Phom Fotografia

Emanuele Camerini, Tommaso Parrillo, Marco Marucci, Gabriele Magazzù.  © Marco Benna / Phom
Emanuele Camerini, Tommaso Parrillo, Marco Marucci, Gabriele Magazzù. © Marco Benna / Phom

Emanuele Camerini, Tommaso Parrillo, Marco Marucci, Gabriele Magazzù. © Marco Benna / Phom

Il pubblico della serata. © Marco Benna / Phom
Il pubblico della serata. © Marco Benna / Phom

Il pubblico della serata. © Marco Benna / Phom

Il passaggio dei fotolibri di mano in mano. © Marco Benna / Phom
Il passaggio dei fotolibri di mano in mano. © Marco Benna / Phom

Il passaggio dei fotolibri di mano in mano. © Marco Benna / Phom

Il pubblico sfoglia i libri di Witty Kiwi. © Marco Benna / Phom
Il pubblico sfoglia i libri di Witty Kiwi. © Marco Benna / Phom

Il pubblico sfoglia i libri di Witty Kiwi. © Marco Benna / Phom

Il pubblico sfoglia i libri di Witty Kiwi. © Marco Benna / Phom
Il pubblico sfoglia i libri di Witty Kiwi. © Marco Benna / Phom

Il pubblico sfoglia i libri di Witty Kiwi. © Marco Benna / Phom

Il 22 febbraio abbiamo avuto il piacere di ospitare un incontro con Witty Kiwi, una delle realtà editoriali più attive nel panorama fotografico italiano. La serata nasce dal desiderio di investigare un settore, quello del libro fotografico indipendente, che negli ultimi anni ha acquisito un peso sempre maggiore nella diffusione della cultura fotografica contemporanea.
Abbiamo incontrato Tommaso Parrillo, fondatore di Witty Kiwi, ed Emanuele Camerini, fotografo che con l'editore ha pubblicato il suo primo libro. In dialogo con Marco Marucci e Gabriele Magazzù hanno condiviso con noi le loro esperienze.

Witty Kiwi nasce nel 2013 da un’idea di Tommaso Parrillo, fotografo di formazione che progressivamente si è concentrato sull’editoria fotografica. Durante gli studi all’Accademia di Belle Arti si interessa all’idea di portare i progetti fotografici su carta, prima attraverso la forma della fanzine e poi con la pubblicazione di volumi veri e propri. L’esigenza principale era quella di presentare dei progetti fotografici «che avessero una propria tangibilità, e non fossero legati necessariamente ai ritmi frenetici del web». Comincia quindi con una pubblicazione semestrale, Witty Magazine, e poi con la progettazione di libri fotografici, con tirature sempre crescenti.

La ricerca di una materialità “perduta” è certamente uno dei fattori determinanti del ritorno in auge del libro fotografico. In un’epoca dove la maggior parte della fotografia viene prodotta e fruita digitalmente, principalmente sul web, l’oggetto libro acquisisce un significato diverso: una lettura privata e personale, una percezione diversa del racconto fotografico e della sua scansione, il riconoscimento della progettualità che lo ha costruito.

«Fino a non molto tempo fa», spiega Parrillo, «il libro fotografico veniva identificato con il catalogo di una mostra, oppure con la monografia di un grande autore. Adesso la percezione è completamente diversa. Il rischio è forse quello di non riuscire ad uscire da una nicchia di addetti ai lavori, un po’ perché spesso si fanno i libri pensando già a questa nicchia, un po’ perché forse al grande pubblico mancano le basi per poter leggere alcuni tipi di fotografia. È indubbio però che la pubblicazione di un libro per un giovane autore costituisca una grande occasione di visibilità. Sono molto ottimista, perché immagino sempre una maggiore apertura delle persone verso il fotolibro, al di fuori del circuito degli addetti ai lavori».

Il ruolo dell’editore, soprattutto in una realtà indipendente, è diventato complesso e non è solo quello di chi materialmente fa stampare il libro: «un libro fotografico, come prodotto, può essere visto come un lavoro co-autoriale: del fotografo ovviamente, che porta la sua visione e le sue immagini, ma anche dell’editore, del designer, dello stampatore. Ogni libro che produco è sempre il frutto di una collaborazione di più parti».

Parrillo interviene molto in fase di editing delle immagini, e ci siamo chiesti come sia possibile lavorare a progetti così legati al vissuto personale dei fotografi: «non è scontato che un autore ceda il proprio lavoro a scatola chiusa», ha spiegato, «l’editore deve cercare di capire cosa ha fatto l’autore, come una sorta di psicologo. Il lavoro finale è frutto di un compromesso, e soprattutto di un rapporto di fiducia».

Pagine da Notes for a silent man, di Emanuele Camerini.
Pagine da Notes for a silent man, di Emanuele Camerini.

Pagine da Notes for a silent man, di Emanuele Camerini.

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini
Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini
Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini
Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini
Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini
Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini
Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini
Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini
Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini
Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Notes for a silent man. © Emanuele Camerini

Pagine da L'unghia del leone, di Aminta Pierri.
Pagine da L'unghia del leone, di Aminta Pierri.

Pagine da L'unghia del leone, di Aminta Pierri.

L'unghia del leone. © Aminta Pierri
L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri
L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri
L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri
L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri
L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri
L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri
L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri
L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri
L'unghia del leone. © Aminta Pierri

L'unghia del leone. © Aminta Pierri

Grazie anche a questo rapporto di fiducia, Witty Kiwi si è fatta notare per le sue scelte editoriali: «mi sono da subito concentrato su un ambito preciso della ricerca fotografica, la fotografia introspettiva, autoriale: un approccio che ho sempre sentito vicino, da giovane autore e poi da editore di progetti di altre persone. Mi è sempre piaciuto esplorare uno spazio privato, intimo, e capire poi come questo possa diventare universale». Lo «spazio privato» che lega molte pubblicazioni di Witty Kiwi è quello dei legami personali, familiari o amicali: B to B di Brenda Moreno, 1999 di Iacopo Pasqui, L’unghia del Leone di Aminta Pierri o Notes for a silent man di Emanuele Camerini, sono alcuni dei lavori pubblicati che nascono dall’elaborazione di questi legami. «Questa ricerca dei legami», afferma Parrillo, «è poi diventata quasi inconsapevolmente una caratteristica di molti libri che ho pubblicato».

In questo, Notes for a silent man risulta quasi paradigmatico: concepito durante gli studi in fotogiornalismo dell’autore, il progetto doveva servire sia a staccarsi da un approccio di reportage “classico”, sia a ricostruire un legame personale, quello con il padre, cambiato dopo la separazione dei genitori: «ho cominciato raccogliendo delle foto di famiglia, ritagliandole, quasi a volerle reinterpretare», racconta Camerini, «poi ho ripercorso i luoghi delle vacanze che appartengono anche all'immaginario di mio padre, ad una memoria condivisa». In questi luoghi Camerini comincia a fotografare il paesaggio, in parte cambiato, e a fotografare sé stesso, anch’egli cambiato. Le immagini diventano un “dummy”, poi spedito al padre, quasi a chiudere il percorso personale che questo lavoro ha rappresentato. Nel frattempo il progetto diventa anche un lavoro editoriale, molto diverso dalla sua forma iniziale: «lo sguardo esterno dell’editore è stato fondamentale, ed il lavoro che ci ha portato alla pubblicazione abbastanza rapido».

Notes for a silent man è anche un lavoro sulla memoria, e la memoria è un altro tema ricorrente nelle pubblicazioni di Witty Kiwi: anche il lavoro di Aminta Pierri, L’unghia del Leone, parte da materiali già esistenti – in questo caso l’archivio del nonno dell’autrice – per creare però un percorso diverso. Le immagini utilizzate per Notes appartengono al vissuto dell’autore, che le ha rielaborate e messe insieme a delle immagini nuove, del suo presente, nel caso de L’unghia del Leone invece, l’autrice si appropria di pezzi della memoria del nonno, ri-fotografandoli, per «cucirsi addosso un nuovo io», per usare le parole di Parrillo.

Fulvio Bortolozzo, che assistiva alla serata, ha voluto sottolineare come dei lavori di questo tipo possano rientrare in un certo stile “internazionale”, e si è chiesto se così possa venire meno una certa riconoscibilità “iconica” di un autore o di uno stile. A noi è sembrato piuttosto che la riconoscibilità del progetto non derivi necessariamente da uno “stile” ma dall’unicità di un processo, che ha poi determinato la struttura del libro.

In chiusura, Marco Benna ha poi chiesto che tipo accoglienza hanno questi lavori presso un pubblico più “generalista”, anche in virtù dei temi che esplorano: «quando produco un libro», conclude Parrillo, «penso anche a chi voglio consegnarlo, e cerco in tutti i modi di avere più interazione possibile. Quando presento un libro come quello di Emanuele, questo mondo si apre anche a chi non si è mai interessato di fotografia, perché emotivamente, empaticamente si sente coinvolto. È qualcosa che spesso ha un riscontro immediato, e che dà grande soddisfazione».

Un percorso sempre in divenire, quello di Witty Kiwi, che rispecchia la vitalità di una editoria indipendente che – in Italia e nel mondo – sta contribuendo alla fotografia contemporanea con progetti unici e realizzati con grande cura. Per avere un’idea di questa espansione, basti solo ricordare lo spazio che veniva dedicato ai libri durante i festival solo dieci anni fa, e paragonarlo all’attenzione che ricevono adesso.

Una nuova vita quindi quella del fotolibro, che speriamo possa continuare a crescere ed essere sempre più accessibile.

Phom incontra Witty Kiwi è stato ospitato negli spazi di Lombroso 16, a Torino.

   Gabriele Magazzù

 

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