di non tornare più in zone calde dove succedevano fatti di importante rilevanza mediatica perchè in generale ero deluso dalla manipolazione delle notizie, dall'impossibilità di capire davvero cosa stava succedendo e poi perchè disgustato dall'atteggiamento adrenalinico e assetato di sangue di certo giornalismo.
Il disagio dipendeva anche dal fatto che la voglia di autoaffermazione era qualcosa che anche io conoscevo e da cui non volevo farmi sopraffare.
Così negli anni in me è cresciuto il desiderio di tornare da quelle parti (anche se poi sono andato a Sarajevo e a Mostar e non in Kosovo) a cercare case abbandonate durante la guerra e mai più riabitate. Case lasciate dietro di sè da un giorno all'altro insieme a tutti gli effetti personali che le identificava con chi ci viveva.
Non cercavo storie disperate ma case ancora almeno semi intatte o portatrici di una presenza e quindi di una storia. Erano passati 9 anni dal mio tempo lì e non è stato facile trovare quello che cercavo. La guerra e l'assedio avevano cambiato tante cose: famiglie avevano dovuto migrare e le loro case erano state distrutte, a volte ricostruite, altre per sempre abbandonate. Piccole storie insignificanti che non interessano a nessuno.
'Ultimo domicilio' però non era previsto, non ci stavo lavorando, avevo fatto un viaggio in Bosnia perchè volevo confrontarmi con quello che ho appena detto e niente di più.
Poi qualche mese dopo ero a casa mia a Cracovia e dopo aver steso la biancheria su uno stendino vicino a una stufa di ceramica sotto lo sguardo dritto di una coppia in una foto d'epoca presa al mercato delle pulci, allora in quel preciso momento tante cose hanno preso forma, si sono di colpo create associazioni, qualcosa si è rivelato e così ho deciso di cominciare a lavorare coscientemente a questo progetto.
L'anno seguente ho venduto quella casa e me ne sono andato da Cracovia. Quella è stata l'unica mia vera casa, o almeno quella che ho percepito come tale. Prima di lasciarla mi ci sono chiuso dentro due settimane, l'ho svuotata e fotografata tutta. Di guerre impercettibili è piena la vita di ognuno e certi universi costruiti con l'amore, con progettualità, conservando oggetti e ricordi che formano la nostra identità sono destinati ad essere lasciati indietro e scomparire. Lo dico senza nostalgia, così vanno le cose ed è giusto guardare avanti però è importante avere qualcosa di bello da ricordare.
Identità, luoghi, persone.
Per Sogno # 5 è tutto molto diverso ma anche simile e non lo racconto nel dettaglio perchè mi sono già dilungato troppo.
E' un lavoro che si interroga sulla malattia/sanità mentale, sul potere coercitivo delle istituzioni ma anche sulla biopolarità nelle relazioni e sulla fuga. O almeno questo significa per me.
Quello che voglio dire è che certo si parla di identità, di luoghi e di persone ma i passaggi per arrivare alle cose sono imperscrutabili, hanno molto a che vedere con l'attenzione: bisogna stare attenti ai segni che riceviamo dall'esterno e dall'interno più che essere intelligenti e/o furbi realizzatori di una bella idea non appena si crede di avere per le mani qualcosa che funziona.
E' la reale esperienza di un lavoro che lo rende speciale.

Spesso questi luoghi portano con sé la testimonianza di qualcosa che è successo, ad esempio, Sarajevo/Mostar (in Ultimo Domicilio) . Qual’è la ricerca o l’interesse che ti spinge in questi luoghi?

Credo di averti risposto a questo nella domanda precedente.
Posso aggiungere che ho cercato queste case per mesi dall'Italia senza produrre nessun risultato significativo. Poi mi hanno messo in contatto con una fondazione che aveva a che fare con il teatro della memoria di Sarajevo ma anche con loro niente. Sono andato e lì invece un amico di un amico, Nedim Zlatar, mi ha mostrato una casa che stava aiutando a far acquistare ad un suo amico francese, musicista come lui. Nei giorni seguenti mi ha portato a Mostar dove con altri ragazzi andavano in questo villino abbandonato a suonare: per qualche strano motivo la società dell'energia si era dimenticata di staccare l'elettricità e quindi loro ci andavano a provare gratis potendo attaccare strumenti ed amplificatori alla corrente, fino a che un giorno c'è stato un corto circuito, un principio di incendio e tutto il sistema elettrico è andato in malora. Cosa mi ha spinto ad andare in Bosnia a cercare quindi è stata una riflessione e un bisogno legato a qualcosa del passato, cosa mi ha poi davvero permesso di trovare quello che cercavo è stata la musica e una storia ricca di presente. L'esperienza è piena di sorprese.

Spesso usi il mosso, lo sfocato, leggere asimmetrie, sottoesposizioni – che siano realizzate ad hoc o scelte successivamente poco importa – le scegli. Ad esempio in modo spinto lo troviamo nel tuo lavoro Paradiso/Avana, Cuba ma come in diversi altri lavori. Perché questo tipo di ripresa?

'Paradiso' credo che abbia un po' troppo influenzato la percezione del mio lavoro. Credo sia dipeso anche dal fatto che è stato il primo lavoro che ha avuto un certo successo.
In quel caso volevo fare fotografie a colori dove i colori non fossero decorativi o descrittivi ma davvero una parte attiva dell'immagine. E' davvero un lavoro sul colore, il colore che mi interessa. Mi sembrava di aver visto poche foto a colori che mi piacessero fino a quel momento. In seguito ho scoperto cose bellissime ma in quei giorni la fotografia a colori mi sembrava abbastanza inutile. E comunque avevo 28 anni e delle opinioni più nette e meno approfondite di oggi. Mi avevano descritto la luce dei lampioni di Havana e credo sia stato il motivo fondamentale per cui mi sono deciso a partire.
Volevo provare a fare una fotografia pittorica e quindi per avere certi colori e usare la luce di quei magnifici lampioni giravo tutta la notte e tutte le notti, e di notte con quella luce è inevitabile imbattersi in un certo mosso e andava benissimo così.
Una volta per provare l'effetto che fa ho provato a muovere la macchina mentre scattavo e mi sono sentito istantaneamente un vero cretino, ancora mi imbarazzo al pensiero di una tale idiozia. Da quel momento ho cercato sempre di tenere la macchina più ferma possibile anche se non ho rinunciato a fotografare a un quarto di secondo, se necessario.
Insomma voglio dire che lo stile per me è un problema un po' datato, sono molto più preoccupato dell'energia che metto e che torna indietro da quello che faccio.
Non credo di aver mai pensato di dover fare qualcosa per dover assomigliare al mio stile. Dal punto di vista del successo commerciale credo che questo mi abbia un po' danneggiato, soprattutto da dopo
'Paradiso' fino a tre-quattro anni fa, perchè il pubblico vuole sapere cosa va a vedere e chi fa cosa. Sapere di vedere quel fotografo o quell'altro dà certezze e rassicura, crea 'idoli' e questo alimenta tutto il baraccone. Oggi le cose vanno meglio perchè credo che il puzzle che ho cominciato a comporre 20 anni fa stia diventando più intellegibile anche per chi ama dividere il mondo in scatole e categorie.
Cerco di evitare tutte le cose che mi facciano sentire una caricatura. Non sono quello del mosso o dello sfuocato nè quello del colore o del bianco e nero nè quello della Holga o della Leica nè quello della Polonia o di chissà dove: ci sono tante cose insieme che ho fatto e che faccio, una alla volta, con tutta la cura e la unicità che ogni cosa che provo a fare merita per se stessa.

Ci puoi raccontare perché hai intrapreso il progetto Ewa&Piotr - No Peace Without War?

Ho incontrato Ewa che ha avuto su di me un impatto fortissimo. Poi, una volta finalmente presentati, mi ha invitato a casa dove ho conosciuto suo fratello Piotr. Abbiamo cominciato a frequentarci, a conoscerci, a volerci bene. Negli anni sono emerse fotografie del loro passato scattate principalmente da loro padre morto poco prima che tornassero a vivere insieme. Ti rispondo con delle righe che ho scritto quando mi sono fatto anche io questa domanda.

         Perchè fare tutto questo?

         Per il non-senso, per condividere un’esperienza umana, per non

         giudicare, per la bellezza inaspettata, per il piacere di

         identificarsi in tutto, per rendersi conto ancora una volta

         che niente si fa da soli, per quello che non sappiamo e di cui

         non si può dire.

         La famiglia di Ewa e Piotr era una famiglia benestante, poi

         hanno perso tutto. Tante sono le cause che hanno portato a

         questo ma non voglio dire troppo di loro, non voglio

         raccontare la loro vera storia con le mie parole o attraverso

         la mia interpretazione razionale.

         Ci sono le foto della loro infanzia, le mie del nostro tempo

         insieme, e un film (co-diretto con Adam Cohen) che non

         chiarisce niente, che non informa dei fatti, in cui Ewa e

         Piotr parlano e dicono quello che vogliono dire e rispondono

         come vogliono rispondere. Per reinventare, perche la verità

         non è letterale ma assoluta e dappertutto. La storia di un

         mondo in due stanze. Anche no. Una storia.

         Ewa e Piotr sanno ridere e far ridere, hanno cultura, eleganza

         e sensibilità. Non sono patetici. Sono quello che sono. Hanno

         avuto quello che hanno avuto. La vita è una, e a volte è

         strana. Piotr dice di no.

Utilizzi sia il bianco e nero sia il colore. Da cosa dipende la scelta dell'uno o dell'altro? E' legata a tematiche o situazioni specifiche?

Credo da entrambe le cose. Tendenzialmente faccio fotografie in bianco e nero però in casi specifici preferisco il colore.

Come ti relazioni con la narrazione?

Mi piacerebbe farlo meglio, innanzitutto. Poi è un tema molto aperto per me. In fotografia ha a che vedere con le mostre, con i libri, con le proiezioni e nell'immagine in movimento con il senso del montaggio, con il peso che si vuol dare alla parola e al suono. Sono tutti aspetti vicini ma che necessitano di punti di vista diversi per poi arrivare a fondere tutto in una cosa. E' importante essere chiari senza essere banali, comunicare senza troppo dire. Come farlo è ogni volta una epifania, o un aborto.

Utilizzi anche come mezzo espressivo il cinema. Cosa ti offre di diverso dalla fotografia e cosa invece trovi di simile? (ci teniamo a sottolineare che solo sulla tua produzione cinematografica sarebbe necessario fare un’intervista a sé, in particolare per il lavoro Eva&Piotr).

Per me il punto è come raccontare nel modo migliore ciò che ho bisogno di comunicare; la fotografia o il cinema sono dei mezzi, degli strumenti, non una religione. Se ne avessi avuto il talento avrei preferito la musica a tutto il resto. E' di gran lunga la mia arte preferita ma sono totalmente negato così negli anni ho cercato di indirizzare i miei presunti talenti nella direzione di quello che avevo voglia e bisogno di esprimere e condividere. Tutto parte da lì. Dello status di fotografo o chissà che cosa non me ne frega niente. Quindi mi sento libero di usare il linguaggio che mi pare più consono al contenuto di quello che voglio tirare fuori. E poi il cinema mi permette di usare insieme la parola, la musica e il suono. Mi piacerebbe continuare a fare film finchè avrò delle idee che mi sembrino meritevoli di tempo e attenzione, mia e altrui.
C'è un film che vorrei tanto fare ma per ragioni contingenti non ho più tanto tempo a disposizione. E' una specie di documentario dove è tutto pronto per essere girato ma purtroppo non ho fondi per continuare. Sono certo che potrebbe essere una cosa bellissima, impegnativa certo, ma per la quale sarei disposto a tutto. Invece ad oggi non lo posso fare e questo mi crea un profondo senso di frustrazione. Il cinema costa tanti soldi che anche quando non sono tanti sono tanti, e poi c'è bisogno di una struttura che gestisca il rapporto economico con l'industria cinematografica e questo - anche se su scala diversa e ridotta - vale anche, se non di più, per un cinema più anarchico ed indipendente.
Per tornare alla tua domanda: nel cinema si deve essere più precisi, si deve sapere con più chiarezza quello che si vuole fare anche se poi il film prenderà una forma inaspettata.
La fotografia è più ambigua. Poi nel cinema si lavora in gruppo e nella fotografia no. Il problema di base comunque è sempre lo stesso, si deve avere qualcosa da dire e trovare il modo che ci assomiglia di più per dirlo.  

Sulla scia della domanda precedente, sappiamo che ami molto la musica e la pittura. Come ti influenzano, come fotografo? Che tipo di relazione stabiliscono con le tue immagini?

La musica è talmente presente nella mia vita che potrei rispondere a questa domanda solo attraverso il contrario ovvero quanto influenzerebbe la mia vita doverci rinunciare in maniera permanente e preferisco non pensarci. Per quanto riguarda la pittura ci sono dipinti che mi hanno colpito profondamente e che mi porto dietro negli anni, sono quelle immagini che ti si fissano nella memoria e ti si depositano dentro. Su di me lavorano come fanno anche certe immagini di libri o fatti realmente accaduti. Tutto si mischia e diventa la propria radice, una stella polare molto personale.
Il risultato pratico nelle mie foto credo stia nel fatto che cerco di ricreare continuamente certe immagini, consciamente o incosciamente, e non mi riferisco solo od esclusivamente al loro aspetto formale.

Hai qualche esperienza con i prodotti multimediali? cosa pensi di queste forme di interazione?

Non lo so, non sono un grande esperto di multimedia e di nuove tecnologie in generale. Ho un sito solo da un mese, non ho facebook nè twitter. Per il mio lavoro uso ancora la pellicola. Non ho niente contro le nuove tecnologie e i social network, anzi credo possano aiutare se usati propriamente però io non saprei come farlo.

Per quanto concerne più strettamente l'uso di tecniche ibride per la creazione di prodotti multimediali credo debba essere funzionale all'oggetto del racconto e non fumo negli occhi.

Che rapporto c’è tra il tuo approccio, per come lo conosciamo, e il mercato della fotografia? Che margini di libertà hai – o ti dai – quando ti trovi a realizzare un lavoro commissionato?

Cerco di avere più tempo possibile per lavorare a quello che mi sta a cuore. Per farlo devo guadagnare e cerco di farlo in ogni modo degno e possibilmente rapido così da avere più tempo e risorse da usare per le mie cose. Tutte le mie fonti di reddito sono saltuarie ed incostanti ma bene o male fino ad oggi ha sempre funzionato così.
Vendo per collezionismo ma non quanto vorrei, faccio workshop, a volte lavori corporate o pubblicitari e altre ritratti o mini storie per l'editoria, per anni ho avuto una certa regolarità con la documentazione dell'avanzamento lavori in grandi cantieri per importanti architetti e lo stesso ho fatto con le demolizioni di grandi opere, da pochi giorni mi sto occupando della riorganizzazione di Luz che è stata un'agenzia fotografica che stiamo provando a trasformare in una struttura più contemporanea e possibilmente innovativa. Te l'ho detto, la specializzazione non fa per me.
Cerco di essere elastico per adattarmi ai tempi e per avere più tempo possibile per quello che per me è importante.
C'è talmente tanto da fare per il lavoro personale che sul commissionato non vado a chiedere una libertà se non mi viene concessa e soprattutto se non saprei che farci. C'è un cliente che vuole qualcosa, quindi se accetto quello che chiede cerco di fare il lavoro nel modo migliore possibile. Altrimenti rifiuto il lavoro. Nessuno mi obbliga ad accettare. Non ho energia da sprecare per crociate contro cose che non mi interessano. Oltretutto nel lavoro commissionato c'è tanto da imparare sugli aspetti tecnici, sulla gestione dello stress, sugli altri e su di sè. Mi pare abbastanza. Rinuncio serenamente a una libertà sterile per dare più energia alla ricerca di una libertà molto più complicata ed essenziale.

Per te, cos’è la fotografia?

Uno strumento per conoscere più in profondità me stesso, per entrare in relazione con gli altri e il mondo e in questo lasciare un segno.

A chi passi il testimone?

Grazie Marco per questa intervista. Raramente capita di ricevere domande così pertinenti, interessanti e approfondite. Grazie a Stefano per aver pensato a me.
Passo il testimone ad Angelo Turetta che è un uomo e un fotografo molto speciale.

 Grazie.

Intervista a cura di Marco Benna

 

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