Phom

Massimo Berruti

Islamabad, October 2008 © Massimo Berruti
Islamabad, October 2008 © Massimo Berruti

Islamabad, October 2008 © Massimo Berruti

Dust storm in the country.

Pakistan, Karachi, July 2010  © Massimo Berruti
Pakistan, Karachi, July 2010 © Massimo Berruti

Pakistan, Karachi, July 2010 © Massimo Berruti

The family of a 20-year-old man shot dead by unknown gunmen prepare to take his body home from the mortuary for a funeral.

Pakistan, NWFP, June 2009 © Massimo Berruti
Pakistan, NWFP, June 2009 © Massimo Berruti

Pakistan, NWFP, June 2009 © Massimo Berruti

A lonely Grave yard aside the road to Mingora city during the military operation that fled out the Militant regime.

akistan, Abbotabad, June 2010 © Massimo Berruti
akistan, Abbotabad, June 2010 © Massimo Berruti

akistan, Abbotabad, June 2010 © Massimo Berruti

Express News TV channel troup illuminate the scene of a prolonged powercut in the town.

Islamabad, Pakistan, Nov. 2013 © Massimo Berruti
Islamabad, Pakistan, Nov. 2013 © Massimo Berruti

Islamabad, Pakistan, Nov. 2013 © Massimo Berruti

Salman Khan, 20 years old student from Hisoori village, North Waziristan Agency. On 20/3/2011 he lost his father in a drone Attack.

"Lashkars" - Pakistan, Kabal, Swat Valley, Nov 2010 © Massimo Berruti

"Lashkars" - Pakistan, Kabal, Swat Valley, Nov 2010 © Massimo Berruti

signs of battle inside police station previously occupied by taliban. Army shot the building mortar and consequently fire started. The ash on the walls hae been then washed by moisture appeared with the turning of the seasons.

Thatta, Pakistan, 6-9-2010 © Massimo Berruti
Thatta, Pakistan, 6-9-2010 © Massimo Berruti

Thatta, Pakistan, 6-9-2010 © Massimo Berruti

Thatta relief Camp, placed inside Makly graveyard, one of the most ancient and historical graveyards in the whole Pakistan. Refugees from Thatta town discussing about an incident accurred between residents of the camp. Many people even inside the vamps has not found available a proper shelter after more then a month since the beginning of the monsoon season.

"Lost in Kabul" - Afghanistan, Kabul June 2008 © Massimo Berruti

"Lost in Kabul" - Afghanistan, Kabul June 2008 © Massimo Berruti

Three children face a dust storm in the suburbs of Kabul.

"Daily lives in Terror" - Pakistan, Peshawar, June 2009 © Massimo Berruti

"Daily lives in Terror" - Pakistan, Peshawar, June 2009 © Massimo Berruti

The funeral of an old man died while getting food in a Bazar near by the house he lived.

"Lost in Kabul" - Afghanistan, Kabul. June 2008 © Massimo Berruti

"Lost in Kabul" - Afghanistan, Kabul. June 2008 © Massimo Berruti

Child seated nearby the psychiatric hospital wall.

Pakistan, Malam Jabba, Swat Valley, Jan 2011 © Massimo Berruti
Pakistan, Malam Jabba, Swat Valley, Jan 2011 © Massimo Berruti

Pakistan, Malam Jabba, Swat Valley, Jan 2011 © Massimo Berruti

PTDC Hotel exterior wall damaged from the interior. The explosion was due from inside when Pakistani Air Force war planes hit this hotel with missiles to kill and flush out Taliban that were hiding inside of it.

Istanbul, July 2013 © Massimo Berruti
Istanbul, July 2013 © Massimo Berruti

Istanbul, July 2013 © Massimo Berruti

A man laying on the ground after police targeted randomly people with plastic bullets on Istiklal street during a peaceful protest.

Detroit, USA, 15/11/2012 © Massimo Berruti
Detroit, USA, 15/11/2012 © Massimo Berruti

Detroit, USA, 15/11/2012 © Massimo Berruti

A Fox News Anchor reporting from the city about a supposed corruption scandal within the municipality administration.

"The Desert Belt" - Youngstown, USA, Dec. 2012 © Massimo Berruti

"The Desert Belt" - Youngstown, USA, Dec. 2012 © Massimo Berruti

One of the thousand of vacant properties left in a state of abandonement in the town.

Pakistan, Swat, Barabandai,  2010 © Massimo Berruti
Pakistan, Swat, Barabandai, 2010 © Massimo Berruti

Pakistan, Swat, Barabandai, 2010 © Massimo Berruti

Lashkars members having a night patrol around the streets of their village. The operation is repeated till 5:00am, and can involve even the youngest members.

Istanbul, Turkey, June 2013 © Massimo Berruti
Istanbul, Turkey, June 2013 © Massimo Berruti

Istanbul, Turkey, June 2013 © Massimo Berruti

Kurdish people in Gezi join the fight against government, suporting the Occupy-Gezi movement.

Pakistan, Islamabad, June 2011 © Massimo Berruti
Pakistan, Islamabad, June 2011 © Massimo Berruti

Pakistan, Islamabad, June 2011 © Massimo Berruti

Ijaz Ahmed, a 20 years old College student. The 23/1/2009 his uncle (34 years old) was in Muhammed Faheem house when the house was targeted by a Drone.

Pakistan, Swat Valley, Totani Bandai , Jan. 2011 © Massimo Berruti
Pakistan, Swat Valley, Totani Bandai , Jan. 2011 © Massimo Berruti

Pakistan, Swat Valley, Totani Bandai , Jan. 2011 © Massimo Berruti

A son of Saiflullah Khan playing with a ball outside the hujra.

 
Nato a Roma nel 1979, Massimo Berruti interrompe gli studi di biologia per dedicarsi alla fotografia. Attivo come freelance dal 2004, nel 2005 entra a far parte dell'agenzia Grazia Neri. Con le sue immagini ha documentato storie dall'Italia, Europa, Vicino Oriente, Africa, Asia e USA. Negli anni ha costruito un rapporto privilegiato con il Pakistan e la cultura pashtun, dei quali ha raccontato il coinvolgimento e gli esiti della "guerra al terrorismo". Molte di queste immagini sono poi confluite in "The Dusty Path".
Con i suoi reportage Berruti ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, da ultimo il Magnum Foundation Emergency Fund.

Dal 2008 è parte di Agence VU.

 

Per diverso tempo hai concentrato il tuo lavoro sul Pakistan: perché questa scelta? È un modo di parlare - attraverso il Pakistan - anche di altro o c’è qualcosa che ti lega a questo Paese e alle sue genti?

L’affezione a questo luogo c’è ed è forte, ma è venuta dopo. Per me il Pakistan era principalmente il terreno ideale per narrare quella che reputo sia una delle principali piaghe del Terzo millennio, quell’epopea infinita e grottesca che è la guerra globale al terrorismo.

Più volte hai dichiarato, in diversi modi, che il tuo lavoro realizzato in Pakistan, Lashkars, tende a restituire un’idea dei pashtun diversa da quella che spesso se ne ricava dalla vulgata occidentale. A noi sembra che questa sia una scelta che potremmo chiamare politica. Se così è, che rapporto c’è tra una scelta politica e il fare fotografia?

Non volevo tanto restituirne un’idea “diversa”, quanto una “più giusta”. Credo che quasi tutto ciò che facciamo sia più o meno direttamente connesso alla nostra visione della vita. Da come impostiamo la nostra quotidianità al nostro sistema di valori. Chiaramente le mie scelte da fotografo non sono da meno. Se questa naturale tendenza si può definire come fare politica non so. Ci sono molti rappresentanti di questa “arte” che si interessano alla fotografia come fine e non come mezzo. A me interessa soprattutto come mezzo. In questo senso credo che fotografia e politica possano avere un dialogo e magari anche un rapporto privilegiato.

Nell’affrontare le cronache pakistane, tocchi questioni particolarmente spinose, al centro di intrecci internazionali che intercettano le guerre in atto in quelle zone del mondo, guerre che sono le guerre del nostro tempo. Sembra che tu voglia andare vicino alla loro logica profonda (questo è quello che ci è rimasto dall’approfondire il tuo lavoro, ndr) passando però dalle storie delle singole persone, spesso ai margini delle nostre rappresentazioni (come in Lashkars) ma anche messe ai margini proprio dalla guerra (come in Hidden Wounds, o come nel lavoro che hai intrapreso sulle famiglie degli scomparsi). C’è una dimensione "rivelatrice" nel tuo lavoro che non ci pare solo fotografica. È così?

Sinceramente non credo. Non credo di svelare nulla di particolare, onestamente. Spesso però, ciò che più si sottrae alla nostra vista - e quindi alla nostra comprensione - è proprio ciò che si nasconde sotto al nostro naso. Io per certi versi ho avuto forse un po’ la pretesa di andare a spulciare l’ovvio, quello che tutti sanno, o meglio, credono di sapere. Nel 2008 ho mosso i miei primi passi in Pakistan, ed erano già sette anni che eravamo immersi in questa guerra.
Tutti pretendevano di sapere bene come stavano le cose, chi aveva fatto cosa, come e perchè.  Io quelle certezze non le avevo, e non le ho. Ora almeno mi sono fatto un’idea.
A me piacerebbe solo che su questioni importanti e fondamentali ci si ponesse, almeno, qualche domanda in più. Spero in un risveglio del senso critico o almeno in quello di auto osservazione. Sarebbe un onore poter dare un piccolo contributo in questo senso.

E come fa la fotografia a reggere questa complessità?

Bella domanda. Si va per tentativi, ma non saprei dire se il mio lavoro riesca a sollevare anche solo una piccola parte dei dubbi che vorrebbe.

Circa 10 anni fa hai vinto un World Press Photo con il lavoro Residence Roma: credi che la fotografia possa incidere nei processi sociali? Se sì, come?

La fotografia fa parte dei processi sociali da quando esiste, e nel bene o nel male continuerà ad esserlo finché esisterà. Basti vedere come e quanto si investe in immagine oggigiorno. La comunicazione per immagini è alla base dell’ingegneria sociale. Quale modo migliore per comunicare concetti semplici senza bisogno di traduzioni? L’immagine entra direttamente in relazione con la sfera istintiva, limbica dell’individuo, e per questo sortisce degli effetti più stabili e duraturi. Considerata la moltitudine di immagini da cui siamo bombardati come spesso la futilità delle loro motivazioni, spero ci sia ancora spazio per divulgare intenti meno particolari e interessati.

Il tuo lavoro Çapulcu sembra volere focalizzare l’attenzione non solo sulle manifestazioni contro il governo Erdogan, ma sul valore che i manifestanti sono riusciti a dare alla loro azione grazie ad un nuovo uso della parola Çapulcu. Anche questo lavoro sembra ribadire una “posizione politica”, è così?

I lavori che sento miei sono quei lavori in cui ho usato la fotografia come mezzo.
Credo che la politica sia una questione di scelte per cui, se vuoi, la fase politica di un lavoro inizia dalla scelta di affrontare un argomento piuttosto che un altro. Solo che avere una visione politica non vuol dire fare politica. Trovo abbastanza normale pensare che visione e fotografia sociale possano ragionare insieme. Mi sembra umano.
Se si volesse levare l’annosa obiezione sul fatto che il giornalismo debba essere asettico e imparziale,  forse direi che questo è il dito dietro cui si può nascondere la vera faziosità.

Sempre in Çapulcu, è interessante la questione del rapporto parola e immagine. Nella presentazione del lavoro parli diffusamente dell’uso della parola çapulcu, cosa che nelle fotografie non ritroviamo. Come concepisci questo rapporto, parola e fotografia?

Le fotografie dovrebbero parlare da sole il più possibile, il testo serve a completare ciò che non si poteva o non si è riusciti a rendere per immagini. Do sempre un titolo ad una storia, ma di solito non includo il titolo nella sua rappresentazione. Fotografare scritte, a scopo comunicativo, raramente rafforza una fotografia nello sforzo di trasmettere i suoi contenuti. Çapulcu sono tutti i civili che ho fotografato, sono tutti coloro che hanno deciso di manifestare contro le politiche reazionarie e assolutiste del presidente Tayyip Erdoğan che li ha additati come tali.
Çapulcu vuol dire vandali.

Come procedi nel costruire i tuoi reportage? Puoi entrare nel merito con qualche esempio?

Non ho un vero metodo, le situazioni sono diverse: a volte devi soprattutto costruire una lunga rete di contatti, altre volte ti devi solo lanciare nel fitto della storia, essere accettato e rispettare le sue condizioni.

Perché la scelta di fotografare in bianco e nero? In un’intervista sostieni che il bianco e nero ti permette di «innalzare il discorso ad una visione più metaforica». A cosa risponde questa necessità?

Dovevo essere ispirato dall’alto se ho detto questa cosa. Principalmente il bianco e nero mi libera da pesanti sovrastrutture estetiche per me legate al colore, che non mi sento sufficientemente capace di gestire. Per quanto riguarda invece la metafora e l’iconografia simbolica, è più semmai una ricerca, in cui il bianco e nero di sicuro mi aiuta, smaliziandomi. La storia dell’uomo è fatta di ripetizione, di storie che corrono e ricorrono - diverse e uguali tra loro - nel tempo. L’iconografia come la metafora, permettono di valicare i limiti fattuali e temporali della singolarità. Sono quelle immagini semplici, dirette e pulite, che perdurano e formano il nostro substrato culturale.

Sostieni che l’uso di uno o al massimo due obiettivi permetta una coerenza visiva. Cos’è per te la coerenza visiva, e cosa è in grado di produrre? In sostanza, perché ricercarla?

La coerenza visiva, in senso ottico, è quella che parte dal nostro modo di percepire il mondo per immagini, attraverso i nostri occhi. Il nostro angolo, la nostra prospettiva, sono quelle e quelle rimangono.
Se devo raccontare una storia per immagini, specialmente se fotografie, sento il bisogno di rispettare quelli che sono i limiti ottici di chi la osserva. La coerenza visiva diventa quindi parte integrante della narrativa. Nel caso contrario espongo il lettore ad una serie di approcci/linguaggi visivi che lo disorientano, e gli impediscono di poter vivere la storia come fosse “con i propri occhi”.

Con Lost in Kabul ci porti dentro la disperazione. Sono fotografie che ci mettono di fronte a qualcosa di cui non si ha esperienza, e che riguardano l’annullamento della persona. Come sai bene, nel dibattito sulla fotografia del dolore (per usare un termine ricorrente esemplificato dalla polemica Sontag vs Linfield) si mette severamente in discussione questo genere di fotografie. Cosa ne pensi?

Penso che la risposta sia un po’ figlia delle precedenti: non mi piacciono le dicotomie ma per semplificare si potrebbe dire che è una questione di scelta tra la narrativa e la pornografia, per cui una scelta di coscienza, politica se vuoi. La fotografia è “rappresentazione” della realtà, non la realtà stessa: inutile ambirvi. Da una parte è il mezzo che lo impedisce, e il fotografo come essere umano dall’altra.
Così come un giornalista che debba raccontare il dolore a parole usa la punteggiatura e forme lessicali o letterarie appropriate, ritmando il racconto a sua discrezione, così il fotografo usa il soggetto, l’inquadratura, la luce e l’istante. Ogni singola foto è il frutto di una selezione a monte e a posteriori, e della combinazione di tutti questi fattori messi insieme. Può corrisponde alla definizione di reale? Chiaramente è molto improbabile.

Accantonato quindi il “mulino a vento” della fotografia come riproduzione della “realtà”, credo che quello che si debba pretendere nell’ambito di quella documentaria, sia piuttosto un “racconto” giusto e onesto oltre che, appunto, ben documentato. Io credo che chi guarda abbia gli strumenti per saper discernere.
La narrativa è una parte fondamentale del processo, senza di essa non potremmo capire il caos di ciò che ci accade intorno.
Quel lavoro a Kabul lo sento abbastanza lontano, ero fresco ancora di fotografia e più impressionabile di adesso. Era una delle primissime volte che mi affacciavo a tale miseria.
È indiscutibile che questi fattori abbiano influenzato la mia percezione. C’è un’immagine di quel lavoro che mi sono interrogato a lungo se fosse giusto mostrare. Quando la rivedo ancora me lo chiedo. Me lo chiedo perché è un’immagine estremamente cruda, violenta per gli occhi, per lo stomaco, ma non esattamente immediata. Forse è per quella sua mancanza di immediatezza che è ancora li. Perché in qualche modo, forse, si fa un po' “metafora” e spero non oltrepassi la sottile linea rossa del cattivo gusto.
Quella credo sia l’unica immagine per cui ho ancora dubbi di questo tipo.
Penso che “troppa realtà” nella rappresentazione del dolore rischi di tramutarsi in pornografia, quella pornografia che sciocca e anestetizza, ed è questo da cui cerco veramente di stare più alla larga possibile.

Sei uno dei fotografi che ha fondato Zona e che vi partecipa attivamente: cosa vi ha spinto a creare questa piattaforma?

Zona è un progetto in divenire, un esperimento di emancipazione editoriale. Siccome sappiamo tutti le situazioni in cui versa l’editoria, cerchiamo formule di sostenibilità. Abbiamo alcuni progetti aperti che ambiscono a quell’indipendenza, un’indipendenza che reputiamo fondamentale.

Realizzi anche lavori su commessa commerciale: come ti poni verso questa attività fotografica, considerando che il tuo lavoro di reportage è fortemente caratterizzato nello stile, nella scelta dei temi e nel lavoro di preparazione? C’è qualcosa di questa esperienza che riporti anche nei lavori commerciali?

Per i lavori commerciali è necessario cercar di fare tabula rasa. Quello che magari ci si può portare dietro è la curiosità, cercando di appassionarsi sempre a ciò che si sta facendo. Non mi capita mai di fare foto in studio, di solito vengo scelto per le qualità di improvvisatore e la cosa mi fa sentire a mio agio.

Che rapporto hai con la narrazione? Imposti i tuoi lavori pensando anche ad un livello narrativo?

Non parto con le mani avanti, l’approccio narrativo parte a storia iniziata. Dopo aver studiato una storia, cerco di immaginarla, di esserne protagonista, e percorrendola a partire da quei frammenti che ho potuto apprendere durante un primo approccio puramente giornalistico, cerco di immaginare quelli che possono esserne gli aspetti irrisolti o meno rappresentati. Aspetti che possono migliorare la comprensione di una situazione o di un avvenimento. È un tentare continuo, in cui la casualità e l’imprevisto mantengono comunque un ruolo a volte risolutore.

Ti occupi direttamente dell’editing o lo affronti con l’aiuto di qualcun’altro?

Assolutamente da solo, sarebbe un incubo altrimenti. Quando poi arrivo a dover scegliere una serie ristretta di immagini per intenti specifici, quali una mostra ad esempio, chiedo a volte consiglio a colleghi e amici che ammiro e stimo.

La storia del bianco e nero comprende anche una storia del lavoro in camera oscura. Come affronti oggi la fase di post-produzione, con quale approccio?

Un po’ come alla scuola di fotografia, faccio tutto io. Cerco di intervenire sempre meno, per quanto sia necessario perché i file delle fotocamere digitali sono piatti e standardizzati. La natura analogica della pellicola le conferiva opportunità plastiche che sono scomparse.
Riguardo alle polemiche che spesso si accendono intorno a questo tema, credo che una eccellente post produzione possa aiutare una foto, ma non inventarsela. Per cui, molto rumore per nulla.

Le manipolazioni invece, sono ben altra cosa.

Qual è la forma che secondo te restituisce meglio il tuo lavoro, ad esempio tra mostra, libro, multimedia?

Mi piacciono tutte e tre, si completano lavorando insieme. La fotografia ha parecchi limiti e usare diversi supporti credo possa aiutarla a completarsi per meglio affrontare tematiche complesse.

Come fotografo ti senti vicino ad altri fotografi, magari come tipo di scelte, di stile o di approccio? Qual è la tua formazione?

Mi sono avvicinato alla fotografia a 23 anni seguendo un corso convenzionato dalla regione Lazio. Non me ne ero mai veramente interessato prima ma avevo le idee abbastanza chiare.
Vivendo a Roma, è stato molto utile poter andare a curiosare tra quei lavori che si potevano vedere su internet, su siti di agenzie formate da grandi autori come Magnum o VU. Mi sono appassionato a quella tradizione del bianco e nero che ancora mi porto dietro. Don McCullin, Philip Jones Griffiths, Salgado, James Nachtwey e Paolo Pellegrin, sono alcuni degli autori che amo di più. Amo molto anche autori a colori e li ammiro per la loro disinvoltura. Credo comunque che ciò che formi di più un fotografo sia la pratica, il fare fotografia. Ci sono tante cose che si deve imparare e gestire prima di fare anche un solo scatto.

Dove sta andando la tua fotografia?

Non lo so e non me lo chiedo, anche se mi rendo conto di trovarmi ad affrontare un cambiamento. Mi interrogo raramente al riguardo, preferisco stimolare l’intuizione.

A chi vuoi passare il testimone e perché?

A tanti e a nessuno, non ho un particolare prediletto.

 

Intervista a cura di Marco Benna

Leave a Reply