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francesca manolino

Francesca Manolino è una giovane fotografa italiana. Ha studiato antropologia e letterature comparate, fotografia allo IED di Torino per poi specializzarsi in fotografia e video all’ENSAD di Parigi. Vive tra l’Italia e la Francia, dove lavora come freelance per clienti diversi e sviluppa i suoi progetti personali.
Francesca è la nostra quarta ospite per #phomtakeover. Le abbiamo fatto qualche domanda sul suo lavoro.

 

1. Partiamo da un tuo lavoro che ci aveva colpito, e di cui abbiamo parlato tempo fa sulla nostra pagina Facebook, The disappearing nuns of Italy. E' uno sguardo molto diretto su un mondo particolare che noi italiani diamo per scontato ma che in parte è cambiato negli ultimi decenni: ce ne vuoi parlare?

Da piccola andavo in una scuola elementare di suore. La mia cittadina è sempre stata molto cattolica e in qualche modo tutti crescevano con una forte impronta di morale cristiana.
Tutta la mia generazione o quasi andava all’oratorio e nel cercare di esprimere la mia incerta spiritualità mi sentivo spesso a disagio.
I miei dubbi si sono accresciuti nel tempo ma sono sempre rimasta interessata ad un confronto con un mondo che ritengo familiare ed estraneo allo stesso tempo.

Suor Clotilde, una mia zia suora, ha compiuto da poco 90 anni. Proprio grazie a lei e alla sua veneranda età ho avuto l’idea.
La scomparsa delle suore. Un “ecosistema” che mi sembrava eterno è messo in seria discussione dai cambiamenti sociali.

La maggioranza delle suore italiane è molto anziana e le suore più giovani spesso sono di altri continenti.
Il mondo delle suore rimane “ magico”. All’interno dell’Istituto Sant’Anna di Torino troviamo un mondo a parte, fatto di tenerezza, di calma pacata, di ricordi di canti con le studentesse. Volevo documentare questa realtà in via d’estinzione, che magari troverà una nuova strada per sopravvivere, ma sicuramente sotto nuove forme.
Mi è rimasto impressa la meraviglia di una ragazza iraniana nel vedere alcuni ritratti delle sorelle: non aveva mai visto una suora non essendo mai uscita dal suo paese. In futuro potrebbero essere le generazioni italiane a meravigliarsene.

2. Swimming in a fish bowl restituisce un'immagine dell’India - o almeno un dettaglio - a cui non siamo abituati e che descrive realtà abitative simili a quelle che troviamo nelle metropoli di ogni continente, ma da un punto di vista femminile: come ti sei imbattuta in questa realtà?

Negli ultimi due anni ho passato molti mesi in India.
Lo scorso anno ho vissuto a Delhi, dove per finanziare i miei reportage fotografici, insegnavo italiano all’ambasciata. Fotografare questo immenso paese è molto difficile perché meta inflazionata dai fotografi di tutto il mondo e documentare l’India colorata non è mai stato di mio grande interesse.
Swimming in a fish bowl è un progetto realizzato nella periferia sud est di Delhi, molto vicina al più grande mercato dei fiori indiano.
Ero stufa, in quanto donna, di leggere sempre più spesso sui media, notizie riguardanti stupri e mi è nato il desiderio di rappresentare l’uomo indiano con uno sguardo più positivo e femminile: era il posto che cercavo. Il mercato dei fiori è gestito quasi esclusivamente da uomini circondati da enormi bouquet.
Emanavano tenerezza.
In lontananza, oltre a campi lasciati incolti, si ergevano grandi palazzi. Mi sembrava di essere nella Roma neorealista, quando la campagna e la città si incontravano.
Non è stato semplice entrare in questi edifici popolari, infatti solo dopo aver ottenuto la fiducia e l’amicizia di alcuni ragazzini sono riuscita ad addentrarmi in questo mondo.
Mi ritrovai immersa in un labirinto di corridoi. Tutti uguali, tutti cupi e soffocanti.
La situazione era opposta al mercato dei fiori luminoso e pieno di uomini. Qui tutto era vuoto e opprimente e si intravedevano come ombre donne timorose. Swimming in a fish bowl è proprio riferito a queste donne, protagoniste dei miei ritratti, che come pesci in un acquario vagavano per il labirinto del palazzo e ne diventavano talmente parte da confondersi con esso. La struttura era surreale e queste donne vivendo li, si ingrigivano. Mi ha sempre affascinato la relazione uomo-spazio, che infatti si ritrova anche in altri miei progetti.

3. In alcuni dei tuoi lavori troviamo diverse sfumature: da un approccio più documentaristico fino ad un certo uso del ritratto, ad esempio in Maroc in Paris: ci vuoi parlare di come lavori in differenti contesti?

Il lavoro fotografico riflette spesso la nostra personalità e la nostra formazione, ecco perché mi piace spaziare in generi anche diversi tra loro.
Ho studiato allo Ied di Torino e all’Ecole Nationale Superieure des Arts Décoratifs di Parigi, due scuole di fotografia con un forte indirizzo artistico. Durante gli studi però ho scoperto la mia passione per il documentario e mi sono laureata anche in Antropologia.
Mi sembrava perfetto poter unire la fotografia all’antropologia.

Mi sono sentita spesso in un limbo tra un approccio più reportagistico e una visione più “artistica”. Confrontandomi con molti colleghi vedo però che è sempre più comune un tale approccio al reportage e una contaminazione di generi.
Maroc in Paris è una serie di ritratti di giovani marocchine perfettamente integrate nella capitale parigina. Tedenzialmente amo la luce naturale e la post produzione nel mio lavoro è quasi assente, ma in questo caso, ho optato per lo studio e luci artificiali perché volevo creare dei ritratti simili alla pittura, in cui si sottolineasse l’orgoglio e la fierezza delle loro origini. La pittura ha una forte influenza su di me.

4. Congo, notte di polvere è una serie molto particolare, ci vuoi dire in che contesto hai scattato quelle immagini?

Nel 2009 sono partita per il Congo per trascorrere un mese in una missione vicino a Lubumbashi, la seconda città più grande dopo Kinshasa. Ho vissuto per un mese senza energia elettrica, lavandoci con acqua presa dal pozzo e aiutando il “Centre maternelle" di Kafubu nell’accoglienza delle giovani donne madri.
Non era semplice, la missione occupava quasi tutta la giornata e per questioni di sicurezza e responsabilità non volevano ci si allontanasse.
I momenti in cui ci spostavamo da un villaggio ad un altro erano le occasioni rare per fotografare.
La maggior parte delle strade, in questo stato immenso grande quasi quanto l’Europa, sono ancora sterrate e le donne che venivano nel nostro centro per partorire, percorrevano sole, tantissimi chilometri su queste strade rosse e polverose. Condividevano quotidianamente lo stesso destino anche lavoratori, donne alla ricerca d’acqua e giovani studenti.
Ad ogni passaggio di un fuoristrada o di una bicicletta tutto veniva avvolto in una nube di polvere: sembrava un incantesimo.
Come per l’India, anche in Congo non volevo sottolineare in modo didascalico il disagio quotidiano, ma ho preferito trasmettere un estratto di quotidianità collettiva sotto una forma surreale.
Questa serie nasce così, per caso, nel poco tempo disponibile, in momenti in cui intravedevo un quadro delinearsi.

5. Sul tuo profilo Instagram troviamo le immagini dei tuoi lavori e altre più personali o quotidiane: che uso fai dei social network, e cosa pensi della condivisione dei propri lavori in rete?

Il mio professore d’italiano al liceo mi definiva un ossimoro.
Mi son sempre sentita una cosa e anche il suo opposto. L’uso dei social media rispecchia questo mio modo di essere. Per lunghi periodi non pubblico nulla, in altri poi mi sento in dovere, per il lavoro che svolgo, di utilizzarli.
Alterno momenti in cui credo di dover mostrare solo immagini tratte da lavori ad altri il cui prendo il tutto con più leggerezza e pubblico anche foto personali (per poi arrabbiarmi successivamente quando ritorno nella fase precedente). Ogni social media poi ha le sue regole e capirle non è scontato.
Mi sono avvicinata ad Instagram recentemente ed è uno strumento con un potenziale gigantesco, ma non attendibile sul vero valore di un fotografo.
Instagram però è un contenitore incredibile, attraverso questo social sono riuscita a conoscere instagrammers iraniane splendide che poi ho avuto la fortuna di conoscere di persona, esser loro ospite e realizzare con loro progetti.
I social funzionano quando rendono reali mondi immaginari e costruiscono relazioni prima impossibili.

Intervista a cura di Gabriele Magazzù

 

 

 

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